“La storia insegna che i regimi appaiono destinati a durare – fino a quando non durano più”. È una frase che non sembra stonare con l’attuale contesto geopolitico. Ci si aspetta venga pronunciata facendo riferimento al recente conflitto tra Israele ed Iran, oppure rispetto alla guerra tra Russia e Ucraina. La frase riportata appartiene, invece, ad un editoriale pubblicato sul Financial Times, a firma Christine Lagarde, dove la Presidente della Banca Centrale Europea riflette sulla supremazia del dollaro quale valuta globale. Rivolgendosi agli Stati Uniti, alleato storico ma sempre meno affidabile, Lagarde ne delinea implicitamente il ruolo di egemone da sfidare. La banchiera centrale descrive quelli che sarebbero i vantaggi per l’Europa derivanti da un rafforzamento dello status globale della valuta del vecchio continente, individuando i tre pilastri che l’UE deve rafforzare per permettere all’euro di raggiungere a pieno il suo potenziale: credibilità geopolitica, resilienza economica e integrità giuridica e istituzionale.
Il discorso della Lagarde è singolare sia per quelli che ne sono i contenuti, che per il momento nel quale viene enunciato. È un discorso più politico che tecnico. La Presidente della Bce sembra perdere la postura istituzionale da burocrate, tipica di chi con tono rassicurante si rivolge ai mercati, per gettare, invece, le fondamenta di un progetto politico, accompagnato dall’ordinario tasso di retorica che un discorso politico richiede. L’obiettivo finale è chiaro: è necessario accrescere lo status globale dell’euro per perseguire l’autonomia nei settori considerati strategici. Altro elemento di fondamentale rilevanza è il momento in cui tale annuncio viene fatto. È il 17 giugno e la guerra tra Iran ed Israele è ancora in corso. Gli occhi del mondo intero – istituzioni e opinione pubblica – sono rivolti al Medioriente, facendo passare in secondo piano tutto il resto. È in quel preciso momento che la banchiera, appena tornata da Beijing e in procinto di partire per Kiev dove qualche giorno dopo incontrerà Zelensky, propone un percorso di riforme strutturali dell’architettura istituzionale europea, volto a sfidare la preminenza globale del dollaro statunitense.
Europe’s “global euro” moment
La presidente Lagarde descrive l’attuale momento storico come attraversato da profondi cambiamenti nell’ordine mondiale. I mercati aperti ed il multilateralismo si stanno incrinando, mettendo in discussione anche il ruolo predominante del dollaro quale elemento determinante dell’attuale regime monetario internazionale. Il ritorno al protezionismo ed al bilateralismo produce incertezza, che inevitabilmente danneggia l’economia europea. Allo stesso tempo, un cambiamento dello status quo potrebbe rappresentare un’opportunità unica: per l’Europa, di conquistare una maggiore autonomia in settori strategici; per l’euro, di rafforzare il proprio ruolo a livello globale. Un suo rafforzamento comporterebbe benefici concreti: minori costi di indebitamento, ridotta esposizione alle fluttuazioni valutarie e maggiore protezione da sanzioni e misure coercitive.
La Presidente della Bce delinea un piano di intervento volto al rafforzamento: della credibilità geopolitica dell’UE e della capacità dell’economia di reagire agli shock. In primo luogo, Lagarde indica la necessità di potenziare ulteriormente gli accordi commerciali. Il posizionamento dell’euro a livello globale si fonda sul ruolo dell’Europa nel commercio internazionale. L’UE il più grande attore commerciale al mondo, essendo il partner principale per 72 paesi che rappresentano quasi il 40% del PIL globale. Viene inoltre messo in evidenza come gli investitori prediligano regioni affidabili e che mantengono fede alle proprie alleanze. In presenza di tali garanzie, la quota di una determinata moneta nelle riserve valutarie può arrivare ad aumentare fino a 30 punti percentuali. Questo aspetto è strettamente legato al processo di trasformazione attualmente in corso nell’Unione Europea, dove si è collegialmente deciso di aumentare la spesa in armamenti, con l’obiettivo di rafforzare il proprio ruolo sulla scena internazionale, accrescendo di riflesso la fiducia nell’euro come valuta di riferimento globale.
Altro punto dirimente è rappresentato dalla forza economica: una crescita sostenuta, mercati di capitali ampi e liquidi e un’abbondante offerta di safe asset costituiscono, infatti, la spina dorsale di una valuta internazionale. La fiducia degli investitori in una determinata valuta dipende strettamente dalla solidità delle istituzioni che la sorreggono. Sebbene l’architettura istituzionale dell’Unione Europea possa risultare complessa e talvolta difficile da decifrare per un osservatore esterno, è proprio questa complessità a garantire un processo decisionale strutturato e inclusivo, basato su un solido sistema di checks and balances. Il passaggio in cui Lagarde definisce la certezza del diritto e l’indipendenza delle istituzioni – come la Bce – un “vantaggio comparativo” che l’Europa dovrebbe valorizzare, sembra implicitamente suggerire che le istituzioni dei principali competitor, Stati Uniti e Cina, non godano dello stesso stato di salute.
La crisi di centralità del dollaro
In un contesto geopolitico in continua evoluzione e che da anni vede sconvolti i propri equilibri storici, si è inserita la rielezione del presidente americano Donald Trump. Se è vero che l’attuale sistema si fonda su due capisaldi, il dollaro statunitense – che domina il commercio e la finanza globali – e una rete di istituzioni multilaterali a partecipazione quasi universale, è anche vero che tale architettura presenta delle crepe evidenti. Il cambio di approccio dell’Amministrazione statunitense rispetto alla gestione delle relazioni internazionali è un fenomeno da qualche mese consolidatosi, che si sostanzia nella delegittimazione di partner e istituzioni internazionali, riportando il tutto ad una mera dinamica di forza, determinando il tramonto (almeno temporaneo) del multilateralismo. A quanto appena descritto si aggiunge la scelta di esercizio di una politica commerciale aggressiva, culminata il 2 aprile – cosiddetto Liberation Day – con l’annuncio di dazi a livelli estremi, poi quasi immediatamente sospesi e rinviati. Domenica 27 luglio è stato reso noto l’esito delle negoziazioni tra USA e UE, il quale ha portato a un accordo che prevede l’imposizione di un dazio del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee. Tali manovre hanno inciso profondamente sulla percezione della volontà degli Stati Uniti di porsi quale ago della bilancia dell’economia globale. Questo ha alimentato un clima di crescente incertezza tra gli investitori, tradizionalmente inclini a considerare il dollaro e i titoli di Stato americani come beni rifugio nei momenti di crisi.
Il mercato sta riconsiderando l’attrattività strutturale del dollaro come valuta di riserva globale e attraversa attualmente un processo di de-dollarizzazione. A partire dal Liberation Day si è assistito ad un fenomeno – in parte già presente – per il quale si è osservato un temporaneo aumento del rendimento dei titoli di Stato statunitensi, conseguenza delle vendite da parte degli investitori che, in un clima di incertezza, hanno preferito alleggerire le proprie posizioni piuttosto che rafforzarle. Come per ogni crisi, il termometro della gravità del fenomeno è rappresentato dall’andamento del prezzo dell’oro, bene rifugio per eccellenza. Negli ultimi anni il suo valore è raddoppiato, con una crescita del 30% solo da gennaio. Il 2025 ha segnato un momento critico per il dollaro: nei primi sei mesi dell’anno, il Dollar Index – che misura la forza del dollaro rispetto a un paniere di sei valute principali, tra cui euro, sterlina e yen – ha registrato un calo del 10%. Si tratta della peggior performance dal 1973, anno in cui il sistema di cambi fissi definito dagli accordi di Bretton Woods fu definitivamente abbandonato. L’indebolimento del dollaro è stato accentuato anche dall’instabilità politica interna, con il Dollar Index che ha reagito quotidianamente alle dichiarazioni, spesso contraddittorie, del presidente Trump, tra cui l’ipotesi di rimuovere il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell.
Quanto appena osservato non mette in discussione il ruolo centrale che il dollaro ha nel sistema. In primo luogo, non si è fino ad ora verificato un vero e proprio “passaggio di testimone” a favore dell’euro, che non ha assunto lo status di bene rifugio al posto del dollaro. Come confermato dalla stessa Lagarde, gli investitori continuano a preferire l’oro come principale alternativa al dollaro. Inoltre, l’Europa è ben distante dal mettere in atto un processo di riforma strutturale che, come già evidenziato, rappresenta la precondizione affinché l’euro possa affermarsi come principale valuta a livello internazionale. L’attuale dinamica riflette piuttosto una strategia deliberata dell’Amministrazione Trump volta a indebolire il dollaro, con l’obiettivo di favorire le esportazioni e riequilibrare la bilancia commerciale, un mantra che il Presidente ripete da mesi. In questo scenario, è indubbio che vi sia spazio per l’euro di guadagnare terreno e aumentare la propria rilevanza a livello globale. Un segnale in tal senso è rappresentato dall’apprezzamento della moneta unica, che ha guadagnato oltre l’11% sul dollaro da inizio anno, raggiungendo quota 1,18 dollari. Lo stesso rafforzamento è stato registrato anche rispetto ad altre valute principali, come yen giapponese e sterlina britannica, a conferma che la forza dell’euro non è riconducibile esclusivamente alla debolezza del dollaro.
Tale fenomeno, tuttavia, non è un cambiamento strutturale del sistema monetario internazionale, bensì un effetto temporaneo legato a circostanze congiunturali. In assenza di un’autentica trasformazione istituzionale e politica, l’Unione Europea resterà priva degli strumenti necessari per affermarsi come alternativa credibile e stabile. Senza riforme l’euro potrà guadagnare terreno nei momenti di crisi del sistema, ma difficilmente potrà ambire a giocare un ruolo centrale e permanente negli equilibri monetari globali (a luglio il Dollar Index ha segnato un aumento rispetto a quanto accaduto nel primo semestre del 2025).
Il progetto delineato dalla banchiera centrale sembra essere subito smentito. L’epilogo della negoziazione sui dazi ha fatto emergere un’Europa fragile e incapace di reagire alle angherie di Trump. L’accordo viene annunciato in un golf club in Scozia, neanche la dignità di una sede istituzionale per quello che risulta essere un’intesa sbilanciata a favore degli Stati Uniti, non solo per la differenza tra i dazi (15% per le aziende europee e zero per quelle statunitensi), ma anche per le promesse di acquisto (riguardanti petrolio, gas e armi). Il trattamento riservato all’Europa è solo la conferma della dinamica di potere che fa da bussola nella gestione delle relazioni internazionali e che solo qualche mese fa ha fatto sì che i Paesi europei della NATO si impegnassero ad alzare al 5% del PIL la spesa militare, rinunciando allo stesso tempo ad imporre alle aziende statunitensi la nuova tassa globale sulle multinazionali. La debolezza dell’Europa – emersa anche in sede di negoziazione sui dazi – risiede nell’“assenza” di un interesse strategico autonomo, succube dei vari interessi nazionali (vedasi il caso Unicredit e Commerzbank, alla faccia dei campioni europei). Per tale motivo il discorso della Lagarde è rilevante. La Bce, data l’indipendenza dai governi nazionali e adottando le decisioni a maggioranza, è l’unica istituzione europea che ha la forza di esercitare – in tempi di crisi – una propria forma di leadership, producendo conseguenze concrete mediante l’impatto sui mercati finanziari. Attualmente però mancano le precondizioni esistenziali di un progetto strutturale di “sostituzione” a livello internazionale del dollaro con l’euro.

