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TematicheItalia ed EuropaLa "geopolitica" di Silvio Berlusconi

La “geopolitica” di Silvio Berlusconi

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La trentennale parabola politica di Silvio Berlusconi non ci parla solo delle questioni interne al paese e di un dibattito politico che molto si è incentrato su quanto fatto – e non fatto – nella politica nazionale, dalla costituzione di Forza Italia fino alla partecipazione al governo di Giorgia Meloni. Un profilo del Cavaliere anche in politica estera appare quanto mai cogente, tenuto conto del peso che, nel bene e nel male, egli ha avuto anche in tale ambito di azione politica.

Esistono anzitutto alcune direttrici che ci pare di intravedere nella sua azione, così come nella modalità di agire sullo scacchiere internazionale: 1) la politica estera italiana ha coinciso, nelle fasi in cui Berlusconi ha avuto responsabilità diretta di governo, con una certa geopolitica sua “personale”, fatta di amicizie e rapporti interpersonali molto forti; 2) in virtù di ciò, non può non considerarsi centrale la relazione di amicizia con George W. Bush, che ha portato l’Italia a un impegno diretto in Afghanistan e in Iraq al fianco degli USA e poi alla distensione con la Russia; 3) sempre sulla stessa scia va letto il rapporto proprio con l’amico Putin, che ha rappresentato una costante della visione di politica estera di Berlusconi; 4) la particolare attenzione posta al quadrante euro-mediterraneo, rinsaldata soprattutto in alcune fasi grazie all’amicizia con Gheddafi: un altro “pilastro” della proiezione italiana sotto Berlusconi; 5) una forte opposizione all’Unione Europea a trazione franco-tedesca, che si è esplicitata in alcuni episodi personali che hanno comportato anche effetti collaterali per la stabilità dei suoi governi e per il paese.

Anzitutto l’impostazione di “metodo” data da Berlusconi. La politica estera, con lui, ha assunto non i tratti rigidi della diplomazia e dei cerimoniali – che rappresentano di norma un asse cruciale delle relazioni internazionali, in cui la forma coincide spesso con la sostanza –, ma è stata caratterizzata dalla sua figura, intesa nel suo insieme, vale a dire di legami stretti personalmente, di barzellette e battute pronunciate anche nei contesti più seriosi, di scambi di doni e di telefonate strategicamente rilevanti. Il cosiddetto “fattore umano” con Berlusconi – comunque la si pensi – ha trovato corpo e piena enfasi, anteponendosi a qualsivoglia accordo istituzionale o rapporto formale. Anzi, questi risultavano quasi il naturale “corollario” della sua amicizia con gli esponenti di altri Stati. Questa modalità di approcciarsi alle relazioni internazionali, che nella sua interpretazione diventano davvero relazioni interpersonali, ha avuto risvolti concreti e di portata non indifferente, così come, in alcuni momenti, è risultata foriera di imbarazzi istituzionali e di una parabola discendente culminata nel 2011.

Certamente, il successo maggiore della politica estera berlusconiana – proprio in ragione della sua personale amicizia sia con Putin sia con Bush, è stata la ratifica del trattato tra la Nato e la Federazione Russa a Pratica di Mare nel 2002, intitolato non casualmente “NATO-Russia Relations: A New Quality”. Per Berlusconi, quel trattato – che faceva seguito alle minacce comuni incarnate nell’attacco dell’11 settembre, e in cui si formalizzava una distensione nei rapporti tra i due competitors della Guerra fredda – rappresentava la vera conclusione del confronto bipolare, sulla scorta di alcuni capisaldi: la lotta al terrorismo; la non proliferazione nucleare; la gestione delle crisi internazionali; le emergenze civili, legate soprattutto all’uso di armi di distruzione di massa e la gestioni di più generiche sfide future comuni.

Fu proprio in virtù della relazione strategica con gli Stati Uniti, e anche per l’amicizia con il presidente americano, che l’Italia si posizionò militarmente al fianco degli USA nella guerra avviata da Bush in Afghanistan e in Iraq. E fu, contestualmente, la stretta relazione di fiducia reciproca con Putin a fare di Berlusconi il suo vero punto di riferimento europeo. Non casualmente il primo capo di Stato a incontrare, in Costa Smeralda, Berlusconi – subito dopo le elezioni del 2008 – fu proprio il presidente russo. In quell’incontro si ribadiva la volontà di rinsaldare i rapporti energetici e di amicizia tra i due paesi, già molto forti (all’epoca, l’Italia importava dalla Russia il 30% del proprio gas). Secondo le indiscrezioni uscite da Wikileaks, furono proprio queste strette relazioni tra i due, oltre che alla possibile ulteriore distensione dei rapporti con il mondo europeo, a destare le serie preoccupazioni di Washington.

Nel quadrante euro-mediterraneo, un passaggio importante della politica estera berlusconianaè stata la ratifica del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia di Gheddafi, trattato stipulato a Bengasi il 30 agosto del 2008. In quell’occasione storica si stabiliva il riconoscimento delle sofferenze arrecate al popolo libico dalla colonizzazione italiana e, soprattutto, una parità formale di rapporti, che avrebbe garantito alla Libia ingenti investimenti infrastrutturali da parte del nostro governo e condizioni favorevoli per il nostro approvvigionamento energetico. Si garantiva inoltre – al di là del giudizio di merito sull’operato del presidente libico – da parte libica una gestione dei flussi migratori, che sarebbe definitivamente saltata dopo l’attacco militare stabilito con la risoluzione Onu 1973, che avrebbe poi portato alla destituzione dello stesso Gheddafi.

Fu proprio quella vicenda a mettere a nudo la fragilità degli accordi del governo Berlusconi stabiliti 3 anni prima. Dopo l’iniziale reticenza, che si concretizzò non con un impegno militare diretto, ma mettendo a disposizione della coalizione franco-britannica sette basi militari, dietro pressioni da parte di Washington e del Quirinale, Berlusconi cedette e partecipò attivamente all’impegno bellico il 25 aprile successivo, un mese dopo l’avvio delle operazioni.

Quel momento, complice anche la presidenza Obama – col quale certamente i rapporti erano assai meno stretti rispetto al suo predecessore – ha rappresentato forse la fase incipiente di un ruolo sempre meno decisivo di Berlusconi in politica estera. Se, infatti, i rapporti con Putin sono rimasti sempre molto stretti, anche nei momenti di maggior tensione internazionale (si pensi alla visita di Berlusconi in Crimea nel settembre 2015, dopo l’acquisizione russa, proprio mentre i paesi occidentali applicavano le sanzioni alla Federazione, o alle recenti dichiarazioni sulla guerra in Ucraina), la naturale impostazione personale della sua politica estera non ha più trovato terreno fertile quando gli interlocutori sono stati personaggi che hanno fatto venir meno il fattore umano di amicizia personale, come la Merkel o Sarkozy.

È nell’autunno del 2011 – proprio nell’autunno successivo all’intervento libico – che si assiste alla parabola “discendente” di Berlusconi nello scenario internazionale: prima, a settembre, quando esce la notizia di un’intercettazione – risalente al 2008 –, in cui Berlusconi si lascia andare alla “colorita” espressione sulla Merkel, ripresa dal Der Spiegel per sottolineare l’inaffidabilità del capo di governo italiano. Poi, nell’ottobre del 2011, l’episodio di imbarazzo internazionale scaturito dai sorrisi complici e denigratori del presidente francese e della cancelliera tedesca nei suoi confronti, che ha segnato un momento fortissimo di delegittimazione internazionale. Momento culminato il 12 novembre successivo, quando sull’onda lunga di tali episodi e dello spettro dello spread (si ricorderà il “Fate presto!” del Sole24ore, era il 10 novembre) il governo da lui guidato ha rassegnato le dimissioni.

In una costante ricerca di equilibrio tra atlantismo ed europeismo a diversa trazione, con spinte che hanno segnato momento importanti di politica estera italiana e anche di una certa indipendenza – sebbene a fasi alterne e, per l’appunto, dettate prevalentemente dal “fattore umano” – la vicenda di Berlusconi in politica estera rispecchia il suo personaggio: capace di forti slanci in avanti e, al tempo stesso, di intemperanze e relativi imbarazzi che, più o meno voluti, più o meno ricercati, hanno determinato fasi rilevanti dell’assetto internazionale italiano negli ultimi vent’anni. E sulle quali occorre riflettere: sia per gli attuali rapporti euro-atlantici, in un momento estremamente delicato delle relazioni internazionali sia, ancor di più, per i rapporti che il nostro paese intrattiene con la Russia di Putin.

Alessandro Ricci

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