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TematicheRussia e Spazio Post-sovietico“I nuovissimi appunti di geopolitica liberale”. In rotta verso...

“I nuovissimi appunti di geopolitica liberale”. In rotta verso l’ignoto

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L’Enterprise del capitano Kirk era in ‘Rotta verso l’Ignoto’, in un noto film della serie di science fiction più famosa di tutti i tempi, per siglare la pace storica fra Federazione Unita dei pianeti e Impero Klingon. I cultori della serie ricorderanno come quella pace storica era combattuta con tutti i mezzi da una coalizione ‘di guerra’ fra fazioni della Federazione e fazioni dell’Impero: ‘la guerra è il principio organizzatore delle nostre società’ dice uno dei cospiratori al vulcaniano più famoso della galassia. Oggi il pianeta Terra è un’astronave con drammatiche urgenze globali, climatiche, sociali, economiche, sanitarie, in rotta anch’esso verso l’ignoto con una guerra mondiale in atto: la guerra mondiale successiva ad una pace fragile e incompiuta, quella fra Occidente atlantico e Unione sovietica. Si ricorderà che l’Impero Klingon, nella serie, faceva precisamente la parte dell’ex URSS: il film non casualmente fu presentato in era di perestroika e di pace fra i blocchi contrapposti. 

La guerra di aggressione della Russia all’Ucraina iniziata ufficialmente lo scorso 24 febbraio e la risposta ‘occidentale’ stanno terremotando il pianeta Terra. Una guerra, quella russa, di aggressione militare imperialistica; una risposta quella americana, di guerra militare senza però confronto diretto Nato-Russia e di guerra economica totale. Iniziamo a chiamare le cose con il loro nome: guerra di aggressione russa e guerra economica americana sono a tutti gli effetti la terza guerra mondiale dispiegata, oppure se preferiamo, la guerra globale, (seppure non combattuta direttamente, per ora, fra Usa e Russia).

Come dicevamo, la risposta ‘occidentale’ in effetti è a guida americana e con una precisa matrice ideologica e strategica, quella neocon. La rotta verso l’ignoto a cui i neocons stanno portando l’Occidente è un buco nero che ci sta attraendo sempre di più. E’ indispensabile cambiare rotta per evitare di entrare definitivamente nell’orizzonte degli eventi del buco nero: questa, almeno, è la tesi di questa nostra analisi. Ma andiamo per ordine. La risposta ‘occidentale’ alla aggressione russa è stata sostanzialmente su due dimensioni, come abbiamo accennato prima, una risposta di guerra militare con aiuti a Kiev, armamenti, addestramento, operazioni di intelligence, missioni speciali; il tutto con una ‘linea rossa’, per ora, ovvero quella di evitare il confronto militare diretto Nato-Russia (un confronto che potrebbe facilmente degenerare in una guerra nucleare); e una risposta di guerra economica e finanziaria ‘totale’, quindi mondiale a tutti gli effetti.

Facciamo un salto indietro: facciamo un salto alla guerra che la Nato fece contro la Serbia per la liberazione del Kosovo, afflitto dalla dura pulizia etnica di Belgrado. Allora la NATO aveva il suo Consiglio riunito in seduta permanente anche per decidere singole operazioni militari. L’obiettivo strategico della missione Nato era chiaro e identificabile: liberare gli albanesi del Kosovo oppressi dal regime serbo. Le singole operazioni militari erano discusse dal Consiglio Nato e collocate in questo chiaro quadro strategico e tattico.

Ora che abbiamo, nel mezzo di una crisi con una nazione, la Federazione Russa, dotata di un immenso arsenale nucleare e quindi potenzialmente molto molto più pericolosa? Il Consiglio Nato non è in seduta permanente e quindi ogni nazione dell’alleanza va per conto suo, Gran Bretagna, Germania+Francia, Turchia, Polonia e repubbliche baltiche: sembra una orchestra senza direttore anzi con tre o quattro direttori d’orchestra che suonano tre-quattro spartiti diversi. E non possono essere i summit dei capi di stato di Nato o G7 ogni tanto a supplire all’assenza di un Consiglio Nato appositamente costituito.

Quanto poi agli obiettivi strategici, siamo in piena cacofonia: senza obbiettivi strategici chiari, definitivi, magari mutevoli all’occorrenza, si rischia sempre di perdere qualsiasi conflitto anche se si hanno risorse maggiori. E’ un principio sacro delle scienze politiche, ci pare, eppure in questo conflitto l’’Occidente’ non si dato e non ha dichiarato un obbiettivo strategico chiaro e definito: c’è invece una pluralità di obbiettivi in conflitto fra loro. L’obbiettivo della conquista di Mosca, via il famoso ‘cambio di regime’ (quello, per capirci, che ai neocons non è minimamente riuscito a Teheran o a Caracas, ma che dovrebbe riuscire per misteriose ragioni ai medesimi neocons a Mosca); l’obbiettivo della liberazione dagli aggressori russi dell’intero territorio nazionale ucraino; e infine l’obbiettivo di far tenere agli ucraini la maggior parte possibile di territorio di fronte all’offensiva russa. Si tratta di tre obiettivi in radicale contrasto fra loro e che impongono iter e sentieri politico-strategici piuttosto diversi fra di loro. Per esempio se l’obbiettivo è la liberazione dell’intero territorio ucraino, Crimea compresa, allora la linea rossa assai probabilmente deve essere abolita, e si deve preparare il conflitto militare diretto fra Nato e Russia. Se invece l’obbiettivo sarebbe quello di far tenere agli ucraini la ‘maggior parte possibile di territorio’, allora si dovrebbe chiarire un po’ che cosa significherebbe questa ‘parte possibile’ e bisognerebbe quindi pensare anche ai passi diplomatici. Insomma dovremo come ‘Occidente’  chiarirci le idee, perché senza chiarezza degli obbiettivi strategici, la sconfitta può essere dietro l’angolo.

Viene però da chiedersi: sedute del Consiglio Nato e definizione degli obbiettivi strategici sono concetti e procedure elementari che non possono essere rimosse. Per quale ragione, allora, vengono rimosse così facilmente? Per quanto riguarda la dimensione militare del conflitto ci sono parecchie cose opinabili sul fronte dell’’Occidente’ e della risposta a guida americana e di matrice ideologica e strategica neocon. Se poi andiamo all’altra dimensione fondamentale della suddetta risposta a guida americana e di matrice neocon, la guerra economica e finanziaria ‘totale’, allora le cose da opinabili diventano pericolosissime per l’Occidente, diventano una rotta sbagliata. Andiamo per ordine.

La guerra economica e finanziaria sta disvelando la vera, grande faglia (o frattura) geopolitica storica più importante del nostro tempo, quella che amiamo definire, la ‘faglia principale’: la frattura fra l’’Occidente’ a guida americana, il G7, da una parte, e il Nuovo Terzo Mondo emergente. Ma anche qui andiamo appunto per ordine.

Le sanzioni della guerra economica possono essere distinte in due gruppi, quelle industriali-commerciali-tecnologiche; quelle finanziarie. Le sanzioni del primo gruppo, il blocco dell’export dei paesi G7 di prodotti tecnologici alla Federazione Russa, le sanzioni fisiche per capirci, stanno funzionando: creano moltissime problemi all’economia, all’industria, alle forze militari di Mosca. La Russia dipende moltissimo per tantissime componenti dell’industria del gas o per i servizi civili, dall’’Occidente’. Sono sanzioni controllabili direttamente alle dogane. Sono dunque efficaci, anche se probabilmente presentano una efficacia decrescente nel tempo. Nel tempo infatti è probabile che Mosca trovi nuovi meccanismi, triangolazioni, procedure, valute per soddisfare le richieste della sua economia e industria. Nel tempo.

Ma poi ci sono le sanzioni finanziarie, ovvero il blocco degli asset della Banca centrale russa al di fuori di Mosca e l’esclusione dal sistema dei pagamenti internazionali SWIFT delle sue banche e istituzioni finanziarie (non di tutte peraltro). Quel blocco e questa esclusione però non stanno funzionando, ovvero non hanno fatto crollare il rublo rendendolo una valuta inesistente al pari di quella venezuelana ad esempio. L’inflazione e la svalutazione non l’hanno travolto. 

Il fatto è semplice: la Russia ha un attivo di bilancia dei pagamenti e continua ad avere consistenti riserve in valuta pregiata ‘No dollaro’ e in oro: quindi il rublo non crolla né collassa. Non solo: Mosca è perfettamente in grado di pagare le sue obbligazioni e solo un atto di imperio delle autorità Usa l’hanno alla fine impedito provocando un default artificiale.

Morale: il rublo non è collassato e le istituzioni del sistema finanziario e monetario globale del dollaro sono sottoposte ad uno stress senza precedenti. Il punto che deve essere sfuggito ai necons dell’amministrazione Biden e colleghi è che la Russia non sembra scollegabile dall’economia mondiale per la semplice ragione che possiede ed esporta una tale quantità di materie prime strategiche da ricordare l’intera tavola degli elementi, dall’oro ai diamanti, dal gas all’uranio, dal nichel al titanio. Come faremmo leghe superleggere o leghe speciali, senza le materie prime russe? Senza contare i beni alimentari, grano, mais eccetera eccetera, potassa e fertilizzanti. La Russia esporta troppa roba essenziale ed è pure autosufficiente negli ambiti delicati, energia e cibo. Non sembra scollegabile dunque, e tentare di farlo produce un impatto economico semplicemente disastroso per il mondo tra cui lo stesso ‘Occidente’.

Produce in particolare ulteriore stagflazione e delegittimazione delle istituzioni economiche del dollaro: le conseguenze che già iniziamo a vedere potrebbero essere devastanti, un vero tsunami economico e sociale.

La stagflazione globale in primo luogo: il mondo già prima della guerra di aggressione russa e della guerra economica americana in risposta, era sotto schiaffo per l’inflazione. La enorme liquidità monetaria non convenzionale e il venir meno (grazie anche alla guerra geopolitica fra Usa e Cina per contrastare l’ascesa di Pechino) del ‘deflattore salariale globale’ cinese avevano già precedentemente creato l’ambiente adattissimo al ritorno dell’inflazione su scala globale. In Occidente, in particolare rispetto all’Asia che presenta tassi di aumento dei prezzi notevolmente più bassi. I ritardi con i quali le Banche centrali d’Occidente (ritardi che, seppure fortemente criticati, in realtà potrebbero avere alcune giustificazioni) hanno reagito al ritorno dell’inflazione definendola un fenomeno transitorio, hanno fatto il resto. L’inflazione era ritornata e si presentava non solo sul lato domanda e liquidità monetaria, ma pure su quello dell’offerta. Grazie ai tanti shock di offerta di questi anni figli della crisi sanitaria mondiale e delle guerre commerciali con dazi e tariffe degli Stati Uniti in particolare. Insomma l’inflazione si era già presentata come novella stagflazione globale.

La guerra, o meglio le guerre, hanno quindi trovato il terreno stagflattivo ben concimato: le nuove pesantissime strozzature dell’offerta, sul fronte energetico e su quello alimentare, e l’aumento pauroso delle incertezze economiche e psicologiche hanno alimentato ulteriormente inflazione e stagflazione che sta diventando al Grande Stagflazione Globale. Ora l’unica discussione è se la recessione inflativa sarà ‘soft’, di breve durata, o ‘hard’, di lunga durata e profonda. Molti fattori purtroppo fanno sospettare che questa seconda ipotesi sia quella giusta: uno in particolare, la vastità della platea di imprese, attività, governi, famiglie, istituzioni finanziarie c he hanno accesso debiti a tassi zero o negativi e che ora si potrebbero facilmente trovare sul lastrico.

Le Banche centrali d’Occidente ora stanno agendo. Ma c’è un paio di punti, anzi tre, piuttosto delicati. Punto Uno: manovre dei tassi dell’ordine di mezzo punto possono contrastare una inflazione che orami è ampiamente sopra l’8-9 per cento? I tassi alla fin fine rimangono negativi in termini reali. Per quanto tempo può tenere questa situazione? Quando le autorità monetarie dovranno intervenire con una terapia alla Volcker, ovvero tassi sopra il tasso di inflazione che ricordiamo viaggia sopra l’8-9 per cento?

Punto Due. Quando Paul Volcker agì con determinazione contro l’inflazione negli anni Ottanta del precedente secolo, poi arrivò al potere l’amministrazione Reagan, fu avviata la ‘rivoluzione’ reaganiana, con la riduzione delle tasse (per le classi ricche) come elemento fondante e fondamentale. La politica di bilancio espansiva di impostazione neo-liberistica era sicuramente reazionaria in termini di classe, ma altrettanto sicuramente ebbe l’effetto voluto: fornì domanda aggiuntiva all’economia proprio quanto si erano sviluppati gli effetti recessivi della politica monetaria di Volcker.
Allora Washington si poteva permettere quelle manovre di bilancio espansive poiché aveva pochissimi debiti pubblici e privati ed aveva ancora una buona base di risparmio nazionale. Oggi con l’immane peso di debiti pubblici e privati e con l’inesistenza della base di risparmio nazionale che accade? Il problemino appare non proprio piccolo: i necons di Washington è dintorni non ne erano edotti?

Non abbasta: c’è pure Punto Tre. Si è mai vista una guerra, oltretutto uno guerra mondiale, finanziata senza ulteriore enorme nuovo debito da parte dello stato? No. Per tantissime ragioni che non stiamo qui ad spulciare, ma sta di fatto che non si è mai vista. Ed allora come è possibile finanziare questa guerra mondiale proprio quando si impongono politiche non solo monetarie ma anche di bilancio ‘di prudenza’ dopo l’indebitamento globale da crisi pandemica in particolare? I neocons non erano edotti neppure di questo?

Insomma le guerre hanno aggravato seriamente un processo in atto che richiedeva, richiede e richiederà nel prossimo futuro ancora di più, tutto il contrario di una guerra globale per essere affrontato: richiedeva, richiede e richiederà diminuzione delle spese poco produttive (e le spese di guerra sono improduttive); e una fortissima cooperazione fra le grandi economie del mondo per via delle interconnessioni e degli squilibri esistenti fra grandi regioni del mondo. Invece di riduzione spese inutili e invece governo globale ci troviamo con un aumento di quelle spese e con un deficit enorme di governo globale. La Grande Stagflazione Globale quindi potrebbe travolgere tutto non solo per la vastità della platea di attività economiche e sociali potenzialmente in pericolo con la stretta finanziaria, ma per l’incapacità di governo della crisi in particolare in Occidente.

Non bastasse l’impatto macroeconomico c’è pure un impatto ‘economico-istituzionale’ ancora tutto da decifrare: quello dell’erosione e delegittimazione delle istituzioni americane del dollaro globale, FED e SWIFT. Chi mai d’ora in poi sarà sicuro che i propri asset di banca centrale siano al sicuro presso la FED? Chi d’ora in poi sarò sicuro di poter accedere al sistema dei pagamenti internazionali? Nessuno: c’è un potenziale gravissima crisi della ‘certezza del diritto’ nell’ambito più decisivo del mondo capitalistico, il cuore del sistema finanziario e monetario. Questo aspetto potrebbe essere travolgente: ma potrebbe venir fuori solo nel momento più sbagliato ovvero nel pieno di una crisi finanziaria o monetaria sistemica. Senza poi contare la spinta geopolitica per i paesi extraOccidente a bypassare o a creare alternative rispetto ai sistemi monetari, finanziari, di pagamenti occìdentali. Non è un processo facile, tuttaltro, ma pur tuttavia le capacità di innovazione non mancano certamente sull’asse Pechino-Delhi-Riad-Doha-Capetown.

Tutto questo non può non avere pesanti conseguenze sui sistemi politici occidentali. Morale: i neocons, aggravando pericolosamente i già forti e consistenti fattori di crisi sistemica, a livello economico, sociale e quindi di sistemi politici nazionali, stanno portando l’Occidente esattamente dove vuole Putin, ovvero nel bel mezzo della crisi organica dei sistemi politici pluralistici del nostro mondo. Vladimir Putin lo ha detto esplicitamente al Forum economico di San Pietroburgo: non c’è bisogno di molte interpretazioni. Non è detto che Putin riesca a raggiungere questo suo obiettivo strategico ‘di sistema’, ma i neocons gli stanno enormemente facilitando il gioco. La rotta neocon porta l’Occidente a Mosca! E non solo !!!!

Qui arriviamo ad un altro aspetto chiave della guerra economica totale contro la Russia: oltre il 40 per cento del Pil globale, (in termini di potere d’acquisto è ancora di più), ha rifiutato le sanzioni. Sono le grandi economie produttive emergenti, Cina, India, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Turchia, Argentina, Messico eccetera eccetera, eccetera. Per avere un voto di maggioranza all’assemblea Onu per la condanna della aggressione russa, nella risoluzione non si fa menzione delle sanzioni, che così rimangono senza alcuna legittimazione internazionale, neppure meramente politica. Le grandi economie emergenti sono tutti grandi attori ‘astenuti’  o comunque ‘no sanzioni’ rispetto alla guerra di aggressione russa contro Kiev.

Da un lato abbiamo un ‘Occidente’ alle prese con la Stagflazione, dall’altro ci sono i paesi più poveri alle prese con la Carestia, per via delle strozzature nelle filiere alimentari. In mezzo ci sono le grandi economie emergenti. Le quali si stanno organizzando con peculiarità geopolitiche non secondarie: le grandi nazioni emergenti, con modalità differenti, stanno mettendo in campo una medesima logica geopolitica. Ovvero la logica dei multi-allineamenti e/o quasi allineamenti multipli e flessibili, ‘adattivi’ si potrebbe definirli. 

Cina e democrazie del Sud da un lato mantengono o consolidano i rapporti con la Russia, e dall’altro lato mantengono o consolidano relazioni con l’Occidente. Non sono né allineate con la Russia (la Cina per prima) nel compatto ‘blocco eurasiatico’ che ipotizzano i politologi putiniani o ‘euroasiatisti’, né costituiscono l’indistinto ‘Sud globale’ che ipotizzano i politologi americani di Foreign Affairs: sono il Nuovo Terzo Mondo emergente non più dipendente dall’Occidente e non più ‘non allineato’, ma ‘multi allineato/quasi allineato’. Proprio grazie a questa logica geopolitica peculiare e innovatrice, il Nuovo Terzo mondo emergente potrebbe diventare il ‘centro’ del prossimo ordine capitalistico mondiale, aperto ai commerci, ma attento ale sovranità, interconnesso ma differenziato, globale ma ‘regionale’. 

Un esempio piccolo piccolo? La Cina. Pechino è legata da una ‘amicizia inossidabile’ a Mosca. La Cina è membro fondamentale dell’RCEP, l’Accordo economico asiatico, del quale fanno parte alleati Usa come Australia e Giappone; ha chiesto l’adesione al CPTPP, l’Accordo economico del Pacifico guidato dal Giappone; organizza i vertici BRICS anche con la Russia (la formula Brics coinvolge le principali grandi economie emergenti e la Federazione Russa); consolida la Via della Seta con l’iniziativa BRI; guarda all’America Latina e all’Asia Occidentale; non perde occasione per rilanciare il rapporto con l’Unione europea nonostante i tempi difficili (come mostra il recentissimo mega contratto di tre compagnie aeree cinesi per Airbus); fa accordi con le istituzioni del sistema bancario internazionale. Insomma anche la Cina gioca a tutto campo: è quasi-allineata con Mosca ma è pure multi-allineata fra Asia-Pacifico, Medio Oriente ed Europa e Giappone. Senza contare il rapporto chiave con l’Asean. E’ proprio questa logica geopolitica innovatrice della flessibilità, della adattabilità e delle complementarietà che definisce le grandi economie emergenti e la loro potenziale ‘centralità’ sistemica.

La guerra mondiale sta favorendo precisamente questo ruolo di ‘centralità potenziale’ delle grandi economie emergenti: gli consente di avere rapporti con tutti i giocatori; gli impone di innovare in termini di istituzioni internazionali; e di coordinarsi; e di prendere iniziative cooperative. Basti pensare al ruolo della Turchia nelle mediazioni per la guerra o per la crisi del grano. O al potenziale ruolo di Cina e India al consiglio di sicurezza in caso di un pericolosissimo aggravamento del conflitto. In realtà la frattura Nord/Sud o Occidente a guida americana/nuovo Terzo mondo emergente costituisce il vero asse con cui comprendere natura e caratteri dei conflitti geopolitici-geoeconomici e dei processi storici in atto.

E qui arriviamo, per quanto ci riguarda come occidentali, ad un punto cruciale: quale relazione come ‘Occidente’ dobbiamo costruire con questo Nuovo Terzo Mondo emergente? Un rapporto ‘neo-coloniale’ di stampo neo-imperiale come sottintendono i neocons con i loro approcci fondamentalisti di destra o di sinistra, con le guerre infinite, con la loro logica geostrategica di allineamenti ‘forzosi’ in vista di un mondo neo-bipolare? O un approccio ‘liberale coerente con i propri valori’, come quello della Cancelliera Angela Merkel, o del suo successore socialdemocratico, che punta a regolare, in modo neo-multilateralista, questo nuovo mondo neo-multipolare?

Un elemento fondamentale della ‘geopolitica liberale’ della Cancelliera era proprio l’asse geopolitico chiave con le grandi economie emergenti; l’attuale Cancelliere ha proposto, innovandolo, questo asse in due interventi importanti in due diverse occasioni e poi con l’invito ad alcune democrazie del Sud al vertice bavarese del G7, India, Indonesia, Sudafrica, Senegal, Argentina. Ma per dare profondità storica e politica agli assi con le grandi economie emergenti (per inciso: la Russia in questo assetto ha uno spazio molto particolare, molto affine a quello che nel sistema degli stati europei aveva rispetto alle potenze marittime, non essendo ovviamente prima una potenza marittima, oggi una grande economia produttiva emergente; approfondiremo questo tema fondamentale) servono approcci, visioni, mezzi, strategie, ed anche lotta. Appare evidente che l’ideologia neocon di qualunque denominazione è una ideologia ‘suprematista’. Lo è o in termini razziali, etnici, etno-confessionali (di destra), o in termini di rivendicazioni fondamentaliste di diritti specifici o di stili di vita (di sinistra): la logica degli allineamenti forzosi che la domina è in conflitto sistemico con quel Mondo degli Emergenti. 

E’ proprio la logica delle guerre infinite che si scontra frontalmente con le grandi economie produttive emergenti che richiedono come priorità investimenti civili, redistribuzioni sociali e stabilità. I neocons vogliono guerre infinite e spese di guerra; gli Emergenti, specialmente le ‘democrazie del Sud’, vogliono stabilità e creazione di nuovi spazi economici e sociali: la guerra non è in cima alle loro priorità strategiche.

L’Occidente nella sua anima profonda ha i valori democratici liberali: ha lo stato di diritto, la rule of law, lo stato sociale; ma ha anche lo stato di eccezione, il conflitto amico/nemico, i dis-valori ‘di superiorità’. Oltre la ‘Faglia Principale’ (quella Nord/Sud) c’è un’altra frattura fondamentale,(per ora) occultata dalle guerre: quella che investe l’anima dell’Occidente, fra Kelsen e Schmitt, fra Salgari e Kipling, oggi fra neocons neocolonialisti e Liberali coerenti. L’astronave Terra è in rotta verso l’ignoto: tocca anche a noi occidentali decidere se quell’ignoto sia un buco nero supermassiccio oppure la scoperta di nuovi mondi, di nuove forme di vita di nuove civiltà.

Ultimissime considerazioni finali: L’Europa con le sue indubbie debolezze e contraddizioni ha un ruolo chiave da giocare proprio ad iniziare dal rapporto con le grandi economie emergenti del Sud del mondo. Proprio la sua (tragica) storia di colonialismo le impone di andare avanti fortissimamente sulla via di un approccio ‘liberale coerente’, erede della Cancelliera. Ciò vuol dire sviluppare relazioni di forte cooperazione con i paesi del Nuovo Terzo Mondo emergente fondandosi sui commerci, sugli interscambi economici e culturali, sulle capacità di interazione potenziali fra sviluppo globale, aperture dei mercati e delle reti e aperture politiche. Ma, come dicevamo, a questo bisogna dedicare non solo inviti formali a vertici internazionali, ma capacità di siglare trattati economici e commerciali di nuova generazione, capacità di implementare nuovi ed ambiziosi programmi di investimenti civili e capacità di trovare punti di equilibrio politici con questi paesi legatissimi alla logica geopolitica del ‘multi-allineamento/quasi-allineamento’.

Ma tutto ciò deve essere inquadrato in un approccio più ampio relativo anche alle strategia nella guerra, la guerra militare ucraina e la guerra economica mondiale: abbiamo prima (sommariamente) evidenziato i punti opinabili della risposta ‘occidentale’ militare e i punti alquanto pericolosi della risposta di guerra economica: l’Europa, a nostro avviso, deve fortemente impegnarsi a cambiare i punti critici, cercando di mobilitare in questa ottica le migliori energie americane. L’Occidente ha un (disperato) bisogno di approcci anche globali ‘liberali coerenti’: l’affermazione di ideologie, politiche, geopolitiche neocon a livello globale porta a crisi organiche dei sistemi e delle culture politiche democratiche in Occidente. La battaglia decisiva sarà combattuta su questi terreni. 

Morale. I neocons come abbiamo detto stanno portando l’Occidente precisamente dove vuole Putin: nelle sabbie mobili del rinnegamento dei valori democratici liberali, dello stato di diritto e delle certezza del diritto globale e nazionale. I neocons stanno ‘putinizzando’ l’’Occidente’. Questa è la ragione di fondo, alla fine, per cui la rotta dell’’Occidente’, anche in relazione alla guerra, deve essere cambiata. Rapidamente. In un recente pezzo, Jeffrey Sachs, grande economista liberale (e profondo conoscitore della Russia) parla dell’Ucraina come dell’’ultimo disastro neocon’, e dopo aver descritto il ‘movimento neocon americano’, conclude: ‘La frustrazione (NB per questo disastro neocon) aumenterà in Europa e negli Stati Uniti con le vicende militari e le conseguenze stagflazionistiche della guerra e delle sanzioni, gli effetti a catena potrebbero essere devastanti’. Parola del grande economista liberale.

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