Geopolitica di un non-stato. Obiettivi e contrasti del Kurdistan Iracheno

La crisi delle istituzioni statali e il sostegno militare internazionale nella lotta contro lo Stato Islamico (IS), hanno offerto ai curdi-iracheni un’opportunità storica per la realizzazione di uno stato indipendente.

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La componente curdo-irachena rappresenta un quinto del totale della popolazione nazionale, concentrata nella parte nordorientale del paese. Essa non è un blocco unitario con interessi e obiettivi comuni. I contrasti che separano i movimenti politici curdo-iracheni, in particolare quelli legati alle due famiglie più influenti, Barzani e Talabani, hanno a lungo impedito il progetto di indipendenza. Ciò tende a svalutare le opportunità aperte dalla guerra all’IS sul percorso che conduce all’estensione dell’area controllata dal KRG (Kurdistan Regional Government) in Iraq. I partiti storici presenti in Kurdistan, il PDK (Kurdistan Democratic Party) di Barzani, radicato nei governatorati di Arbil e Dahuk, e il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) di Talabani, radicato nelle zone di Kirkūk e Sulaymaniyya, sono stati in passato responsabili di una feroce guerra civile (’94 -‘97). Le alleanze e i contrasti formatisi durante il periodo della guerra civile sono perdurati nel tempo, rallentando un possibile consolidamento dell’autonomia acquisita dopo la prima guerra del golfo. Nelle ultime elezioni (2013) si è imposto il KDP di Mas’ud Barzani. Queste elezioni hanno però sancito la modifica dello scenario politico che ha portato a nuovi contrasti. Come seconda forza politica della regione, infatti, con il 24% delle preferenze, si è assestato il Movimento Gorran, riformatore e liberale, nato da una scissione interna del PUK. A peggiorare la situazione, la scelta di Barzani nel 2015 di prorogare il suo mandato e l’esclusività nella gestione del comparto energetico da parte del KDP.

A rendere i contrasti intra-curdi ancora più profondi, inoltre, vi è anche la possibilità che essi possano divenire in futuro oggetto di guerre per procura, secondo gli interessi di attori regionali e internazionali terzi.

Il sottosuolo della discordia

Il Kurdistan iracheno è ricco di risorse naturali. Agricoltura e pastorizia costituiscono le principali attività economiche della popolazione, ma la recente storia della regione è indissolubilmente legata alla presenza nel sottosuolo di ricchezze consistenti. Il Kurdistan iracheno, infatti, detiene il 20% delle risorse petrolifere stimate dell’Iraq e a oggi produce il 75% del greggio nazionale.

Nonostante la prosperità del sottosuolo, la popolazione curda rimane ai margini della ricchezza prodotta in tutte le sue aree a causa della politica economica sviluppata dal governo centrale di Baghdad. Esso riconosce al KRG il 17% dei proventi della vendita degli idrocarburi. L’economia e la società curdo-irachena, condizionata da corruzione e clientelismo, dipendono oltre che dal petrolio, anche dai pubblici impieghi civili e militari pagati dal governo centrale. Nel Kurdistan iracheno i giacimenti, che tecnicamente appartengono all’irachena NOC (North Oil Company), hanno oggi una capacità di 435Mbbl al giorno e riserve petrolifere stimate per 53Gbbl (a cui sarebbero da aggiungere gli 8,7 Gbbl di riserve presenti nell’area estrattiva di Kirkuk). La Rosneft sta sostenendo il progetto nel Kurdistan di costruire una pipeline, che entro il 2019 dovrebbe consentire l’esportazione di gas per 30 miliardi di m3 annui, stimati in totale nell’area a 5,6 trilioni di m3.

Le entrate del comparto petrolifero rappresentato il 75% del PIL e il 95 % sul totale delle entrate del KRG. L’indipendenza del Kurdistan iracheno passa dunque attraverso i ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale, che farebbero assumere al futuro stato i connotati di un rentier state, ovvero uno stato che fonda la propria economia sulla rendita dei proventi della vendita degli idrocarburi.

I rapporti con l’Iraq

Il Kurdistan iracheno ha un’autonomia politica de jure, come regione federale dell’Iraq, dal 2003. I conflitti degli ultimi anni hanno prodotto nuove opportunità per la lotta autonomista della minoranza curda. Davanti all’avanzata dell’IS, infatti, l’esercito di Baghdad fuggì e i peshmerga salvarono la città di Kirkuk. Da allora la città, che i curdi rivendicano da sempre come simbolo della loro popolazione, nonostante l’arabizzazione forzata condotta dal regime ba’athista, è passata sotto il controllo delle autorità curde. Il 25 settembre 2017 si è tenuto nel KRG un referendum non vincolante per l’indipendenza, fortemente voluto dal KDP di Barzani, con un’affluenza del 72%, nel quale i sì hanno ottenuto oltre il 92%.

Per il Governo centrale di Baghdad, deciso a mantenere l’unità dell’Iraq, rinunciare ai ricchi giacimenti di Kirkuk e alla gestione del greggio estratto nel Kurdistan non è possibile. Il governo iracheno, dunque, in risposta al referendum ha provveduto allo stop dei voli internazionali dagli aeroporti della regione. In seguito ha avviato un’operazione militare in tutti i disputed territories, tornati in parte sotto il controllo iracheno per mano dell’esercito regolare e delle milizie sciite Hashd al-Sha’abi.

Primo effetto di questo intervento militare è stato la sospensione del risultato del referendum e il rinvio delle elezioni in Kurdistan previste per novembre 2017, per eleggere presidenza e parlamento del KRG. Il 29 ottobre 2017, Barzani attaccato su più fronti ha annunciato le dimissioni dalla carica di presidente. A novembre 2017 il referendum riguardante l’indipendenza è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte suprema irachena. Il motivo della bocciatura è legato agli articoli 1 e 109 della Costituzione irachena, i quali sanciscono che lo Stato federale è pienamente sovrano ma deve garantire l’unità nazionale. La carta costituzionale non consente quindi nessuna separazione.

La situazione politica internazionale

La prospettiva di una secessione del Kurdistan iracheno è sfociata nelle  prese di posizione contrarie al referendum anche da parte degli attori internazionali interessati nell’area. Un Kurdistan iracheno indipendente costituisce un fattore di tensione nell’area e rischierebbe di scatenare pressioni nei paesi limitrofi, aprendo le porte a scenari di spartizione territoriale e conflitti di potere, dai risultati difficilmente prevedibili. Principalmente Iran e Turchia sono preoccupate che l’indipendenza  curdo-irachena possa scatenare l’irredentismo delle loro minoranze curde presenti nell’aree limitrofe. Questo ha generato un riavvicinamento fra i governi di Ankara, Teheran e di Baghdad, tutti fermamente contrari all’indipendenza del Kurdistan iracheno. Il rifornimento di armi e il sostegno politico alle forze curde da parte della coalizione anti-IS hanno fatto sì che il governo turco (nonostante i rapporti economici con il KRG) procedesse verso l’alleanza con Russia e Iran per evitare che le altre minoranze curde si rafforzassero. L’incontro di Sochi fra Putin, Rohani ed Erdogan ha palesato al mondo questa nuova alleanza, già strutturatasi durante gli accordi di Astana, da cui appunto (come per i colloqui di pace di Ginevra) sono stati esclusi i referenti di partiti e milizie curdi. A metà novembre 2017 inoltre, il presidente Trump ha annunciato che gli Usa non sosterranno più militarmente i peshmerga.

Una possibile soluzione

Il processo di State Building curdo-iracheno condurrebbe alla divisione territoriale dell’Iraq che ne sarebbe danneggiato economicamente e politicamente, possibilità a oggi non percorribile. Una più forte autonomia, con una propria gestione delle risorse energetiche, una forte decentralizzazione amministrativa, un maggiore riconoscimento giuridico e culturale, sembra la scelta più ponderata. Essa richiederebbe il coinvolgimento delle organizzazioni internazionali (ONU in primis), per raggiungere accordi di stabilizzazione interna tra le forze politiche curde e tra quest’ultime ed il governo centrale.

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