Geopolitica e identità

Che i confini di una nazione siano del tutto estranei alla natura è una difficile lezione che Lucien Febvre ha imposto al mondo nel 1922 quando ha svelato i legami tra il concetto di confine e la storia, tra l’idea di limite e di società nella sua opera “La Terre et l’évolution humaine”. Che una nazione non sia solo un’estensione politica/territoriale bensì una “comunità immaginata” dai suoi stessi abitanti è un’altra fondamentale lezione che Benedict Anderson ha impartito nel 1983 a chi credeva  nell’innata natura ideologica di un Paese: ciò che invece unisce i membri di una nazione, spiega il sociologo nel suo “Imagined Communites”, è il risultato inevitabile di un costrutto culturale immaginativo, causato dall’impossibilità per tutti i suoi abitanti di poter creare relazioni reali e concrete. Ma non solo.

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La nazione è sempre immaginata con dei confini precisi, in grado di separare se stessa dagli altri, la propria identità dall’alterità. L’immaginazione crea dunque legami, territori e anche limiti: poco importa, ci avverte Anderson, se il risultato immaginativo sia vero o falso, giusto o sbagliato. Ciò che conta è il modo in cui l’immaginazione crea la nazione. La natura squisitamente culturale dell’identità nazionale ne permette non solo l’interiorizzazione nella coscienze individuali e collettive, ma anche l’esportabilità: è ciò che accadde nei Paesi colonizzati, nei quali il sentimento nazionale veniva trasferito e interamente assorbito dai suoi abitanti, al punto da prevaricare ideologie ed etnie. Le mappe stesse erano l’estensione illusoria di una naturalezza geografica, la legittimazione territoriale di un’identità immaginata, talmente potenti da diventare quasi simboli totemici, capaci di far leva su emozioni ctonie. La Storia, al pari di un racconto mitologico, era il mezzo identificativo privilegiato: passato, presente e futuro si fondevano per creare un unico tempo, in grado di scandire l’essenza nazionale univoca.

L’identità perduta

La situazione geopolitica mondiale è perciò intrisa di immaginazione, emozioni e disemozioni, di scontri tra sensazioni diverse. Dominique Moïsi nella sua mappatura geopolitica ne individua tre essenziali: la paura, l’umiliazione e la speranza (Moïsi, Geopolitica delle emozioni: le culture della paura, dell’umiliazione e della speranza stanno cambiando il mondo, 2009 ). La paura più grande che gli Stati attuali conoscono è proprio quella relativa all’ identità: riconoscere la propria individualità e affermarla significa riuscire ad emergere in un mondo dominato dall’uniformità tipica della globalizzazione. Imporre la propria esistenza sulla scena internazionale vuol dire far riconoscere la propria essenza e unicità e perciò acquisire più forza. Il processo di costruzione dell’identità di un Paese è però meno semplice del previsto: non solo ogni nazione deve continuamente confrontarsi con le altre, ma deve anche contemplare il suo passato. Un passato, spesso, complesso, diverso dal presente o alterato da ricordi interiorizzati sbagliati. Se è vero che la nazione è un’entità culturale immaginata, è possibile che le rappresentazioni interiori di sè e degli altri non siano corrette.

La crisi identitaria turca: tra fragilità e dispersione

Nel 1988 uno studio tedesco  (M.M. Fichter, M. Elton, L. Sourdi, S. Weyerer, G. Koptagel-Ilal, “Anorexia nervosa in Greek and Turkish Adolescents, European Archives of Psychiatry and Neurological Sciences, volume 237, issue 4, June 1988.) condotto su gruppi di adolescenti turchi e greci, residenti in tre Paesi diversi (Germania, Grecia e Turchia) rivelò un’incidenza maggiore dei casi di anoressia nervosa nelle ragazze che si trovavano in Germania. Figli dell’ondata migratoria degli anni ’60 e ’70, gli adolescenti turchi nati e cresciuti in Germania avevano interiorizzato e subìto i modelli sociali e culturali occidentali: al contrario dei loro genitori, che conservavano un’identità precisa frutto di un  passato ben definito, le nuove generazioni erano vittime di una sorta di crisi identitaria, prodotta dall’incontro con l’Occidente.

Ben lontani dal considerare se stessi come figli di un Paese dal passato imperiale e dal grande orgoglio nazionale, l’autopercezione degli adolescenti turchi si frantumava a contatto con l’alterità tedesca. Che la Turchia non sia mai stata immune da oscillazioni identitarie è un fatto evidente: da impero dai confini vastissimi e a nuova nazione mutilata e  timorosa di subire ulteriori smembramenti e accerchiamenti, fino al fragile isolamento degli ultimi anni; dalla paranoia della sindrome di Sevres al desiderio di inclusione europeo. La Turchia si caratterizza per quella che lo psicoanalista Kernberg ha definito “diffusione identitaria”: un’identità dispersa, fragile, caratterizzata da un’immagine di sè instabile, ma dai comportamenti marcati, forti e talvolta contraddittori. Il desiderio di accettazione europeo ne è l’esempio più evidente: da un lato la speranza non solo dell’adesione, ma soprattutto del recupero di una stabilità identitaria nuova, dall’altra  la coscienza di poter essere un attore significativo e impositivo in Europa. Da un lato le minacce interne e la paura mai sopita di quelle esterne, dall’altro il processo di occidentalizzazione, e quell’apertura verso l’Europa che mal si concilia con la preoccupazione costante della sicurezza: un isolazionismo che oscilla continuamente tra inclusione  ed esclusione, tra idealizzazione e svalutazione.