Geopolitica dello sciismo

L’Iran si propone come faro degli sciiti, e reclama un posto primario nella gerarchia del potere regionale. Il contrasto con l’Arabia Saudita, la guerra in Siria, le nuove elezioni: i piani di Tehran nel prossimo futuro.

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Gli sciiti
Lo sciismo (da Shi’a: “partito” di Alì) rappresenta la più importante divisione all’interno del mondo islamico. La divisione nacque per motivi politici, quando nel 661 la dinastia Omayyade di Damasco (in principio avversa alla famiglia di Maometto), nella figura di Mu’awiya, conquistò la guida del Califfato.
Sconfitto politicamente da questo episodio fu Alì, quarto califfo, cugino e genero di Maometto, e di conseguenza la famiglia del Profeta fu estromessa dalla guida della Umma islamica.
Attorno alla famiglia del Profeta (ahl al-bayt: “le genti della Casa”), in particolare alla figura di Al-Husayn, figlio di Alì e nipote di Maometto, si costituì un partito (Shi’a) che reclamava il ruolo di guida della Umma, in nome della sacra discendenza. Nel 680 Mu’awiya designò come suo successore Yazid, suo figlio, rendendo ereditario il titolo di Califfo e evidenziando l’estromissione dei discendenti di Alì dal centro del potere islamico. A questo punto Husayn tentò di tornare in Iraq per riconquistare il comando, insieme ai seguaci del padre, ma a Karbala, un villaggio sull’Eufrate, venne raggiunto dalle truppe governative e rimase ucciso dopo un combattimento, dove trovarono la morte la maggior parte dei suoi seguaci. “Il massacro di Karbala” segna un punto di non ritorno per la componente sciita: è il giorno in cui una mano musulmana, proclamatasi rappresentante della Umma islamica, ha ucciso un membro della famiglia del Profeta.

La distribuzione
Oggi lo sciismo rappresenta circa il 15-20% dei musulmani: è maggioritario in Iran (dove gli sciiti rappresentano la quasi totalità della popolazione), in Azerbaijan, in Iraq e in Bahrein. Grandi percentuali di sciiti sono presenti in Libano (circa la metà della popolazione islamica), in Yemen, in Kuwait e in generale in tutti i paesi arabi. Anche in India, in Pakistan e in Tajikistan sono presenti buone percentuali di sciiti. In Siria, dove la maggioranza della popolazione è islamica sunnita, governa la famiglia Assad, che appartiene al ramo degli alawiti, divenuti parte della galassia dello sciismo solo nel 1973, a seguito di una fatwa pronunciata dall’Imam sciita Musa al-Sadr.

L’Iran come “faro” dello sciismo
Il principale rappresentante dell’universo sciita contemporaneo è l’Iran: la popolazione iraniana è composta per circa il 90% da sciiti, e ad oggi è l’unico stato appartenente a questa fazione islamica in grado di proiettare la propria influenza sulla regione mediorientale.
L’Iran ha abbracciato la religione sciita come religione di Stato con l’avvento della dinastia Safavide nel XVI secolo, generalmente considerata la dinastia che ha creato l’Iran moderno. Shah Ismai’il, fondatore della dinastia Safavide e grande re iraniano, ha imposto lo sciismo alla nazione in funziona anti-turca. Erano infatti  gli Ottomani i nemici dell’Iran safavide, visti come impedimento per la ristrutturazione della Grande Persia. A quel punto lo sciismo, nato in Iran per motivi politici, si diffuse e divenne parte fondante del nuovo stato.

Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran è stato per molti anni una fonte di ispirazione per l’Islam politico: la rivoluzione di Khomeini, e il suo conseguente progetto, ebbe un grande impatto sull’universo islamico, trovando il terreno già fertile grazie al ruolo che l’Islam aveva avuto in tutte le lotte di decolonizzazione dell’area MENA. Ma la lunga guerra contro l’Iraq, e le continue frizioni con l’Occidente arrivate al culmine con le due presidenze di Ahmadinejad, relegarono il nuovo Iran all’interno dei propri confini. Il progetto di diventare il “faro” dell’Islam sciita era però solo rimandato: con la presidenza Rouhani, e con l’inizio della guerra in Siria, l’Iran ha di nuovo rivolto il suo sguardo sulla cosiddetta “Mezzaluna sciita”. Ha rafforzato i mai sopiti rapporti con Hezbollah, deterrente iraniano nei confronti di Israele, ha approfittato del nuovo corso sciita iracheno , ha supportato attivamente gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen, in una guerra per procura all’Arabia Saudita (stesso dicasi della  parentesi tra il 2011 e il 2014 in Bahrein), ma soprattutto ha inviato i Pasdaran per sostenere Assad in Siria.
La Siria, infatti, rappresenta l’hub strategico di Teheran per il progetto di influenza nel mondo sciita. Il clan alawita degli Assad, al potere dal 1970, è la garanzia di uno stato amico che unisce il puzzle di alleanze che porta l’Iran sino al Mediterraneo. Uno stato arabo che condivide ufficialmente gli stessi interessi geopolitici di Tehran, dal rapporto con Washington a quello con Tel Aviv. Un ponte con il Libano, nonché il teatro di guerra nel quale l’Iran ha ribadito la sua volontà di presentarsi come attore principale della regione. Gli sviluppi del nucleare, e il ritrovato dialogo con l’Occidente sino alla presidenza Trump, avvalorano questa tesi.

L’Iran ha sancito nella sua costituzione una legittimazione alla proiezione, se non globale, quantomeno regionale: negli articoli 152 e 154 si legge che la Repubblica Islamica ha l’obiettivo di proteggere “i deboli della Terra” e i musulmani ai 4 angoli del globo.
Obiettivi che risultano più ideali che altro, ma analizzando lo squilibrio di potenza che c’è a favore dell’apparato militare di Teheran rispetto al suo principale avversario nella regione (l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo), si può scorgere il perché l’Iran reclami un ruolo di primaria importanza nella gerarchia di potere nella penisola arabica e nei territori limitrofi.
I paesi arabi del Golfo possiedono un totale di 368.000 unità delle Forze Armate, capitanate dai sauditi che ne possiedono 227.000. L’Iran, da solo, possiede 475.000 uomini, suddivisi in 350.000 uomini dell’esercito e 125.000 della Guardia Rivoluzionaria Nazionale.
Quest’ultima, che usufruisce della maggioranza della quota destinata alla spesa militare, è l’apparato dell’esercito destinato a difendere, e di conseguenza a diffondere, i precetti della rivoluzione khomeinista, ed è presente in 3 stati fuori dai confini iraniani: Siria, Iraq e Yemen.
Oltre al fattore militare, l’Iran possiede un vantaggio geografico non indifferente: possiede integralmente il controllo dello Stretto di Hormuz, dove transitano giornalmente 17 milioni di barili di petrolio al giorno.
Inoltre, da quando gli Houthi, ribelli filo-sciiti, hanno preso il controllo della zona sud-occidentale dello Yemen, Tehran si ritrova un potenziale controllo indiretto anche sullo stretto di Bab al-Mandab, dove transitano 25.000 navi l’anno, il 7% della navigazione globale. Per controbilanciare la costruzione della base militare saudita nel Gibuti, volta proprio a ripristinare un controllo di Ryad nelle acque yemeniti, l’Iran ha ottenuto la concessione ad usare diverse isole e un porto in Eritrea. E’ la conferma dell’interessa strategico della Repubblica Islamica verso lo Yemen, prolungamento della mezzaluna sciita e potenziale “Vietnam militare” per la casa reale saudita, impegnata ufficialmente a difendere il governo di Sana’a tra le mille difficoltà, data la scarsa esperienza di Ryad nei conflitti militari.

La contrapposizione con Ryad
L’Iran sta quindi costruendo un soft power fatto di alleanze strategiche con alcuni paesi e attori dell’area, con una presenza militare nelle zone di conflitto e ribadendo il ruolo di faro sciita mondiale.
Da questo punto di vista soffre di una distanza incolmabile rispetto allo sfidante saudita: la casa reale dei Saud, infatti, ha dalla sua un vettore di proiezione globale che, negli ultimi 30 anni, le ha permesso di sviluppare un notevole soft power in diversi zone del globo. Si tratta dell’egemonia costruita dall’esportazione del wahabismo, particolare diramazione integralista del sunnismo che si richiama ad una interpretazione letterale del Corano e degli hadith. Dagli anni ’70, infatti, con il boom delle esportazioni di petrolio che hanno portato l’Arabia Saudita a divenire uno degli stati più ricchi della regione, Ryad ha iniziato, tramite erogazione di fondi, di invio di materiale didattico e con la costruzione di moschee e madrase (scuole coraniche), ad esportare il marchio wahabita in tutto il mondo.
La Lega Musulmana Mondiale e il Fondo per lo Sviluppo Saudita sono due esempi di come la casa reale ha influenzato milioni di fedeli in tutto il mondo, dallo Yemen alla Cina passando per la California. Miliardi di dollari destinati ai quattro angoli del globo che hanno aumentato la capacità dell’Arabia Saudita di espandere il proprio marchio.
Inoltre, i sauditi, posseggono un secondo elemento di soft power sul mondo islamico: la sovranità sulle due città sante di La Mecca e Medina. Le due culle dell’Islam sono una fonte di legittimità importantissima, ma anche un onere per Ryad che ogni anno deve organizzare il pellegrinaggio (haji) a La Mecca, e quindi gestire un flusso di milioni di pellegrini. Proprio su questo punto ci sono state frizioni rilevanti con l’Iran, dopo numerosi incidenti che hanno coinvolto cittadini iraniani, e che ha portato al boicottaggio ufficiale della Repubblica Islamica dell’haji del 2016. I diversi incidenti hanno portato alcuni studiosi e membri di spicco della comunità islamica a richiedere una sovranità internazionale sulle due città sacre, ipotesi assolutamente non presa in considerazione dalle autorità saudite.
La religione ancora come terreno di scontro geopolitico, usata come fattore di legittimazione e di proiezione globale.

Il futuro di Tehran
Il difficile compito iraniano è quello di costruire una contro-egemonia alla casa reale saudita, sfruttando le difficoltà militari che Ryad sta incontrando nello Yemen. Dalla sua l’Iran può contare sulle diverse minoranze sciite nei paesi del Golfo (è importante la minoranza presente in Arabia Saudita, che negli ultimi anni è stata protagonista di diversi disordini all’interno del paese) e su una perdita di reputazione che Ryad sta scontando sul panorama internazionale.
La poca trasparenza dell’elargizione dei fondi sauditi, l’ambiguo legame che la casa reale ha con alcuni gruppi estremisti della galassia jihadista, il wahabismo come principio di radicalizzazione verso forme di salafismo estreme, sono alcuni dei fattori che hanno acceso il dibattito internazionale sull’Arabia Saudita.
L’Iran, con fatica, negli ultimi anni ha cercato di scalare posizioni nelle gerarchie regionali: la lotta allo Stato Islamico in Siria, che coinvolge migliaia di Pasdaran iraniani; l’influenza crescente sulla mezzaluna sciita; un ritrovato dialogo con l’Occidente grazie alla figura di Rouhani sono i 3 punti che hanno caratterizzato la Repubblica Islamica negli ultimi 4 anni, e che formano la base degli obiettivi geopolitici del futuro.
Proprio tra due settimane l’Iran andrà al voto per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, o per confermare l’attuale Rouhani: la scelta del Consiglio dei Guardiani di escludere dalla corsa Ahmadinejad, sembra andare nella direzione tracciata, cioè quella di evitare una polarizzazione politica non solo interna, ma anche sul piano internazionale.