La geopolitica delle frontiere e l’immigrazione sulle coste dell’Europa meridionale

A poche settimane dalla tragedia avvenuta nelle acque del Mediterraneo, in cui hanno lasciato la vita 700 uomini, 200 donne, 50 bambini – individuata come la più grande perdita di esseri umani in acque europee negli ultimi dieci anni – ci si interroga sull’efficacia delle soluzioni adottate dal Consiglio Europeo riguardo all’immigrazione verso le coste dell’Europa meridionale e alla necessità di introdurre misure che impediscano simili disgrazie. Percorrendo a ritroso il viaggio della speranza che conduce popoli di molteplici nazionalità e culture sulle nostre coste, una tappa fondamentale è la Rivoluzione dei Gelsomini nel dicembre 2010 e l’inizio delle Primavere arabe.

La geopolitica delle frontiere e l’immigrazione sulle coste dell’Europa meridionale - Geopolitica.info

Le Primavere arabe e la confessionalizzazione del conflitto

Dalle Primavere arabe ad oggi i confini geopolitici nell’area del Vicino e Medio Oriente hanno subito una alterazione in termini di transitabilità territoriale. Si guardi al fenomeno dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS), e alla sua facilità nel muoversi da uno Stato nazione all’altro superando i confini internazionali.

La permeabilità delle frontiere internazionali nell’area mediorientale ha trovato un elemento di accensione nei movimenti sociali, culturali, ideologici, che nati dall’esigenza di una dignità sociale hanno generato la crisi di governi nazionali, fino a quel momento preservati da uno status quo avallato dalle potenze esterne all’area come garanzia di equilibro regionale. Dalla fine del 2010 sullo scacchiere mediorientale si gioca la partita che modificherà gli assetti geopolitici regionali, definita da alcuni analisti  “nuova guerra fredda regionale araba”, con inevitabili ripercussioni sul panorama internazionale.

La Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e l’effetto a cascata in Egitto, Libia e Yemen, anticipato dalle elezioni iraniane del 2009, ha evidenziato il coinvolgimento anche di Stati non arabi nelle manifestazioni di piazza, il cui orizzonte era dar voce alla propria coscienza sociale senza strumentalizzare la confessione. Le motivazioni portate nelle piazze avevano un’identità sociale non religiosa.

A quasi cinque anni di distanza il processo si è esteso alle aree confinanti gli Stati coinvolti direttamente, e ha oltrepassato i confini regionali coinvolgendo attori su larga scala, che muovono i fragili fili di un equilibro pronto ad essere totalmente destrutturato. Tanto da indurre gli esperti a dichiarare che l’Asia Minor Agreement, con il quale Francia e Gran Bretagna nel 1916 ridisegnarono la carta geopolitica mediorientale, sembra riemergere con nuovi protagonisti e nuovi confini.

Nella metamorfosi dei conflitti interni, la confessione ha sostituito le dinamiche di ribellione, e insieme all’indebolimento di un potere istituzionale hanno esercitato una evidente influenza sul fenomeno dell’immigrazione clandestina verso le coste europee.

L’immigrazione verso l’Europa meridionale e la politica dell’Unione

L’immigrazione sulle nostre coste ha lasciato emergere contraddizioni e debolezze della politica europea, da un lato volta a controllare le frontiere esterne, dall’altro a consentire la libera circolazione all’interno degli Stati dell’Unione.

Le frontiere esterne regolate dall’Accordo UE/Dublino III, che demanda allo Stato di primo asilo il ruolo di destinatario a cui rivolgere la richiesta di protezione internazionale, conferisce all’Italia l’esclusività nella gestione dell’accoglienza, e la Direttiva/51/CE per il controllo delle frontiere interne all’area Schengen, che potrebbe costituire un valido strumento di contrasto alle organizzazioni criminali fautrici dell’immigrazione via mare, non è applicabile alla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato.

L’Italia è il paese più esposto ad affrontare una situazione di emergenza generata dalla recrudescenza del fenomeno dell’immigrazione clandestina. E l’assenza di un quadro comunitario volto a collaborare, amplifica le difficoltà.

Dal 2013 il Resettlement Program/UE ha l’obbiettivo di “reinsediare” i rifugiati in aree cuscinetto intorno alle aree di crisi (Vicino e Medio Oriente) con un finanziamento da parte della Commissione Europea a supporto del FER (Fondo europeo per rifugiati) fino ad un massimo di 10.000 euro per rifugiato. Il Programma non ha riscontrato efficacia sul contenimento dell’immigrazione clandestina sia per la mancata partecipazione di tutti gli Stati membri dell’Unione, sia per la sua natura di programma volontario che richiede la cooperazione degli Stati di destinazione.

La fine di Mare Nostrum – missione militare e umanitaria con lo scopo di soccorrere i migranti fino al confine delle acque territoriali libiche – e l’introduzione dell’operazione Triton con l’obbiettivo di controllare le frontiere esterne nel Mediterraneo entro un raggio di 30 miglia, ha sottoposto l’Italia a dura prova  di fronte all’emergenza immigrazione.

E il piano elaborato dal Consiglio Europeo in queste ultime settimane, potenziando in termini economici l’operazione Triton da 3 a 9 mln di euro al mese, anche agli occhi delle Nazioni Unite è risultato mancante per aver difeso l’identità militare senza assurgere ad un carattere umanitario, lasciando inalterati i confini territoriali entro i quali si svolge il monitoraggio delle acque europee.

Lo scacchiere geopolitico

L’assenza di un interlocutore istituzionale aumenta le difficoltà di convogliare verso la soluzione al problema dell’immigrazione clandestina.  La Libia rappresenta il punto da cui partire ma attualmente coesistono due governi, uno a Tripoli non riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro legittimo a Tobruk.

Un Paese ponte tra il Sahara e le coste mediterranee, dove il transito di esseri umani avviene in totale assenza di un controllo governativo, se non da parte di gruppi che si contendono il dominio sui territori interni di passaggio. E’ in corso un negoziato presieduto da rappresentanti delle Nazioni Unite che insieme all’Egitto mediano per stipulare un Accordo sulla nascita di una Presidenza collettiva con un Parlamento a Tobruk. Il negoziato ONU risulta essere parte integrante della soluzione nel tentativo di traghettare uno “Stato che non è più Stato” verso un processo di democratizzazione.

La geopolitica delle frontiere non è l’unico quadrante di una scacchiera destinata a mutare ulteriormente. Entra in gioco la geopolitica degli idrocarburi, l’Italia importa dalla Libia il 24% di gas e 27 % di petrolio.  E la geopolitica delle comunicazioni, con il transito di dati che dalla Sicilia passa per Tripoli e arriva oltreoceano. Mazara del Vallo è il cable landing point più importante d’Italia. Da qui transitano le comunicazioni globali, dati –  internet – telefonia,  di 9 importanti cavi sottomarini di fibre ottiche.

Lo scenario futuro dipenderà in maniera significativa dalle azioni del presente, dal ruolo che svolgerà l’Unione Europea e l’Italia in primis, nel nuovo ordine che si delineerà entro i confini del Vicino e Medio Oriente.