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Diritto e PoliticaGeopolitica della tortura: il costo umano sullo scenario internazionale

Geopolitica della tortura: il costo umano sullo scenario internazionale

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Sul piano del diritto internazionale, la tortura è una pratica ampiamente vagliata e sottoposta, nella teoria, a diverse forme di tutela. La Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, adottata nel 1984, impone divieti e meccanismi che disciplinano il comportamento degli Stati firmatari. Al fine di prevenire queste eventualità, ciascun aderente deve sottostare periodicamente alla supervisione del Comitato contro la tortura, al quale devono essere presentati rapporti periodici quadriennali contenenti le misure realizzate in tale lasso temporale. Perciò, le valutazioni e le comunicazioni del Comitato creano un bilancio sul rispetto degli impegni presi da parte di ogni Stato. Ad oggi, tuttavia, lo scenario è ben più complesso, presentando diversi fattori di criticità in merito ai fenomeni migratori e ai rapporti di forza tra Paesi.

Citando l’articolo 1 della Convenzione, si desume che la tortura non riguarda solo la sfera fisica, ma anche quella emotiva del soggetto. L’atto punitivo ha il fine ultimo di esercitare una pressione psicologica sul malcapitato, in modo da generare la risposta desiderata da chi lo compie. Tale pratica, quindi, si estende ad una varietà di casistiche: dagli episodi di Abu Ghraib ai richiedenti asilo della rotta dei Balcani occidentali, i costi psicosociali nell’insieme provocano ulteriori ricadute sul piano degli equilibri geopolitici globali. Proprio quest’ultimo caso dimostra come la tortura sia un fenomeno fluido, che si estende a livello globale aldilà della forma istituzionale e di governo degli Stati. In tema di migrazioni e rimpatri, il Comitato ONU ha sancito l’inversione dell’onere della prova, in caso di rischio concreto da parte del richiedente di subire violenze nel Paese d’origine senza che costui possa dimostrarlo.

Risulta dunque che i fenomeni migratori siano in stretta correlazione con queste pratiche: è evidente come il confinamento nei campi detentivi e le espulsioni siano sintomi di un quadro ben più ampio, caratterizzato da politiche aggressive, infiltrazioni criminali e razzismo sistemico. La comunicazione politica, volta a generare odio e sfiducia verso questi gruppi, mira ad isolarli, rendendoli una categoria appetibile al mercato del lavoro: l’obiettivo è scoraggiare il soggetto e, in parallelo, infondere in lui la labile speranza di un lavoro precario e a basso costo. Le istituzioni, perciò, sono il perno di questo processo di deglobalizzazione: attraverso la diffusione di questi messaggi viene concepita una visione distorta della realtà. La conseguenza è la militarizzazione dei confini e la continua ricerca di un colpevole nel diverso: il Paese di origine, chi gestisce la tratta oppure gli stessi migranti.

Queste dinamiche hanno un duplice effetto di divisione e contemporanea omologazione degli individui coinvolti. La tortura, come visto, può assumere diverse forme e sfaccettature: di fatto è ciò che la psico-geopolitica definisce come un “trauma collettivo intenzionale”. Nella sua apparente complessità, chi sta nella posizione di potere cerca lo svuotamento dei simboli cari a chi subisce, la rottura dei legami con il Paese di origine, gli affetti e il proprio passato. In una logica politica, la comunicazione genera emozioni forti, che entrano a far parte del vissuto di un popolo e dei suoi valori, portando in seguito ad azioni concrete. Ad un evento fortemente traumatico corrisponde una reazione altrettanto aggressiva: si acuiscono quindi le tensioni, creando ritorsioni e rischi di nuovi scontri. Il torturatore entra violentemente a far parte della vita del singolo, il quale nella collettività riconosce il proprio dolore e nell’odio verso il prossimo la propria identità.

Un’analisi di Amnesty International dimostra come, a livello globale, le violazioni del diritto internazionale umanitario siano frequenti in diverse zone ad elevata criticità: discriminazioni, violenze di genere e crimini di guerra sono solo un sintomo della crisi dei diritti umani di questi anni. La disparità di trattamento tra rifugiati ucraini e provenienti da altre rotte migratorie, i rimpatri forzosi operati da Libano e Stati Uniti dimostrano come le tutele poste dall’ONU passino in secondo piano di fronte alle scelte del mondo politico. Da considerare, inoltre, la tendenza al contenimento della libertà di espressione, associazione e riunione delle autocrazie: benché non si possano accostare direttamente a pratiche di tortura, si può comunque evidenziare il legame derivante dalla pressione psicologica. Il fine rimane lo stesso: la prevaricazione.

L’Egitto, in questo caso, rappresenta un esempio emblematico da esaminare. Sotto la guida di Al-Sisi, ogni diritto di dissenso è venuto meno: forme di repressione di grado diverso, esercitate in particolare dall’apparato giudiziario. In merito al caso Patrick Zaki e all’omicidio di Giulio Regeni, il silenzio e le lunghe attese sono la conseguenza di un lento braccio di ferro tra i due Paesi, i quali devono bilanciare le istanze dell’opinione pubblica con gli interessi economici e commerciali, senza mostrarsi troppo accondiscendenti. La militarizzazione statale ha definito una forma di controllo sempre più stringente: frequenti sono le segnalazioni di pestaggi e dell’utilizzo di elettroshock, oltre a pressioni e minacce nei confronti dei familiari delle vittime.

Il legame tra le vicende dei due giovani è il risultato delle aspirazioni geopolitiche di Al-Sisi e dell’incertezza della comunità internazionale. In primo luogo, si tenga presenta l’interesse commerciale: l’Egitto è uno dei maggiori importatori di equipaggiamento militare, e l’Italia assume una posizione di primo livello in qualità di venditore. In particolare, è dimostrato l’utilizzo di armi italiane per esecuzioni e operazioni di sicurezza interna. L’omicidio di Regeni non è bastato a fermare questa partnership, che si è invece estesa anche all’accordo per il contenimento dei flussi migratori verso il Mediterraneo. Al-Sisi mostra delle riserve a rivelare i responsabili dell’uccisione del ricercatore italiano, per non perdere credibilità e mantenere l’appoggio della classe politica e militare del Paese. In tal senso, la liberazione di Zaki assume allo stesso modo un connotato di rilievo nei rapporti con l’Italia, mostrandosi come un leader clemente e magnanimo.

Avendo riportato il caso dell’Egitto per la stretta relazione con il nostro Paese, è bene inoltre considerare un’altra dimensione: quella delle imprese: multinazionali che agiscono in una logica di profitto ma, per interessi macroeconomici, rientrano anche nel complesso dibattito internazionale. Da tale punto di vista, la vicenda del Rana Plaza del 2013 ha portato numerosi cambiamenti in tema di sicurezza e tutela delle categorie più fragili. La comunicazione si è anch’essa evoluta di pari passo con le normative vigenti, andando a creare meccanismi di facciata che, come si è intravisto negli anni, non sempre rispecchiano la realtà.La tortura in quanto tale non è un fenomeno ascrivibile unicamente a casi isolati: considerando il mondo complesso nel quale viviamo, si nota come essa sia soltanto una conseguenza di una crisi ben più ampia. La pressione fisica e psicologica è finalizzata a far cedere e piegare la volontà dell’individuo tramite ogni meccanismo necessario. In quanto strumento, la tortura si avvale della paura per ottenere una reazione di totale sottomissione. Considerando, però, che questi eventi entrano a far parte della memoria collettiva di un gruppo, che viene trasmessa nelle generazioni a venire, il rischio è che la classe dirigente conduca ad un clima irreparabile di sfiducia e razzismo, sia istituzionale che popolare.

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