Geopolitica dell’acqua: il caso egiziano

La ristrutturazione della diga di Mosul da parte della Trevi di Cesena e l’invio di 450 militari a protezione del sito da parte del governo italiano, porta alla ribalta un tema a volte dimenticato dai media internazionali, ma che ha una sua importanza geostrategica e geopolitica non secondaria, e cioè la gestione delle dighe e dei corsi d’acqua, in particolare in aree dove queste sono più scarse e quindi ancora più importanti. La storia della costruzione della diga di Assuan da parte del Governo Nasser è un emblema in tal senso, così come la gestione delle acque del Nilo. 

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Il Nilo com’è noto è il secondo fiume più lungo del mondo, toccando ben 9 Paesi, che da sempre cercano di gestire la situazione attraverso accordi e trattati. Tra essi, il paese che più di ogni altro ha legato il suo nome e la sua millenaria storia ad esso è l’Egitto, paese di 86 milioni di abitanti che per il suo fabbisogno dipende quasi interamente dalle sue acque. E qui nasce un problema; il fiume  ha origini più a nord in Etiopia, ma anche in Sudan, dove nasce come Nilo Azzurro, ed in Tanzania dove partendo dal Lago Vittoria nasce invece come Nilo Bianco.

In base agli Accordi del 1959 per la gestione delle acque del Nilo, vennero assegnati all’Egitto 55,5 mld di m3 l’anno, mentre al Sudan, che conta una popolazione di circa 35 milioni di abitanti 18,5. Nonostante ciò l’Egitto, per far fronte alle proprie esigenze, deve ricorrere ad altri rimedi a causa di diversi fattori tra cui la crescita galoppante popolazione urbana, si pensi che la popolazione del Cairo non è calcolabile con esattezza, addirittura si arriva a stimarla in più di 20 mln di abitanti. A ciò si aggiungono richieste sempre maggiori da parte di agricoltori ed industriali, che chiedono per le loro attività quantitativi sempre maggiori di acqua dolce.

Ai problemi interni però, si sommano anche quelli esterni e cioè con i paesi vicini, primo fra tutti l’Etiopia. Una nazione di 96 milioni di abitanti, che dopo la caduta del comunismo e la fine della guerra civile, cerca una via per il proprio sviluppo economico anche attraverso l’agricoltura, in considerazione della vastità di terreni fertili che possiede e che non ha mai sfruttato fino in fondo. Il paese tra l’altro sta anche conoscendo un fenomeno economico-agricolo nuovo: il landgrab, termine col quale si indica un accordo per l’acquisto o l’affitto di vaste aree di terreno coltivabile tra PVS e alcuni Paesi del Medio Oriente e/o dell’Asia alla ricerca dell’autosufficienza alimentare e del risparmio economico-commerciale con l’estero.

In occasione della 10° giornata mondiale dell’acqua promossa dalla World Bank e tenutasi il 22 marzo 2015 si è riproposta, nel dibattito politico internazionale, l’annosa e ormai ciclica questione del bacino idrico del Nilo.

I trattati che regolano l’utilizzo delle acque nilotiche sono in totale 7; ricordiamo solamente che dal 1884 gli accordi multilaterali tentano di porre rimedio al problema, per non parlare poi delle numerose iniziative come quella della World Bank che ogni anno redige un dossier sulle World Stressed Zones, allo scopo di porre attenzione sul sovra-sfruttamento delle acque (secondo le stime dell’UNESCO circa il 92% del consumo idrico è rivolto alla produzione di alimenti e all’industria, solo l’8% al consumo umano) e sull’ormai necessario approccio cooperativo nella governance dei bacini idrici, nel caso del Nilo vi sono due trattati, il primo risale al 1929 e fu stipulato da Egitto e Gran Bretagna (per conto del Sudan all’epoca sua colonia) che riconosceva a entrambi i paesi un diritto storico. Successivamente nel 1953, il Sudan ottiene l’indipendenza e si ripropone nuovamente la necessità di un nuovo approccio negoziale tra i paesi coinvolti.

In questo ingarbugliato contesto, un dato certo è che la situazione politica non aiuta a risolvere la questione: lo scacchiere africano è particolarmente frammentato ed entropico; abbiamo paesi che hanno conosciuto il processo di decolonizzazione in tempi molto differenti, a causa della cattiva gestione del processo di decolonizzazione stesso, che comincia con la difficile indipendenza dei paesi del Maghreb all’inizio degli anni ’50 e si conclude con la c.d. “seconda Decolonizzazione” che si concretizza addirittura nel 1975 con l’indipendenza dei paesi sotto il controllo del Portogallo.

Indipendenza spesso concessa attraverso la definizione di confini che non corrispondevano assolutamente a quelle che erano le reali situazioni dei paesi che stavano per nascere, sia dal punto di vista culturale e storico che sociale e tribale, creando in alcuni casi difficili convivenze che porteranno anche a dei conflitti duri e sanguinosi e a ripetuti colpi di stato. Questo caos porterà spesso i militari ad uscire dalle caserme e a sostituirsi all’incapacità delle elitè di potere. Il regime di Nasser in Egitto è un esempio in tal senso, il quale per quanto riguarda il Nilo aveva cercato di gestire la situazione in modo molto unilaterale, pensiamo alla diga di Assuan, una grande infrastruttura costruita autonomamente che rispondeva al desiderio di assurgere a leader indiscusso della regione, anche per quanto riguardava la gestione delle acque del Nilo, fondamentali per lo sviluppo economico di quei territori, derogando in modo evidente gli accordi del ‘29.

Ancora oggi la questione dell’acqua è considerata di massima importanza nella politica di sicurezza del Cairo, tanto è vero che il Nilo è posto direttamente sotto la protezione delle forze armate egiziane e questo non ha fatto altro che incrementare le difficili relazioni che già dagli anni ’80 intercorrono tra Egitto e Sudan, quindi è evidente che le implicazioni geopolitiche sulla questione delle acque non sono di secondaria importanza. Questa sorta di “imponenza” sul territorio ha sempre scoraggiato i prestiti internazionali verso i paesi dell’upstream per la realizzazione di infrastrutture per lo sviluppo e lo sfruttamento delle acque.

Durante la presidenza di Hosni Mubarak, l’Egitto aveva palesato tutto l’interesse ad avere buone relazioni con i paesi africani confinanti, mostrandosi ben disposto alla negoziazione politica  che anche il governo di Mohamed Morsi sembrava voler seguire, tanto è vero che nel giugno del 2013 ha indetto un meeting con i Primi Ministri di Etiopia e Sudan per il rinnovo del N.B.C.F.A. (Nile Basin Cooperative Framework Agreement), e per la valutazione dell’impatto della diga di Assuan sull’offerta di acqua egiziana, senza cambiare il registro delle condizioni (55mld di m3).

In conclusione è ragionevole affermare che l’ipotesi di un conflitto regionale per la gestione delle acque è totalmente da escludere, almeno in tempi politici prevedibili. Anche la storia  corrobora tale tesi, registrando un solo conflitto tra due città stato nell’attuale Iraq meridionale circa 4500 anni fa. Le necessità di parte però potrebbero portare a delle tensioni, i cui risvolti futuri nessuno può realmente prevedere, anche per la presenza del sedicente Islamic State, proprio in alcune zone dell’Iraq e della Siria, che controlla tra l’altro anche fonti idriche importanti. Per cui la speranza è che la situazione venga gestita attraverso una maggiore collaborazione tra i principali attori interessati all’utilizzo di un bene tanto prezioso in un’area dove le risorse sono particolarmente scarse anche per l’assenza di fonti alternative; si auspica dunque una cooperazione politica ed economica a livello regionale che porti benessere e sviluppo, nella speranza di intravedere sempre e comunque segnali positivi.