Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione

La Geopolitica del Mare è un tema centrale nelle relazioni internazionali odierne. Ne fa un quadro sintetico ma esaustivo Irene Marrapodi e se ne parlerà più diffusamente giovedì 18 ottobre 2018, dalle ore 9,30, all’Università di Roma “Tor Vergata”, per il convegno organizzato d’intesa con la Marina Militare dal titolo “Geopolitica e Geoeconomia del Mare“, cui parteciperanno esperti, i Presidenti di commissione di Difesa ed Esteri del Senato, il sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Valter Girardelli. I saluti iniziali saranno del Magnifico Rettore, Giuseppe Novelli. Il convegno si terrà nell’Auditorium Ennio Morricone di Lettere e Filosofia (Via Columbia, 1).

Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Pacific Fleet on VisualHunt / CC BY-NC

È attribuita a Temistocle la massima: “Chi ha il dominio del mare ha il dominio di tutto”. Sin dai tempi più antichi, infatti, il controllo dei mari è determinante per la vita dei popoli e delle nazioni. È sul mare che si sviluppano commerci e scambi comunicativi, le attività della pesca e dello sfruttamento di petrolio e idrocarburi. È in mare che si trovano la maggior parte delle risorse energetiche e minerarie.

Secondo quanto riportato dal comunicato del ministero della difesa, prodotto in occasione dell’incontro del 5 settembre scorso tra il sottosegretario Angelo Tofalo e i vertici della marina militare italiana (il capo di stato maggiore Valter Girardelli, il sottocapo di stato maggiore Paolo Treu e i capi dei principali reparti), nel Mar Mediterraneo, che corrisponde solamente all’1% della superficie marina globale, transita il 19% dei traffici mercantili e il 30% dei flussi petroliferi annui mondiali, oltre a un terzo del turismo mondiale. Il 65% degli approvvigionamenti energetici d’Europa passa dal Mare nostrum. L’Italia, dunque, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo e con i suoi 8mila chilometri di costa, è perfettamente inserita in questo crocevia. È proprio sulle rotte marittime, infatti, che l’Italia realizza quasi l’80% delle importazioni (tra cui l’80% del petrolio di cui necessitiamo) e quasi il 90% delle esportazioni.

Per questi motivi il controllo e la protezione dei mari è fondamentale per lo sviluppo economico e la salute del Paese. Come l’Italia, molti altri Stati e organizzazioni internazionali stanno riscoprendo negli ultimi anni la centralità del mare. La Nato, ad esempio, ha lanciato nel 2016 l’operazione marittima Sea guardian, che consiste in attività di sorveglianza, lotta al terrorismo e iniziative per lo sviluppo delle capacità marittime regionali nel Mediterraneo.

Durante la non lontana guerra fredda, nel duopolio Stati Uniti – Urss, era la potenza occidentale la detentrice del controllo dei mari, mentre la Russia, carente di una marina militare adeguata, concentrava le sue forze a terra. Negli ultimi anni, tuttavia, le attività navali russe nell’Artico e nel Nord Atlantico sono nettamente aumentate, tanto da spingere la marina statunitense a riattivare la seconda flotta, come dichiarato dall’ammiraglio John Richardson, sciolta sette anni fa. Oltre a provvedere alla difesa delle acque territoriali e alla sicurezza dell’area, la seconda flotta si occuperà di pianificare operazioni e sostenere attività umanitarie.

Anche la marina russa (Voenno-morskoj flot) si sta apparentemente potenziando: nella parata militare del luglio scorso era prevista la prima apparizione pubblica della Admiral Gorshkov, la principale tra le sei navi da guerra il cui completamento è previsto per il 2025. La nave, tuttavia, è stata dichiarata troppo grande per navigare nel fiume Neva, così come altre undici navi. Alla parata Putin ha affermato inoltre che la flotta russa, oltre a difendere il Paese e a fornire un significativo contributo alla lotta contro il terrorismo internazionale, svolge un ruolo importante nel garantire la parità strategica. Secondo il Royal Institute on International Affairs, tuttavia, sono pochi i mezzi davvero moderni della marina russa, che risulta essere anche molto carente dal punto di vista della manutenzione.

La Cina Popolare, invece, con una costa di 18mila chilometri, più di 6500 isole e circa tre milioni di chilometri quadrati di area marittima, necessita di una moderna e forte flotta per mantenere intatta la sovranità sul gigantesco territorio e su alcune isole in particolare, come Taiwan e i contesi arcipelaghi delle isole Spratly e Paracelso, rivendicate dal Vietnam, ma che Pechino racchiude nelle “nove linee”. La Cina è dal 2009 il più grande esportatore mondiale e gli investimenti cinesi a Gibuti, nel Corno d’Africa, e a Gwadar, in Pakistan, per il progetto One Belt One Road, si stanno traducendo in ulteriori investimenti nelle forze militari, e nello specifico marittime, per garantirne la sicurezza. Pechino, potenza in crescita, sta dunque investendo molto nella marina militare, anche con la costruzione di due nuove portaerei (Type 002 e Type 003) e il lancio del programma di reclutamento per piloti di J-15, il nuovo modello di caccia imbarcato. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, questo il nome della marina cinese, si sta velocemente modernizzando: negli ultimi dieci anni sono state costruite più di cento navi da guerra, a un ritmo di molto superiore rispetto a quello statunitense. Secondo gli analisti di Washington Michael O’Hanlon e Ian Livingston, il fatto che le navi cinesi abbiano superato in numero quelle statunitensi, non può assolutamente essere considerato un segnale di debolezza della marina americana, né tantomeno può lasciar presupporre una perdita della leadership globale statunitense. La US Navy, scrivono i due ricercatori, è ancora nettamente superiore in termini di qualità.

In un periodo di riscoperta della centralità del mare, a livello economico quanto politico, le potenze mondiali se ne contendono tuttora il dominio, tra esibizioni di forza, discussioni pacifiche e operazioni di salvaguardia. Il dibattito sulla talassocrazia, dai tempi di Temistocle, non sembra dunque essersi mai arrestato.