Geopolitica del cibo: quale futuro per Expo?

Il cibo, da elemento vitale e identitario, nel mondo globalizzato è spesso ridotto a elemento di mero consumo. La produzione seriale del cibo tende a svuotare il cibo stesso del suo valore. Attualmente il cibo si fonda su tre elementi che sono la velocità, la creazione del bisogno indotto e lo spreco. La vera battaglia da portare avanti è quella di un’agricoltura di qualità poiché l’agricoltura è uno degli elementi nodali per uscire dalla crisi e uno degli elementi di maggiore rappresentatività del valore dell’identità e della qualità. Sarà l’economia locale a darci una nuova prospettiva. Questi sono i temi fondamentali che fanno da sfondo all’inaugurazione dell’Expo di Milano.

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Parlare di cibo e di alimentazione ci porta in una dimensione dove personale e pubblico si fondono: entriamo in una sfera dove entrano in gioco gusti, esperienze, vincoli.

Pensiamo alla quantità di foto che vengono dedicate alla nostra interazione con il cibo o alla valenza che ha assunto il tema della “spesa”.

Dalla famosa foto di Margareth Thatcher che si fece ritrarre con due buste una piena (eravamo ricchi, potevamo permetterci tante cose) e una praticamente dimezzata (ecco l’esito delle politiche dei laburisti), passando alle domande sul costo di un “chilo di pane” o di un “litro di latte” poste a personaggi politici più o meno famosi per misurare la loro vicinanza alle persone normali, fino alle polemiche su “quanta spesa in più” si può fare con i famosi 80 euro mensili.

80 euro mensili.

E già il denaro… Il denaro “condiziona” persino il modo il cui veniamo condizionati.

Basti pensare al fatto che oggi il cittadino adulto medio negli Usa pesa 12 chili in più di qualche decennio fa. Perché sono ingrassati tanto? Una spiegazione è che con il tempo il cibo è diventato molto più economico. Nel 1971 le famiglie spendevano il 13,4 per cento del proprio reddito per l’alimentazione, oggi questa percentuale è precipitata al 6,5; ma non tutti i prezzi sono crollati così tanto: frutta fresca e verdura costano di più, e in maniera sensibile. Altri alimenti, poveri di nutrimenti – patatine, biscotti e bibite gassate – sono diventati molto più economici. Paradossalmente una dieta corretta dal punto di vista alimentare può costare molto di più di una a base di cibi spazzatura. Spazzatura è anche ciò in cui si trasforma molto di questo cibo. Secondo i più recenti dati della Fao, ogni anno sul nostro pianeta vengono letteralmente “buttate” 1,3 miliardi di tonnellate di cibo. Questa cifra corrisponde a circa un terzo della produzione alimentare totale.

Proviamo a scomporre questo dato impressionante: la metà di questo enorme quantitativo si perde nei Paesi in via di sviluppo, proprio lì dove – paradossalmente – si concentra la stragrande maggioranza delle quasi 900 milioni di persone che ancor oggi sono colpite da “insicurezza alimentare”.

Sempre la Fao per permettere una migliore focalizzazione del problema e conseguentemente per mettere in campo delle risposte più adeguate (e seguendo una cultura anglosassone innamorata delle definizioni) ha inserito gli sprechi in due macrocategori: da un lato abbiamo le food losses – ovvero quelle perdite che avvengono durante le prime fasi della filiera, dalla semina alla prima trasformazione – e le food waste, gli sprechi veri e propri, che si verificano durante il processo di trasformazione industriale, di distribuzione e di consumo.

Tuttavia, anche affidandoci a questa categorizzazione rimane difficile misurare il fenomeno con precisione… Il cibo si smarrisce in molte curve del lungo e a volte tortuoso percorso che lo conduce dall’origine fino alle nostre tavole e spesso direttamente nella pattumiera.

Si tratta di cibo che arriva sul mercato ma non viene consumato – perché rimasto invenduto a ridosso della data di scadenza, perché acquistato e non consumato, sia nell’uso domestico che nella ristorazione – oppure si perde lungo la filiera prima di giungere alla fase finale di commercializzazione – si tratta di quei prodotti che vengono scartati perché non rientrano negli standard estetici richiesti dal mercato, oppure perché si alterano a causa di un cattivo funzionamento della catena logistica o di stoccaggio  – o addirittura nella fase iniziale della filiera – perché danneggiati da malattie, parassiti o condizioni meteorologiche avverse. A pensarci bene può essere considerato “spreco” anche il surplus di calorie consumate rispetto all’apporto giornaliero consigliato per un’alimentazione equilibrata: quindi tutto il cibo ingerito in eccesso che porta a sovrappeso e obesità.

Anche in questo campo, la geografia si prende una bella rivincita, risultando determinate per comprendere le diverse cause che concorrono alla “perdita” di cibo. La prima distinzione è quella che rimanda alla siderale distanza tra Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo.

A casa nostra, gli sprechi si verificano soprattutto a valle della filiera, cioè nella distribuzione e nel consumo; in questo senso pesa tantissimo quello domestico, fenomeno tipico del nostro mondo industrializzato e dei nostri stili di vita. Qui abbiamo a che fare con abitudini e comportamenti errati più che con problemi di natura “tecnica”. Al contrario, per i Paesi del secondo gruppo, a determinare lo “spreco” concorrono altre cause: i raccolti vengono distrutti da muffe e parassiti, debellati da carestie, oppure il cibo viene letteralmente risucchiato dalle enormi falle della catene logistiche. Proprio la fase iniziale della filiera è quella in cui si concentrano le maggiori perdite, imputabili appunto al ritardo tecnologico (nel senso più ampio del termine, includendo quindi anche la dimensione agrotecnica) che ci porta a quei 650 milioni di tonnellate che basterebbero a sfamare le quasi 900 milioni di persone denutrite o malnutrite che non hanno accesso a un’alimentazione adeguata. Tra l’altro questi dati ci aiutano anche a comprendere il fallimento di molti progetti di cooperazione internazionale. Questo perché la povertà è un sintomo, quello dell’assenza di un’economia funzionante costruita su solide basi istituzionali, politiche sociali e legislative. Rimediare a questa situazione non è per niente facile, nemmeno disponendo di ingenti risorse. Come ha scritto l’economista Amartya Sen: “L’inedia è dovuta al fatto che alcune persone non hanno abbastanza cibo, non che non vi sia abbastanza cibo”. Nei Paesi in cui le istituzioni sono malfunzionanti il nutrimento non arriva a chi ne ha più bisogno. Negli Usa – intanto – si produce il doppi del fabbisogno alimentare e un incredibile 40 per cento di quanto acquistato finisce in spazzatura. Tra l’altro di questo, il 97% di ciò che non viene consumato finisce in discarica, ovvero non viene recuperato in alcun modo, né attraverso il compost né attraverso altre forme di riciclaggio dei rifiuti organici, trasformandosi direttamente in inquinamento e contribuendo a immettere metano nell’atmosfera

Proprio queste premesse ci fanno capire quanto sia importante questo tema che Piero De Luca ha giustamente definito l’anello debole del nostro pianeta: “Il tasso di natalità della terra è in crescita. Ogni giorno nascono 219.000 persone. La popolazione mondiale cresce di ottanta milioni di individui ogni anno. Nutrire tutti, nutrire adeguatamente, risulta sempre più difficile. Oggi, per produrre cibo, le risorse idriche risultano ‘sfruttate’ più del dovuto. Ovunque si pompa più acqua di quella che le precipitazioni sono in grado di reintegrare.

Il cibo è il nuovo petrolio? Il dibattitto accademico sul tema resta apertissimo. La nuova geopolitica della scarsità di cibo, mostra il passaggio da un’epoca di momentanea abbondanza alimentare a un’epoca di scarsità. Negli ultimi anni, i prezzi degli alimenti sono più che raddoppiati. In questo nuovo periodo storico, il cibo è forse importante come il petrolio. Nel ventesimo secolo, chi controllava il petrolio infatti decideva il suo costo, mentre oggi è la geopolitica del cibo che controlla la terra e le provviste. La crescita demografica, la scarsità idrica in alcune aree del pianeta e il cambiamento climatico, sono oggi rischi più grandi rispetto alla minaccia di un’aggressione armata. Tale concetto quindi, porta ad una naturale ridefinizione del concetto di sicurezza”.

Per questo come ha fatto notare De Luca è importante sottolineare la necessità di adottare rapidamente nuove politiche energetiche, idriche, demografiche. Il mondo politico, deve prendere atto del fatto che il cibo sta diventando ciò che ci renderà vulnerabili nel prossimo futuro. L’Expo – per l’Italia e per il mondo è il luogo giusto per farlo.