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TematicheCyber e TechGeopolitica dei semiconduttori: tra libero mercato e sicurezza nazionale

Geopolitica dei semiconduttori: tra libero mercato e sicurezza nazionale

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Da qualche anno si parla sempre più dei semiconduttori a causa della crisi dal lato dell’offerta che ha colpito il mercato nel 2020. La questione è in realtà più complessa di una semplice carenza del mercato e riguarda la cosiddetta “seconda guerra dei semiconduttori” che vede confrontarsi gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese.

I semiconduttori: tecnica e mercato

I semiconduttori sono la base di tutti i dispositivi elettronici, dalle lavastoviglie ai droni fino ai supercomputer per l’intelligenza artificiale. La loro importanza è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 20 anni, basti pensare che le vendite di semiconduttori nel mondo sono passate dai 204 miliardi di dollari del 2000 agli oltre 580 miliardi del 2022. Semplificando, si può affermare che più transistor si possono impiantare in un chip, maggiore è la potenza dello stesso. La legge di Moore, elaborata nel 1965, afferma che il numero di transistor in un chip sarebbe raddoppiato ogni 12 mesi. Nel 2000 in un chip potevano entrare circa 37 milioni di transistor, nel 2021 il numero è salito a 58 miliardi. Dunque, in cosa consiste l’importanza geopolitica dei semiconduttori? Oltre al dato economico, essere sulla frontiera dell’innovazione nell’ambito dei chip significa avere un vantaggio tecnologico non indifferente. Tuttavia, quando si parla di semiconduttori, la capacità di disegnare un chip all’avanguardia non va di pari passo con la capacità di produrre quel chip. Alcune imprese hanno una struttura integrata (integrated design manufacturers) e sono in grado di disegnare, produrre e vendere i chip (Intel, Samsung, Bosch e Ymtc), mentre altre si limitano al design (Nvidia, Apple, Qualcomm) e su quest’ultimo aspetto gli Stati Uniti sono leader mondiali. Oggi la Cina, Taiwan e la Corea del Sud insieme producono più dell’80% dei chip a livello globale. L’impresa che produce il 84% dei chip con transistor più piccoli di 10 nanometri (dunque i più avanzati) è la taiwanese TSMC (Taiwan Semiconductor Manifacturing Company) fondata nel 1987 da Morris Chang e oggi al quattordicesimo posto al mondo tra le imprese a maggior capitalizzazione, nonché impresa considerata lo “scudo di silicio dell’isola”. Questa denominazione deriva dal fatto che la Cina non può permettersi di mettere a rischio la capacità produttiva di semiconduttori della TSMC poiché essa stessa ne è dipendente.

La strategia del chipmaking statunitense: sicurezza nazionale e libero mercato

Il 2020, oltre l’anno della pandemia, è stato l’anno della crisi nell’offerta dei semiconduttori. La scarsa disponibilità di chip sul mercato è stato un reality check per le istituzioni americane che si sono improvvisamente rese conto di dipendere dall’estero per la fornitura di chip. Se in un futuro prossimo la TSMC interrompesse la sua fornitura di semiconduttori (e il pensiero va a un’ipotetica invasione cinese dell’isola) gli Stati Uniti non avrebbero modo di soddisfare la domanda interna di chip nel breve periodo dati i costi esorbitanti delle fabs (ammesso di avere il personale in grado di installare i macchinari e farli funzionare). Nonostante l’importanza economica dei semiconduttori, le preoccupazioni degli USA concernono una versione ampliata del concetto di sicurezza nazionale. La burocrazia statunitense ritiene che il non poter produrre direttamente chip all’avanguardia metta a rischio l’industria bellica e il primato tecnologico americano. I chip presenti nei satelliti, nei velivoli stealth come l’F-22 o nei missili da crociera come il Tomahawk non sono prodotti negli USA, ed è intuitivo rilevare che, ad esempio, senza di essi un F-22 sarebbe solo un costosissimo soprammobile. Il Chips Act firmato il 9 agosto 2022 dal presidente Biden sarebbe la panacea di questo male e prevede una spesa di 50 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni tramite sussidi e crediti d’imposta per riportare il chipmaking negli Stati Uniti. L’obiettivo è catturare il 18% del mercato di chip avanzati entro il 2025. Il tentativo di modificare la supply chains dei semiconduttori, tuttavia, benché ispirato dal concetto di sicurezza nazionale deve confrontarsi con le leggi del libero mercato. Nonostante i 40 miliardi che TSMC investirà a Phoenix e i 25 miliardi che la Samsung sta investendo in Texas, le future fabs statunitensi non saranno competitive rispetto a quelle asiatiche (che vengono costruite in tempi minori e producono più wafer di silicio al mese, il che rende più bassi i costi unitari). Inoltre, problema ben più grave, il tentativo statunitense sembra tralasciare il fatto che per produrre semiconduttori servano metalli e terre rare che in certi casi, si veda il gallio, vengono prodotti in una situazione di quasi-monopolista dalla Cina. Dunque, ammesso che gli Stati Uniti costruiscano una discreta capacità di chipmaking nel prossimo futuro, la prima fase della supply chain dei semiconduttori, l’estrazione delle materie prime necessarie, continuerà ad essere in parte controllata proprio dal Paese con cui gli USA hanno ingaggiato uno scontro tecno-economico: la Repubblica Popolare Cinese. La questione che rimane dunque insoluta, dal punto di vista di questa concezione di sicurezza nazionale è: nel caso di uno scontro tout court, tecnologico, economico o militare che sia, come faranno gli Stati Uniti a risolvere il problema delle materie prime?

Il sanzionismo statunitense e il ruolo di Taiwan

Un ulteriore tassello da considerare riguarda il sanzionismo degli Stati Uniti verso la Cina atto a limitare lo sviluppo tecnologico della Repubblica Popolare nell’ambito dei semiconduttori. Il Chips and Sciences Act, infatti, è esplicitamente rivolto a limitare lo sviluppo tecnologico cinese. Per ottenere i sussidi e i crediti d’impostale imprese devono attenersi a una serie di restrizioni nei rapporti commerciali con paesi come Cina, Russia, Corea del Nord e Iran. L’utilizzo di strumenti di controllo degli investimenti e mercato dei semiconduttori non è nuovo da parte statunitense. Già nel 2015 la statunitense Micron Technology rifiutò un’offerta da 23 miliardi di dollari da parte della cinese Tsinghua Unigroup asserendo che il  CFIUS (Committee on Foreign Investment in the United States) non  avrebbe mai approvato la fusione, anche considerate le pressioni di alcuni membri del Congresso che ravvisavano un rischio per la sicurezza nazionale. Tuttavia il sanzionismo statunitense tende a restringere il campo di applicazione del libero mercato, più che adeguarsi alle sue regole. L’attuale Segretaria del Tesoro Janet Yellen ha espresso lucidamente la nuova strategia statunitense al riguardo, parlando di “free but secure trade” in una riedizione contemporanea del libero mercato che, in nome della sicurezza nazionale, viene ristretto in settori considerati strategici come per l’appunto quello dei semiconduttori. La paura statunitense è che la Cina metta le mani su tecnologie all’avanguardia, soprattutto quando queste possono essere applicate al campo militare. L’approccio avrà successo? Riusciranno gli USA a limitare, tramite le sanzioni, lo sviluppo tecnologico cinese nell’ambito dei semiconduttori? Per tentare di rispondere bisogna considerare il ruolo di Taiwan nella vicenda. Fino al momento in cui la RPC non avrà raggiunto la “frontiera tecnologica” e una capacità produttiva in grado di sostenere la domanda interna di semiconduttori, difficilmente potrà invadere militarmente l’isola. In un caso simile, infatti, gli USA o la stessa Taiwan potrebbero distruggere tutte le fabs presenti per evitare che la Repubblica Popolare ne prenda il controllo. Questo causerebbe un immane shock d’offerta di chip che colpirebbe drasticamente anche la stessa Cina. Quindi le sanzioni statunitensi, rallentando la corsa cinese nell’ambito dei semiconduttori, allontanerebbero lo scenario di un’invasione di Taiwan. 

Chips Act europeo: inseguendo la strategia statunitense

L’Unione Europea sembra condividere i timori degli States, motivo per cui è nato l’europeo Chips Act, diretto a ridurre la dipendenza esterna nel mercato dei semiconduttori, anche qui per motivi che potremmo definire di “sicurezza regionale”. L’obiettivo è di raddoppiare la quota di mercato globale controllata al 20% e dotarsi di una capacità produttiva interna. Anche in Europa la TSMC sta investendo 3.5 miliardi di dollari per costruire una fab in Germania. La strategia europea ha le stesse problematiche della strategia americana: la questione delle necessarie materie prime cinesi e il dubbio sulla competitività della futura produzione europea.

Conclusioni: meno per meno non fa più

In conclusione, la risposta occidentale alla crisi del 2020 pare confusa. Se è la sicurezza nazionale a motivare le politiche degli USA e della UE, allora la conclusione è che acquisire la capacità di chipmaking non risolve il problema dell’accesso alle materie prime, in parte controllate dalla Cina. Se invece l’ambizione fosse economica, ossia acquisire quote di mercato, difficilmente le future fabs statunitensi ed europee riusciranno ad essere competitive con le fabs asiatiche più grandi ed economiche. Il costosissimo sforzo occidentale rischia di essere un flop dato che sacrificherebbe l’efficienza del mercato dei semiconduttori non ottenendo alcuna sicurezza, nazionale o regionale che sia.

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