Geopolitica dei mondiali in Russia

Il calcio c’entra, ovvio. Ma le questioni geopolitiche che si pongono nei campionati mondiali in Russia sono enormi e non rimarranno di secondo profilo rispetto alle giocate di Messi, Ronaldo, Neymar e degli altri grandi campioni.

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È il terzo grande evento sportivo in pochi anni, compresa anche la Confederations Cup del 2017, senza tener conto dei moltissimi altri eventi sportivi di natura internazionale ospitati dalla Russia negli ultimi anni. Il precedente più importante erano state le olimpiadi invernali del 2014. Non fu affatto casuale la geografia di quell’evento e le sue relative conseguenze geopolitiche fattuali.  Tutti sanno che i XXII giochi olimpici invernali si tennero a Sochi. Pochi però collocano la città di circa 400.000 abitanti nell’immensa estensione territoriale della Federazione.

La geografia conta Sochi si trova in un contesto strategicamente fondamentale. È a circa 400 km dalla Crimea e a meno di 40 km dalla Georgia. La città, pur essendo poco importante – è infatti solo la 47a per popolazione – lo è enormemente dal punto di vista simbolico. Le olimpiadi hanno infatti rappresentato una chiara rivendicazione territoriale della regione tra la Crimea e la Georgia, caldissima per la Russia di Putin per gli eventi che hanno preceduto e succeduto i giochi. Nella parte nordoccidentale della Georgia, infatti, si trova una delle due repubbliche autonome del paese, che si riconoscono nella cultura russa: l’Abkhazia. Insieme all’Ossezia del Sud, queste due regioni sono state dal 1992 al centro di aspre contese territoriali, che hanno trovato il loro culmine negli scontri aperti tra Russia e Georgia dell’agosto del 2008, terminati con il riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni da parte della Russia alla fine dell’agosto.

Negli stessi mesi delle olimpiadi, invece, si consumava la questione della Crimea e venivano poi avviate le sanzioni contro la Russia. I giochi terminarono il 23 di febbraio, mentre continuavano gli scontri in Ucraina. Meno di un mese dopo, il 16 marzo 2014, si tenne il referendum che proclamò con il 96,7% dei favorevoli l’annessione della Crimea alla Russia, a seguito dell’occupazione militare da parte delle forze russe. Si trattò di un enorme successo politico di Putin, che balzò negli indici di consenso interno oltre l’80% proprio in quei giorni. Questo perché la geografia, simbolica e non, ha sempre un suo peso.

Oggi la Russia affronta i mondiali di calcio a pochi giorni dalla conclusione del G7, in cui sia dal premier italiano Conte, sia dal presidente Trump è stata più volte chiamato in causa, con la esplicita richiesta di riammissione tra i grandi del mondo. La risposta di Putin è stata propositiva, individuando in Trump una persona intelligente con la quale poter instaurare un percorso costruttivo. Internamente, il presidente russo si muove a pochi mesi dalla rielezione del marzo scorso, avvenuta in corrispondenza del quarto anniversario dell’annessione della Crimea, ottenendo oltre il 76% dei consensi. Proprio perché nulla è casuale.

La Russia si pone intanto, anche grazie ai mondiali, come attore geopolitico regionale capace di avere una forte spinta globale. Le iniziative belliche più recenti, in Siria in particolar modo, stanno a confermarlo. Ma l’equilibrio politico globale comporta anche il sapersi difendere, collocarsi e attendere. Pronti – usando una metafora calcistica – a ripartire in contropiede. Come fatto in occasione degli strikes guidati proprio dagli Stati Uniti di Trump, con l’appoggio di Gran Bretagna e Francia, di due mesi fa in Siria. Si trattò di un delicatissimo momento di tensione, in cui l’obiettivo prioritario statunitense sembrava essere quello di riequilibrare i giochi di forza in quel quadrante, vista la presenza e l’intervento massiccio da parte di Putin.

La Russia come il portiere del mondo Come il più grande portiere della storia, l’unico pallone d’oro nel suo ruolo della storia, Lev Yashin, la Russia di Putin si difende dagli attacchi del resto del mondo tentando di fuoriuscire dalla sua geografia che la limita agli spazi terrestri, ritratta nello splendido poster dei mondiali, volutamente ammiccante alla grafica sovietica. Pure qui il messaggio iconografico appare fortissimo: Yashin, figura quasi eroica, con il ginocchio fasciato, è intento a parare una palla, corrispondente al globo al cui centro è posta proprio la Russia. Da lì si dipanano i raggi di un sole che illumina tutto il resto, in una logica di ritorno all’idea della Grande Russia, incoraggiando metaforicamente una politica estera globale e non solo regionale – pur con tutti i limiti mostrati nel gioco di forza con gli Stati Uniti proprio in Siria.

D’altronde il ruolo del portiere è quello più poetico, più rappresentativo di una condizione di isolamento ma anche di immediata ripartenza: è colui il quale deve essere costantemente attento a ogni fase di gioco, rispondere con prontezza a ogni attacco, anche improvviso, degli avversari. È l’estremo difensore, colui che non deve far passare il nemico ed essere sempre reattivo. È quello che, meno di tutti gli altri giocatori, può permettersi di sbagliare. Ha la responsabilità spesso più grossa sulle proprie spalle e deve portarla senza pesi, perché ogni errore potrebbe essere fatale.

Le squadre che vincono i campionati non sono quelle votate unicamente all’attacco, ma quelle che sanno difendere meglio delle altre e subiscono meno goal. La difesa viene prima di tutto, dunque. E la difesa riguarda, anzitutto, proprio i confini nazionali, rappresentati nel poster dal pallone parato da Yashin.


La mappa geopolitica, non casuale, dei mondiali
Non a caso la mappa delle città che ospiteranno i giochi ci dice molto del potere simbolico di questi mondiali, della collocazione geopolitica della Russia in questo momento e della sua attenzione globale.

Le città che ospiteranno le partite sono 11, per un totale di 12 stadi, tutte collocate sul versante occidentale del paese. Oltre alla stessa Sochi, la città che più spicca geo-simbolicamente è Kaliningrad, parte dell’exlcave russa omonima che affaccia sul Mar Baltico, tra la Polonia e la Lituania. Lo stadio Arena Baltika, sull’isola di Oktyabrsky, vicina alla città, è nuovissimo. Ha una capienza di circa 35.000 spettatori e sarà il teatro di 4 partite dei gironi. Il costo totale della costruzione, avvenuta negli ultimi 4 anni, si aggira intorno ai 290 milioni di euro. Anche in questo caso il tentativo di Putin si colloca tra l’apparato simbolico di una rivendicazione territoriale e quello fattuale di una presenza fisica evidente. Marca stretti gli avversari, lancia messaggi potentissimi per il suo elettorale e per le potenze straniere.

Il mondiale che si apre oggi è questo e molto altro. È anche l’affermazione di un potere economico – attraverso imponenti investimenti – che si pone come strumento strategico di quello politico, nel tentativo di ripristinare un’immagine, di rendere la Russia attore geopolitico all’avanguardia, moderno e secondo a nessuno. Questo spiega il messaggio di benvenuto di Putin dell’8 giugno, che mostra la massima apertura e ospitalità del proprio paese, nella speranza espressa pubblicamente di far sentire a casa propria atleti, staff e tifosi di tutto il mondo.

Il pacchetto di investimenti infrastrutturali ha visto l’edificazione di otto stadi nuovi e la ristrutturazione di altri quattro, i lavori per 95 nuovi campi di allenamento e poi rinnovo di ospedali, infrastrutture e mezzi legati ai trasporti. La spesa complessiva, solo per gli stadi, si attesta intorno ai 5,3 miliardi di dollari. Quella più imponente ha riguardato lo stadio Krestovsky di San Pietroburgo, il più costoso al mondo, edificato al posto del Kirov per un totale di circa un miliardo e mezzo, mentre per quello di Sochi – costruito per le Olimpiadi invernali – sono stati spesi oltre mezzo miliardo di dollari, per poter adattarlo alle esigenze di capienza richieste dalla Fifa.

I mondiali rappresentano dunque una enorme sfida calcistica, ma ancora di più una scommessa politica, per la Russia e per tutto il mondo. In gioco come si comprende bene non ci sono solo i grandi interessi che ruotano attorno ai campioni che scenderanno in campo, ma questioni internazionali che vedono la Russia al centro del teatro mondiale. È chiamata a respingere il pallone più lontano possibile, nel tentativo di proiettarsi verso un destino mondiale, come la palla di Yashin nel poster vuole riportare: in quel globo, l’unico Stato rappresentato, non a caso, è proprio la Russia.

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