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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoCome la Geografia detta la politica russa nella crisi...

Come la Geografia detta la politica russa nella crisi ucraina

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La questione ucraina non può essere analizzata meramente da fattori endogeni o sistemici. L’ansia russa per l’avvicinamento della NATO al suo cortile di casa è dettata da altri motivi: la pianura sarmatica, per questioni orografiche, rende indifendibile la Federazione Russa. Il fattore geografico spiega anche la costante storica dell’atteggiamento russo in Europa Orientale.

La questione ucraina è stata spiegata attraverso numerose chiavi di lettura che però non sono state in grado di arrivare al principio della vicenda. La lettura classica dell’inevitabile tendenza dei despoti a trovare nemici esterni per spostare l’attenzione dall’inefficienza interna; e l’idea di una Russia revanscista – e quindi di una Russia non pienamente soddisfatta dell’attuale sistema internazionale – non descrivono con chiarezza e completezza la crisi. Sicuramente Putin presenta alcuni degli attributi caratteristici dei despoti e sicuramente Mosca va inquadrata come una potenza insoddisfatta dell’egemonia americana. Ma non sono gli unici elementi che spiegano la crisi ucraina. A questi va aggiunto un ulteriore elemento.

L’atteggiamento espansionista della Russia nello scacchiere dell’Europa orientale è una costante storica che sminuisce le tesi incentrate sulla struttura statale interna e sull’attuale posizione della Federazione Russa nella gerarchia delle potenze. Parliamo quindi di atteggiamenti che si ripresentano continuamente a livello storico. Manlio Graziano chiama queste costanti storiche: “lounge durée”, prendendo spunto da Fernand Braudel. Tale costrutto terminologico indica quegli atteggiamenti di una collettività o quei fenomeni che sembrano essere costanti o quantomeno ripetitivi nella storia. Tale ripetitività sembra quindi prescindere dal particolare contesto sistemico o dalla particolare personalità dei leader politici. La costante storica andrebbe in questo caso specifico ricercata nel fattore geografico. 

La particolare orografia che divide la Russia dall’Europa è costituita dal bassopiano sarmatico, una conformazione territoriale che, come Napoleone e Hitler insegnano, rende l’avanzata verso Mosca particolarmente facile nonostante la vastità territoriale. Problematico sarebbe più che altro rimanerci in quei territori. Questo spiegherebbe tra l’altro la particolare importanza che l’attuale Federazione Russa, nonostante la divergenza ideologica tra Stalin e Putin, pone per la Grande Guerra Patriottica, divenuta mito della potenza russa. 

La particolarità orografica renderebbe la collettività russa profondamente angosciata da eventuali avanzate occidentali nelle sterminate steppe russe. Lo spostamento della NATO verso est – che si doveva allargare non oltre la DDR, secondo le iniziali promesse americane a fine guerra fredda – favorisce il riacutizzarsi del senso di inquietudine russa. 

L’imperativo strategico di Mosca si concretizza inequivocabilmente nel tentativo di allontanare la prima linea di difesa e di frapporre zone cuscinetto tra essa e l’occidente. Quando il periodo le è particolarmente a favore protende per la trasformazione di tali zone cuscinetto in aree sotto la sua stretta influenza o sotto la sua sovranità territoriale.

All’epoca della Grande Guerra il timore russo risiedeva nel Reich tedesco e nell’Austria Asburgica. Provava particolare apprensione soprattutto per il primo attore, nel quale, tra l’altro, circolavano le tesi geopolitiche sullo Spazio Vitale teorizzate prima da Ratzel e poi da Haushofer. Divenne all’epoca di importanza esistenziale attanagliare la potenza tedesca in una morsa assieme alla Francia, in modo tale da far disperdere le energie tedesche su due fronti. Tale mossa tattica avrebbe dovuto rallentare l’eventuale espansione della Germania verso est. Prima della Grande Guerra la Russia già deteneva al suo interno un grande spazio volto alla difesa dei suoi centri più importanti, ma la costruzione dell’Intesa con la Francia rafforzava la capacità strategica dello Zar.

Nel periodo antecedente alla Seconda Guerra Mondiale, l’incapacità dei paesi occidentali a costituire un fronte solido funzionale al contenimento del Terzo Reich e le concessioni fatte ad Hitler nel 1938 a Monaco, attraverso le quali davano il consenso alla Germania per l’acquisizione dei territori dei Sudeti, impongono a Stalin il fatidico patto Molotov-Ribbentrop. L’Unione Sovietica temeva che gli occidentali avessero dato ad Hitler, nella conferenza di Monaco, la possibilità di sfogarsi verso est purché mantenesse l’assetto stabilito a Versailles ad ovest, ai confini con la Francia. Per tal motivo divenne inevitabile per la Russia sovietica scendere a compromessi con la Germania nazista a scapito delle popolazioni polacche. La Polonia divenne un mezzo attraverso il quale spostare la prima linea di difesa verso ovest per tentare di rallentare un eventuale avanzata nazista verso le porte di Mosca. 

Durante la Guerra Fredda l’Unione Sovietica, sempre staliniana, pressava gli occidentali per la creazione di una Germania neutrale e indipendente dai due blocchi. In quel contesto geopolitico la Germania, sostituitasi alla Polonia, rappresentava la zona cuscinetto funzionale alla Russia per l’allontanamento della minaccia occidentale, che nel 1949 si costituì in “Alleanza Atlantica”. Ciò che il dittatore georgiano voleva evitare era proprio quanto accadde nel 1955, l’annessione della Germania occidentale nella NATO. 

Insomma l’obbiettivo della Russia, che fosse zarista, socialista o putiniana, resta quello di frapporre quanto più spazio possibile tra essa e l’occidente o creare delle strutture securitarie che contengano l’attore più pericoloso per l’esistenza russa, come ad esempio nella Prima Guerra Mondiale. Dell’angoscioso atteggiamento russo se ne accorsero anche alcuni geografi di notevole caratura dei primi del novecento. Halford Mackinder, per citarne uno, nel 1904 temeva l’espansionismo russo dettato dalle esigenze citate poc’anzi. Attraverso tale espansionismo, cumulato alle capacità logistiche sviluppatesi in quegli anni, come la ferrovia, la Russia zarista avrebbe potuto egemonizzare l’Isola Mondo, ovvero l’Eurasia. Il timore mackinderiano, da buon britannico, risiedeva nella possibilità di una Russia in grado di accedere ai mari caldi potendo così pregiudicare lo status di potenza marittima globale ai britannici. Anche l’esigenza della ricerca dei mari caldi è giustificata dal tentativo di allontanare la prima linea di difesa russa. Le potenze marittime, come gli statunitensi, riescono infatti ad arrivare a ciò grazie al controllo dei mari. 

Sebbene la visione mackinderiana sembra esser parossistica, era al tempo funzionale per instillare nell’opinione pubblica inglese il pericolo russo per il prestigio internazionale del Regno Unito.

L’implosione dell’Unione Sovietica tra il 1990 e il 1991 ha concretizzato l’atavico timore dei russi, cioè quello di doversi difendere a ridosso di Mosca. Da allora difatti, nonostante la promessa occidentale di non portare la NATO oltre l’ormai ex Repubblica Democratica Tedesca, i paesi dell’Europa orientale – che ben conoscono l’espansionismo russo – manifestavano vistosamente l’interesse a divenire membri dell’Alleanza Atlantica. Struttura, quest’ultima, funzionale a tenere una volta per tutte la Russia dietro la nuova cortina di ferro, usando spregiudicatamente gli Stati Uniti come strumento di deterrenza anti-russo. L’avanzare della NATO lungo la pianura sarmatica poneva Mosca su posizioni sempre più intransigenti, fino all’esplodere delle tensioni nella crisi ucraina del 2014. L’annessione della Crimea è funzionale al mantenimento del controllo sul Mar Nero, quadrante attraverso il quale Mosca si assicura la porta per il Mediterraneo. La crisi nel Donbass, sollecitata dal Cremlino, manifesta invece l’intenzione di quest’ultimo di porre una linea rossa all’espansionismo di Washington in Europa orientale. L’eventuale annessione dell’Ucraina nella NATO – soluzione ormai alquanto impossibile, quantomeno nel breve periodo – significherebbe, per i funzionari del Cremlino, difendersi praticamente alle porte di Mosca, in un territorio peraltro indifendibile.

Mosca, dall’implosione sovietica, non è riuscita a creare né delle zone cuscinetto né tantomeno strutture securitarie all’interno delle quali le venga garantito il suo imperativo strategico. Soprattutto quest’ultima opzione è stata varie volte promossa da Mosca prima degli incidenti ucraini. Il fattore geografico fornisce una chiave con la quale interpretare la dichiarazione di Putin per la quale la caduta dell’Unione Sovietica è la “catastrofe” del XX secolo. La Tragicità delle parole del Presidente russo rimpiangono non solo l’impero e il prestigio, ma anche la struttura securitaria territoriale che Mosca riuscì ad erigere. 

Le attuali pretese russe insistono sulla creazione di una zona cuscinetto e sulla promessa che Kiev non divenga mai un membro NATO. La zona cuscinetto attualmente sarebbe da costituirsi per mezzo della Bielorussia, dell’Ucraina e per mezzo della smilitarizzazione dei paesi entrati nella NATO dopo il 1991. Su tali proposte per Washington si gioca la reputazione come attore garante dell’attuale sistema europeo. Eventuali concessioni a Mosca potrebbero quindi minare il prestigio americano come attore egemone incontrastato in Europa. Ma è anche vero che gli statunitensi necessitano di una stabilizzazione della crisi e di un quantomeno temporaneo accordo con la Federazione Russia per concentrarsi sul fronte di apicale importanza per la loro strategia, ovvero la Repubblica Popolare Cinese. Mosca potrebbe aver accelerato le dinamiche ucraine conoscendo i tanti punti che Washington deve fronteggiare: il caos interno scatenatosi con i fatti di Capitol Hill del 6 Gennaio e la parossistica apprensione inerente il contenimento di Pechino nell’Indo-Pacifico.

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