La geografia dell’incertezza e il dialogo impossibile con l’Is


Alessandro Ricci (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”), da anni membro del comitato redazionale di Geopolitica.info, ha firmato per Limes – Rivista Italiana di Geopolitica un’interessante analisi sulla relazione tra Occidente, Islam e percezione geografica del mondo.

Osservate la carta delle terre sotto il controllo del califfato: si tratta di uno scenario geografico-politico in profondo mutamento, dove le vicende belliche più o meno giornaliere configurano una situazione di instabilità endemica.

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Siamo di fronte a una geografia dell’incertezza, riferita soprattutto ai confini statuali. Si assiste a una progressiva ridefinizione della sovranità territoriale di Iraq e Siria, almeno fino a quando lo Stato Islamico (Is) continuerà a controllare de facto le zone conquistate.

Un articolo di Anna Maria Cossiga ha suscitato, oltre che molte polemiche relative alla proposta di intavolare un dialogo con i vertici dell’Is, qualche riflessione sulla possibile applicazione di tale incertezza. L’autrice metteva in rilievo due elementi. Primo, la vaghezza del concetto statuale così come interpretato dalla cultura islamica, che radicalmente differisce dalla concezione occidentale – più propriamente europea – che invece vuole una definizione più o meno chiara di un territorio sul quale uno Stato deve agire. Secondo, la Cossiga avanzava la possibilità di intavolare un dialogo da parte occidentale, tenendo conto dei precedenti terroristici di Ira ed Eta.

Partiamo dalla prima considerazione: le categorie geografico-politiche utilizzate dall’Is appaiono sideralmente distanti – fino ad essere confliggenti – da quelle occidentali. Il concetto di umma, così come proposto dalle frange estremiste islamiche, non può infatti concepire l’idea di una limitatezza territoriale della sovranità politico-religiosa. È cioè in ballo un jihad, una guerra che non ammette limitazioni spaziali e che concepisce il nemico in termini morali e religiosi, non territoriali. Anche le dichiarazioni sulla conquista di Roma e sul colpire l’Occidente appaiono assai indicative di questo tipo di proiezione globale.

Tale visione è perfettamente chiarita dall’impostazione politico-religiosa islamica, che vuole la costituzione di uno Stato fondato sulla religione che realizzi l’ideale di una comunità mondiale. Ciò porta gli stessi musulmani all’impegno personale nel realizzare questo tipo di progetto che si inserisce in un disegno divino più ampio. Politica e religione, in altre parole, si integrano a vicenda. È questo che, secondo l’orientalista Biancamaria Scarcia Amoretti, distingue la civiltà musulmana dalle altre.

La possibilità di tale commistione è cruciale per comprendere la geografia dell’incertezza creata dal contrasto tra la visione occidentale della delimitazione statale e quella ben più evanescente proposta dall’Is. Si tratta di una deriva di quell’ideale secondo il quale «più lo Stato si espande, più ci si avvicina alla perfetta esecuzione del volere divino. Colui che lavora a tale realizzazione si trova nella vera condizione di Islâm, cioè di attiva sottomissione a Dio» (Scarcia Amoretti, 2001, p. 16).

L’ordine islamico perseguito dal jihad volge lo sguardo, più che a delimitazioni spaziali, a categorie religiose, surclassando l’idea stessa di una suddivisione geografico-territoriale. La naturale tendenza all’espansionismo del califfato – che vuole essere espressione politica di un ricongiungimento con la dinastia di Muhammad – il suo agire per ordini universali, la sua propensione all’ecumenismo e all’universalità contribuiscono a generare incertezza sui confini.

L’azione dell’Is provoca una geografia dell’incertezza, in quanto scardina le categorie geografico-politiche occidentali con le quali si era cercato di stabilire un ordine, e al contempo contribuisce a perseguire un ordine diverso, quello islamico.

Come rimarca Peter Mandaville in Global Political Islam riportando le parole di Sayyid Qutb, la concezione territoriale dell’Islâm è soltanto il frutto della modernità. In realtà essa – più che alla geografia – è intimamente legata all’idea di una difesa della propria fede: il suolo e il territorio non sono affatto considerati. Il territorio non ha alcun peso. Secondo l’impostazione moderna dello Stato nazionale concepita in Europa all’avvio della modernità, l’identificabilità di una cultura nazionale con una determinata porzione di globo terracqueo è invece di cruciale e primaria importanza.

La radice dello Stato Islamico, che si potrebbe far coincidere sinteticamente con il concetto di dawla (nozione assai complessa che riassume in sé le idee di “turno”, “periodo” e dunque di “dinastia”, quindi sostanzialmente coincidente con lo Stato islamico o con il “governo”) è profondamente differente da quella occidentale, poiché si basa su principi dinastici più che su un’idea di territorio definito. Il tentativo di applicare la categoria europea di Stato agli assetti interni all’Islâm, che vedono il proprio nucleo essenziale nel clan, è un errore da evitare. Sostiene ancora Scarcia Amoretti che «lo Stato così come inteso in Occidente non sia solo esperienza poco congrua con la tradizione islamica, ma che gli Stati musulmani contemporanei, pur ricalcati sulla falsariga europea, abbiano spesso più formalmente che sostanzialmente le medesime caratteristiche».

In tale distinzione geografico-politica risiede una differenza d’approccio che appare pressoché incolmabile, soprattutto laddove una parte considera l’altra come il nemico da sconfiggere per lo stabilimento di un ordine di natura religiosa e universale. Qui interviene un ulteriore fattore di instabilità, legato ancora al concetto di jihad: se infatti quest’ultimo è contemplato come necessario nei termini di una difesa, bisogna comprendere cosa viene concepito come minaccia e cosa no.

Se la sola esistenza dell’Occidente, per l’Is, è sinonimo di minaccia e necessita l’intervento del jihad, si rende incerto anche il confine tra difesa strategica e assalto di conquista. In tale quadro fideistico, laddove l’Occidente si contrappone – nella visione estremistica – allo stile di vita islamico, l’Is si ritiene legittimato a e in dovere di combattere e avanzare militarmente. Non si tratta, semplicemente, di una dâr al-Islâm, vale a dire di un’ecumene islamica, che è un’idea concettuale e geografica al tempo stesso «quando esiste un califfato che si postula unico» (Scarcia Amoretti), sebbene questa – unita all’idea di jihad – porta a varcare il fattore geografico stesso, data la sua propensione imperialistica.

In tale tipo di impostazione e nella mancanza di una struttura clericale centripeta capace di esprimere univocamente una visione d’insieme del mondo islamico, risiede un ulteriore problema per il mondo occidentale. Se infatti fino a qualche anno fa le espressioni politico-religiose interne all’Islam, anche più radicali, agivano in contesti ristretti nel tentativo di instaurare – ognuno secondo la propria visione – uno Stato islamico, e se le propensioni globali «fino a raggiungere “i confini della terra” […] sul piano della prassi politica» non avevano trovato riscontro (Scarcia Amoretti), oggi la questione appare assai più seria. Si apre qui il secondo nodo problematico, relativo al dialogo con l’Is.

I casi dell’Eta e dell’Ira, citati da Anna Maria Cossiga, avevano una propria ragion d’essere sulla base di una rivendicazione territoriale corroborata da ragioni etniche e culturali. Quello dell’Is ha invece una matrice radicalmente differente, legata a una guerra senza frontiere tale da rendere di fatto impossibile il dialogo. I gruppi terroristici europei adottavano misure estreme di uso della violenza per dar voce e legittimità a richieste di natura politico-geografica che non sarebbero state considerate con mezzi pacifici.

L’Is oggi utilizza mezzi terroristici non per conquistare una porzione di territorio ma per portare avanti un jihad che non ammette confini. Nella sua concezione non sono importanti le suddivisioni statali né le distinzioni nazionali, tantomeno la conquista del territorio in quanto tale, ma la guerra contro l’infedele, la quale non ha limiti geografici.

L’impossibilità di avviare un dialogo tra le parti deriva proprio dal tentativo del califfato di agire universalmente e di surclassare le suddivisioni che lo stesso Occidente ha contribuito a definire nel corso del tempo e a rendere instabili, come le recenti operazioni in Iraq hanno drammaticamente manifestato. Il dialogo non sembra possibile perché manca l’oggetto del contendere e di una possibile trattativa: da una parte si ragiona in termini assoluti, globali e religioso-morali, dall’altra in termini geografico-politici. Questo dislivello categoriale sembra rendere oggi impraticabile la via della mediazione e il confronto con Ira ed Eta assai lontano.

Questo comporta il dominio dell’incertezza dal punto di vista geografico e conduce a ulteriori, conclusive, considerazioni. È possibile definire il califfato come uno Stato, come noi lo intenderemmo? La risposta sembrerebbe essere negativa per due ragioni: sia perché la comunità internazionale non lo ha riconosciuto come tale, come richiederebbe il diritto internazionale; sia perché l’Is stesso non ammette una delimitazione propriamente statuale. Non a caso si utilizza sempre meno il suffisso “is”, che stava per Iraq e Siria (o al-Sham).

Per lo Stato Islamico il territorio è solo un mezzo e non un fine geopolitico. Se ne serve per avanzare, per sostentarsi e per trarre profitto dalle risorse che offre. Si tratta, in altre parole, di un’avanzata dettata dalla guerra contro l’Occidente infedele, che porta a un progressivo allontanamento e ridisegno dei confini. Ecco perché determina un contesto di incertezza geografica: perché non considera i riferimenti culturali e geografici con cui l’Occidente è solito ragionare, ma li scardina e li mette in seria discussione.

Sotto ai nostri occhi si sta consumando una progressiva perdita di territorialità, di legame fattuale e identificativo nazionalmente con una porzione di globo terracqueo, sulla scorta di un’avanzata imponente dettata da ragioni confessionali. La geografia dell’incertezza che sta riguardando territori dell’Iraq e della Siria sembra generata proprio dall’utilizzo di categorie politico-militari distanti anni luce da quelle cui siamo soliti riferirci.

Forse da ciò bisognerà ridefinire le mappe regionali. Nella speranza che presto quest’incertezza geografica arresti il suo corso.