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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoIl “Gennaio di sangue” in Kazakhstan e le conseguenze...

Il “Gennaio di sangue” in Kazakhstan e le conseguenze degli scontri

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di Paolo Sorbello, Università Ca’ Foscari Venezia – OACC

Almeno 227 morti, questo il bilancio di scontri di piazza in molte città del Kazakhstan nella prima settimana di gennaio tra forze di polizia, manifestanti pacifici, gruppi criminali e altre cellule anti-sistema non meglio definite. La stragrande maggioranza dei morti, dei feriti e degli arrestati è stata registrata ad Almaty, capitale fino al 1997 e tuttora la città più grande del Paese. Anche se la miccia che ha acceso la protesta è da rintracciare nell’inflazione del prezzo del carburante, il tessuto sociale all’interno del vasto Paese centrasiatico era già “infiammabile” da anni. Le proteste pacifiche si sono infatti velocemente diffuse da città in città fino a essere usurpate da gruppi violenti, che hanno preso d’assalto punti nevralgici di Almaty, provocando una reazione ancor più severa del normale da parte del governo centrale. Dopo due settimane di stato di emergenza e di terremoti nelle strutture di potere, il Kazakhstan è ritornato a un’apparente normalità. Per comprendere cause e conseguenze di tali evoluzioni, così epocali e così rapide, bisogna fare qualche passo indietro.

Il Kazakhstan ha beneficiato di forti investimenti esteri nel suo settore petrolifero ed è entrato tra i 15 Paesi che producono più greggio al mondo. La ricchezza di idrocarburi e di molte altre risorse minerarie ha contribuito a risollevare il Paese dopo la crisi macroeconomica del passaggio dall’economia stato-centrica di epoca Sovietica a quella di mercato dopo il 1991. Che la struttura dell’economia si fondasse sulle esportazioni di petrolio non ha giovato al resto dei settori produttivi, che non hanno attratto simili investimenti e non si sono liberati dalla dipendenza dalle commesse statali. In quest’ottica, le politiche di diversificazione dell’economia, tanto sbandierate dalla leadership kazaka, non hanno funzionato.

Lo stato delle rendite (rentier state) che si è venuto a creare in Kazakhstan aveva bisogno di stabilità politica per prosperare e Nursultan Nazarbayev, ex-segretario del Partito Comunista Sovietico locale, sfruttò l’onda dell’indipendenza e degli investimenti stranieri nel settore petrolifero per consolidare il proprio potere come capo della nazione prima, e come “Padre della Patria” poi. Per tre decenni, Nazarbayev è stato a capo del Paese, fino a passare la mano al suo fedelissimo, Kassym-Jomart Tokayev, nel marzo 2019. Il primo atto presidenziale di Tokayev fu quello di rinominare la capitale Nur-Sultan, in onore di Nazarbayev. Questo, insieme all’insoddisfazione popolare verso una promessa di cambiamento non mantenuta, aveva riportato le persone in piazza a protestare, dopo anni di calma apparente, dietro le minacce di uno stato che si era dimostrato pronto a reprimere ogni opposizione. Nel 2011, al culmine di uno sciopero di lavoratori del petrolio durato otto mesi, la polizia aprì il fuoco contro i manifestanti, uccidendone almeno 16 e provocando almeno un centinaio di feriti. Fino al gennaio 2022, gli eventi di Zhanaozen, una cittadina vicina a un giacimento importante nell’ovest del Paese, erano stati gli eventi più sanguinosi nella breve storia del Kazakhstan indipendente.

Il 2 gennaio di quest’anno, proprio a Zhanaozen, centinaia di persone erano scese in piazza contro il rincaro del GPL, un carburante molto diffuso in questa regione e in quelle confinanti. Il raddoppio del prezzo, giustificato dal governo come la conseguenza dell’abbandono dei sussidi e del passaggio a un mercato concorrenziale, ha provocato una reazione forte su due temi diversi ma affini: la disuguaglianza economica e l’emarginazione socio-politica. 

Due anni di pandemia hanno infatti esacerbato la disparità tra i pochi membri delle élites e la popolazione, che soffre sempre di più di precarietà lavorativa e decrescente potere d’acquisto. Secondo dati dell’agenzia di consulenza KPMG, nel 2019 solo 162 persone detenevano il 55% della ricchezza del Paese, mentre il 52% della popolazione guadagnava cifre al di sotto dei 200 euro mensili. Per quello che si definisce il Paese più ricco dell’Asia centrale, queste statistiche sono il ritratto del fallimento della redistribuzione.

Alla mancata equità della ricchezza, si è aggiunta la mancata soddisfazione della voglia di cambiamento, che la popolazione richiede sin dalle dimissioni di Nazarbayev. L’emarginazione dei cittadini dalla vita politica del Kazakhstan fa sì che ogni decisione venga vista come un’imposizione dall’alto. La scelta che ha portato all’aumento del prezzo del GPL fu proprio vista in quest’ottica e lo scendere in piazza si declina come extrema ratio per far sentire il proprio dissenso. 

Questo dissenso si è rivelato contagioso, non per quanto riguarda i prezzi del carburante, ma in relazione alla disuguaglianza e all’emarginazione. Le manifestazioni di solidarietà a Zhanaozen del 3 e 4 gennaio in tutto il Paese hanno cominciato a far risuonare slogan che chiedevano delle riforme strutturali e un’apertura politica.

Cresciuta spontaneamente fino ad arrivare a una protesta di proporzioni senza precedenti, la folla di Almaty si è trovata di fronte polizia e forze speciali che, la notte del 4 gennaio hanno cominciato a caricare i dimostranti, usando gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Centinaia gli arresti in una notte in cui le tensioni hanno raggiunto un punto di non ritorno. Nelle prime ore del 5 gennaio, testimoni oculari hanno notato la curiosa assenza degli schieramenti imponenti di polizia ed esercito e l’ingresso in città di gruppi violenti più o meno organizzati, che hanno preso di mira tre punti nevralgici della città: il Municipio, la Residenza presidenziale e l’aeroporto. L’immagine del municipio in fiamme resterà indelebile per gli abitanti di Almaty.

Nel dichiarare lo stato di emergenza, il presidente Tokayev decise anche di sciogliere il governo, licenziare e arrestare il capo dei servizi segreti Karim Massimov, sollevare Nazarbayev dall’incarico di capo del Consiglio di sicurezza nazionale e chiedere formalmente l’aiuto delle forze del Trattato di sicurezza collettiva (ODKB nell’acronimo russo), un’organizzazione simile alla NATO che comprende, oltre al Kazakhstan, Armenia, Bielorussia, Kyrgyzstan, Russia e Tajikistan.

L’invito dell’ODKB è legato alla sedicente presenza di “forze straniere” che avevano l’obiettivo di “un colpo di stato”, secondo le parole di Tokayev, che ha parlato di 20.000 terroristi addestrati in Asia centrale e Medio oriente che hanno preso d’assalto Almaty. Benché poco credibile, anche alla luce dell’assenza di una rivendicazione univoca, la giustificazione di Tokayev è stata abbastanza per il dispiego di 2.500 soldati sotto l’egida dell’ODKB per proteggere asset strategici in Kazakhstan. Come annunciato inizialmente, i soldati sono rientrati nei rispettivi Paesi d’origine circa 10 giorni dopo il loro arrivo, appena Tokayev ha ritenuto che la calma fosse stata ristabilita.

L’11 gennaio, dopo giorni di silenzio e un totale blackout di internet nel Paese, Tokayev ha annunciato la nomina di un nuovo governo – che tuttavia arruola molti volti conosciuti nei governi precedenti – e l’0rdine di nuove riforme per combattere la disuguaglianza. Nel suo discorso, Tokayev ha puntato il dito contro Nazarbayev, che avrebbe favorito la creazione di una élite di ricchi oligarchi, e ha promesso un’apertura politica entro certi confini. Nei giorni seguenti, molti dei fedelissimi di Nazarbayev e membri della sua famiglia hanno perso i propri incarichi formali, dal nipote vice-capo dei servizi segreti al genero a capo del Consiglio degli imprenditori (Atameken). Molti osservatori si sono precipitati a parlare di de-Nazarbayevficazione, la fine di una presidenza etero-diretta e l’inizio dell’era Tokayev. Tuttavia, l’epurazione da incarichi formali non è stata seguita da conseguenze economiche tangibili, visto che la famiglia Nazarbayev continua a controllare circa il 45% del settore bancario e ingenti azioni nell’industria petrolifera e nell’indotto. In un’intervista al canale televisivo di stato, Tokayev ha anche ricordato che, nonostante le imperfezioni, è stato grazie a Nazarbayev che il Kazakhstan è diventato un Paese così prospero. Alla fine non si è vista una drastica epurazione della figura del Padre della Patria, come paventato da coloro che pensano che la crisi sia sorta semplicemente da un conflitto tra élites.

Durante giorni e notti insonni interrotti dal rumore di spari e granate, i residenti di Almaty si sono ritrovati in un buio mediatico a causa del blocco di internet e delle telecomunicazioni. Questo ha lasciato carta bianca agli apparati di sicurezza per dare un ulteriore giro di vite contro la libertà di stampa, con arresti di giornalisti e di residenti che avevano provato a filmare gli eventi. Molti attivisti politici sono stati presi di mira nei giorni precedenti e successivi agli scontri di piazza. Due rapporti dettagliati di Human Rights Watch hanno sottolineato l’eccessivo uso della forza da parte della polizia nell’affrontare le proteste pacifiche e gli episodi di tortura e irregolarità procedurali nel trattamento dei detenuti, il cui numero supera i 10.000.

Il nuovo corso di Tokayev deve costruirsi su fondamenta che al momento non sono solide. In precedenza, anche senza considerare il pugno di ferro contro ogni opposizione, Nazarbayev godeva di una legittimità popolare dovuta all’abilità nel tenere insieme un Paese così esteso e demograficamente variegato e al progresso economico. Tokayev, invece, ha ereditato gli aspetti negativi del regime di Nazarbayev: è stato infatti etichettato come prodotto del sistema corrotto e chiuso di Nazarbayev, installato al potere proprio per preservarne la permanenza. Senza un cambiamento strutturale e di quadri di potere, il Kazakhstan del dopo-“Gennaio di sangue” rischia di assomigliare fin troppo a quello dei trent’anni precedenti. E senza legittimità, l’amministrazione Tokayev rischia di potersi tenere in piedi solo grazie alla severità della propria capacità repressiva.

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