Gaza: che fare?

La politica israeliana verso la Striscia di Gaza è condizionata da due elementi principali: il dominio di Hamas nella Striscia ed il ritiro unilaterale voluto dal governo Sharon nel 2005.

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Hamas è un movimento islamico vicino alla Fratellanza Musulmana che nel 2006 vince le elezioni parlamentari palestinesi. In seguito ad una fase di scontro militare con il principale movimento rivale Fatah, Hamas nel giugno 2007 assume il controllo della Striscia di Gaza e tale evento segna de facto una spaccatura nei Territori Palestinesi tra la West Bank governata da Fatah e dunque sotto l’autorità dell’ANP e la Striscia di Gaza governata da Hamas. Quest’ultimo viene considerato da Tal Aviv come un movimento terroristico ed una minaccia esistenziale a causa della sua decisione di non rinunciare all’uso della violenza contro Israele, di non riconoscerne il diritto ad esistere e di non accettare gli accordi di pace siglati tra OLP e Tel Aviv.

Il ritiro unilaterale dalla Striscia, occupata insieme alla West Bank durante la guerra del 1967, attiene principalmente a motivazioni di carattere militare. La Striscia di Gaza è un’area di 360 km² con una popolazione di circa 1.700.000 abitanti, tali dati fanno della Striscia uno dei posti più densamente abitati al mondo con una stima di 5.000 abitanti per km². Nella Striscia di Gaza fino al 2005 abitavano circa 8000 israeliani dislocati in ventuno colonie situate nel cuore della Striscia di Gaza. L’esiguo numero di israeliani residenti, le colonie isolate le une dalle altre, il rapporto numerico totalmente sfavorevole alla componente israeliana, la necessità di un costante dispiegamento di truppe per proteggere i coloni ed i pericoli per militari e civili di essere vittime di attacchi terroristici hanno spinto Tel Aviv ad optare per la cessazione dell’occupazione. Il piano di disimpegno ha previsto un abbandono di quelle pratiche di conflict management realizzate tutt’oggi in West Bank e una ricollocazione delle truppe dell’IDF lungo il confine con Israele al fine di monitorare l’attività palestinese.

Questi due aspetti condizionano la politica israeliana verso Gaza nella misura in cui il dominio di Hamas è visto da Israele come una minaccia esistenziale da eliminare e il ritiro unilaterale da Gaza non consente alle truppe dell’IDF di esercitare quelle pratiche poliziesche di controllo del territorio e della popolazione al fine di intercettare ed eliminare eventuali minacce poste in essere contro Israele.

Tali elementi hanno contribuito a definire le principali strategie di politica estera sviluppate da Israele verso la Striscia di Gaza: garantire un peggioramento delle condizioni di vita nella Striscia al fine di spingere la popolazione gazana a rovesciare Hamas e mantenere una deterrenza militare.

La prima strategia si realizza tramite un controllo militare del confine esterno, sia esso terrestre, aereo o marittimo. Israele ha imposto una “security zone” attraverso la quale controlla i flussi di beni e di persone in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza. Ha imposto a Gaza un blocco economico e ha ultima parola sulle merci che possono entrare ed uscire da Gaza. Ufficialmente il blocco economico deve consentire l’ingresso a Gaza di quei beni considerati necessari a soddisfare i basic needs dei gazani e vietare la possibilità d’ingresso di quei beni che potrebbero essere destinati alla costruzione di razzi come legno, cemento e benzina. La razionalità del blocco economico, lungi dal garantire il pieno soddisfacimento dei bisogni primari, consiste nel fare in modo che esso garantisca il soddisfacimento dei bisogni essenziali e vitali della popolazione gazana al fine di evitare che venga classificato come punizione collettiva sulla base di quanto definito nella Quarta Convenzione di Ginevra. Il blocco economico funge inoltre da arma di ricatto nella misura in cui in periodi di tensione militare tra Hamas ed Israele quest’ultimo può riservarsi la decisione di una chiusura temporanea e totale della frontiera.

La strategia della deterrenza è utilizzata al fine di mantenere la superiorità militare dell’IDF contro Hamas. Le minacce provenienti da Hamas sono legate all’eventuale lancio di razzi che possono colpire indiscriminatamente il territorio israeliano. Così la strategia della deterrenza è orientata all’eliminazione di tale possibilità tramite azioni come il blocco economico, il bombardamento mirato di centri di fabbricazione e lancio di razzi e la distruzione di tunnel utilizzati per l’acquisizione di quel materiale destinato alla costruzione degli stessi. In questo quadro, obiettivo della deterrenza è garantire il mantenimento dello status quo piuttosto che procedere al rovesciamento manu militari del governo di Hamas.

Tali strategie mentre da un lato consentono ad Israele di mantenere lo status quo vigente a Gaza, dall’altro creano ulteriori sfide per Tel Aviv. Innanzitutto l’assedio e il blocco economico di Gaza non sembrano aver indebolito la legittimità di Hamas né stimolato i gazani a ribellarsi ad esso. Oggi Hamas conserva il suo monopolio della violenza legittima nella Striscia e sta accrescendo il proprio consenso tra i palestinesi a discapito di altre forze come Fatah. In particolare i giovani palestinesi sono sempre più affascinati da Hamas nella misura in cui al vecchio modello del nazionalismo arabo sostenuto da Fatah sostengono i messaggi di un nuovo Islam politico diffusi da Hamas. La legittimità di Hamas è cresciuta anche grazie ai servizi di governo e di polizia che esso offre.

Inoltre mentre il blocco economico e l’assedio di Gaza non sembrano aver indebolito Hamas, dall’altro ha accresciuto le pressioni e le critiche internazionali contro Israele a causa delle condizioni in cui la società gazana vive. Uno studio condotto dalle Nazioni Unite nel 2011 conclude che la popolazione di Gaza nel 2020 raggiungerà i 2 milioni di abitanti e che per essere ancora considerata vivibile la Striscia di Gaza necessiterà di ampi sforzi per migliorare i settori della salute, della sanità, dell’educazione, dell’energia e dell’acqua. Da più parti si sollevano proteste contro il blocco di Gaza e numerose sono le richieste di sollevamento delle sanzioni economiche poste in essere da Israele. Le critiche contro Tel Aviv si sono intensificate a causa delle tre operazioni militari condotte a Gaza tra il 2008 ed il 2014 che hanno distrutto gran parte delle infrastrutture civili e peggiorato drasticamente le condizioni di vita dei gazani.

Anche la strategia della deterrenza comporta alcune sfide. Si è visto come Hamas riesce ad affrontare le sfide del blocco cui è relegata Gaza, infatti fece scalpore la prima scoperta di tunnel creati per collegare Gaza all’Egitto. Hamas inoltre, nonostante l’assedio, ha migliorato le sue capacità militari. Mentre fino al 2008 i razzi cadevano principalmente in aree poco popolate vicino la Striscia, oggi arrivano a minacciare città più popolose come Beersheba e la stessa Tel Aviv.

Sebbene i razzi non rappresentino una seria minaccia per Israele, forte è il contraccolpo psicologico che generano nella popolazione israeliana a causa della casualità degli stessi. Tale aspetto ha creato malcontento da parte di alcuni settori della società civile israeliana che spingono per una definitiva e totale sconfitta di Hamas. A tale aspetto Israele ha provato a rispondere tramite il meccanismo Iron Dome in grado di intercettare e distruggere i razzi lanciati contro il suo suolo. Il problema di tale dispositivo è che un solo missile non intercettato spingerebbe gli israeliani ad interrogarsi sulla sua effettiva capacità protettiva.

Si è visto come la Striscia di Gaza comporta serie sfide per Israele e come quest’ultimo al giorno d’oggi cerchi di destreggiarsi tra un mantenimento dello status quo e di sfuggire alle pressione e alle critiche interne ed internazionali. Una possibile soluzione all’empasse gazana potrebbero essere la rioccupazione militare della Striscia di Gaza e il definitivo rovesciamento di Hamas. Tale aspetto tuttavia non è esente da criticità infatti un intervento militare di terra e un’occupazione militare della Striscia potrebbero comportare la perdita di numerose vite tra i ranghi dell’IDF. Inoltre mentre la vittoria militare sarebbe scontata, difficile sarebbe ottenere una vittoria politica. Poiché un intervento del genere potrebbe accrescere le critiche internazionali contro Israele come dimostrato, ad esempio, a margine delle operazioni militari Cast Lead del 2008-2009 e Protective Edge del 2014.

Un’ulteriore possibile soluzione potrebbe essere il rovesciamento Hamas ed il reinsediamento di Fatah nella Striscia di Gaza. Da questo punto di vista non è sicuro che Fatah riuscirebbe a mantenere il controllo sulla popolazione gazana e dunque la Striscia potrebbe cadere nel caos. D’altro canto se Fatah riuscisse nell’impresa di stabilizzare la Striscia ciò porterebbe inevitabilmente ad un rafforzamento dell’ANP, riaprirebbe la questione del passaggio sicuro per collegare la Striscia di Gaza con la West Bank come discusso negli accordi di Oslo ed aumenterebbe le pressioni su Israele al fine di procedere a concessioni territoriali verso i palestinesi.

Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente interessante poiché, secondo alcune ricostruzioni, evidenzierebbe come al di là dei proclami sulla necessità di rimuovere Hamas, questo movimento risulti funzionale alle finalità israeliane. Il governo di Hamas e, di conseguenza, il mancato controllo dell’ANP sulla totalità dei territori palestinesi indebolisce e delegittima quest’ultima agli occhi di Israele quale interlocutore affidabile. L’incapacità dell’ANP di affrontare le sfide poste in essere da Hamas viene strumentalizzata da Tel Aviv al fine di posticipare i colloqui di pace con i palestinesi evitando, così, di affrontare la questione spinosa del ritiro militare dalla West Bank.

Al momento si può notare come la politica estera israeliana verso la Striscia di Gaza debba tener conto di una molteplicità di fattori sia in termini di sfide sia in termini di opportunità. Mentre le sfide sono legate ad Hamas e alla pressione internazionale cui è sottoposta Tel Aviv, le opportunità sono legate alla divisione tra Hamas e Fatah che consente ad Israele, sulla base del collaudato principio del divide et impera, di non riaprire le trattative con l’ANP fino a quando la situazione non torni alla normalità. Israele sembra, in questo momento storico, aver scelto di non decidere limitandosi unicamente al mantenimento dello status quo. Tuttavia si ritiene che la finestra su Gaza non possa restare chiusa ancora a lungo, basti pensare alla stima delle Nazioni Unite per cui nel 2020 la popolazione gazana raggiungerà i 2 milioni. Molto probabilmente la pressione internazionale spingerà Israele a collocare la questione di Gaza al vertice della sua agenda internazionale. Un aiuto in tal senso potrebbe provenire da una eventuale riunificazione tra Hamas e Fatah che rafforzerebbe l’ANP e incrementerebbe, ulteriormente, le pressioni su Israele.