VIII International Gas Forum di San Pietroburgo

Si è chiuso ieri l’VIII International Gas Forum di San Pietroburgo, una delle principali convention mondiali sul tema, in particolare perché viene utilizzata dal colosso russo Gazprom come una tribuna dalla quale snocciolare dati e lanciare nuovi progetti. Quest’anno a tenere banco è una notizia molto significativa sotto il profilo geopolitico: nonostante le sanzioni, le forniture di gas naturale russo ai paesi dell’Unione Europea continuano a crescere senza sosta.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo - GEOPOLITICA.info

Secondo quanto riferito dal presidente di Gazprom e viceministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksej Borisovic Miller, nel discorso tenuto al Forum, nel 2017 i volumi di fornitura del gigante russo al mercato europeo hanno raggiunto i 194,4 miliardi di metri cubi, con una crescita rispetto all’anno precedente dell’8,4%. Anche l’anno in corso segnerà un’ulteriore crescita, pari almeno al 6%, che farà segnare un nuovo record. “Parliamo di una fornitura – ha spiegato Miller – di oltre 200 miliardi di metri cubi. Cosa significa? Significa che ci avvicineremo alla soglia di 205 miliardi, ovvero il volume massimo di fornitura previsto dai nostri contratti in essere”. Ma non è tutto, perché la previsioni dicono che la domanda di gas russo aumenterà ulteriormente nei prossimi anni, anche in ragione del processo di de-carbonizzazione in atto a livello mondiale, e soprattutto in Europa, che ha reso il GNL la fonte energetica più conveniente nel rapporto tra costi e livello di inquinamento prodotto.

I numeri di Miller spiegano l’attacco rivolto da Trump alle Nazioni Unite contro la Germania, accusata di essere sempre più dipendente da Mosca sotto il profilo energetico: il presidente americano vorrebbe infatti indirizzare il mercato europeo verso lo shale gas statunitense, che però presenta l’inconveniente di essere particolarmente costoso. Addirittura il 30% in più secondo alcune stime.

E qui arriviamo al vero nodo geopolitico della questione: il North Stream 2. Secondo quanto riferito da Miller, negli ultimi 12 mesi il carico dell’attuale North Stream ha superato del 7% la capacità originariamente prevista per l’infrastruttura (59 miliardi di metri cubi, invece dei 55 previsti).

Sono queste le ragioni che spingono a realizzare a ogni costo il raddoppio del gasdotto (che raggiungerà un volume di carico di 110 miliardi di metri cubi). L’opera costerà 9,5 miliardi di euro, metà dei quali arriveranno da Gazprom, l’altra metà dai suoi partner europei: la francese Engie, l’austriaca OMV, la Royal Dutch Shell e la tedesca Uniper & Wintershall. Proprio l’ad di OMV, Rainer Seele, ha spiegato ai partecipanti del forum che 50 km della sezione offshore dell’infrastruttura sono già stati realizzati nelle acque finlandesi e tedesche, mentre manca solo l’assenso della Danimarca, previsto per l’anno prossimo. Per l’Italia si tratta di uno smacco strategico incalcolabile. Le sanzioni causate dal conflitto ucraino hanno infatti pregiudicato il progetto South Stream, concorrenziale alla pipeline baltica e fatto sfumare una straordinaria occasione a disposizione del nostro paese e degli stati balcanici. Taglienti le parole di Putin che un paio di giorni fa, in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere austriaco Sebastian Kurtz a Mosca, ha stigmatizzato la decisione del governo bulgaro “di abbandonare il progetto a causa delle pressioni straniere, venendo meno alla difesa dei propri interessi nazionali”, quantificati in 400 milioni di euro annui in cambio del semplice passaggio del gasdotto sul suo territorio nazionale. Non sorprende, quindi, l’annuncio del presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, di voler partecipare al finanziamento del North Stream 2, considerato altamente remunerativo. Soldi che invece di prendere la via del Baltico avrebbero potuto rimanere nel Mediterraneo se il progetto South Stream non fosse stato cancellato.