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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaGas naturale, sicurezza energetica e dinamiche geopolitiche

Gas naturale, sicurezza energetica e dinamiche geopolitiche

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Il rincaro del prezzo del gas naturale, i rischi legati alla sicurezza energetica e il dedalo delle relazioni geopolitiche sono tra i principali argomenti all’ordine del giorno nell’agenda internazionale. Un fronte “caldo”, non solo dal punto di vista energetico, sottende il conflitto tra la Russia e l’Ucraina in cui l’escalation delle tensioni ha un impatto non solo a livello europeo causando, tra le altre cose, una progressiva riduzione del flusso di gas naturale verso l’Europa Occidentale, ma anche a livello globale coinvolgendo i principali player internazionali: Russia, Stati Uniti e Cina.

La poliedricità della crisi energetica

Negli ultimi mesi la corsa all’approvvigionamento del gas naturale, una delle più efficienti risorse fossili utilizzate per la produzione di energia elettrica, è diventata sempre più incessante e il ruolo della Russia, che rappresenta il secondo Paese al mondo dopo gli Stati Uniti per produzione di gas, è divenuto sempre più egemonico, acuendo la dipendenza dei Paesi UE dal Cremlino. 

Il tema può essere affrontato secondo un’analisi dal punto di vista geopolitico, economico e finanziario.

Quanto all’aspetto geopolitico, è opportuno segnalare che l’Europa importa circa il 70% del consumo di gas naturale da Paesi terzi, di cui oltre il 40% proviene direttamente dalla Russia e giunge in Europa mediante quattro gasdotti: (i) “Nord Stream 1” che, passando per l’Ucraina, trasporta il gas dalla Russia in Europa Occidentale, (ii) “Yamal” che attraversa Bielorussia e Polonia per arrivare in Germania, (iii) “Tag” passa dall’Austria sino all’Italia e (iv) “Blue Stream” diretto verso la Turchia.

A queste pipelines, si aggiunge il nuovo gasdotto, il “Nord Stream 2”, un raddoppio del Nord Stream 1 da utilizzarsi in alternativa a quest’ultimo che, collegando direttamente la Russia alla Germania, eviterebbe il passaggio del gas per l’Ucraina. Il Nord Stream 2 ha il “passaporto” russo, in quanto Gazprom, società russa a maggioranza statale e tra i principali fornitori di gas al mondo, è l’unica titolare dell’infrastruttura e il capitale sociale della project company costituita per la costruzione e la gestione della medesima, Nord Stream 2 AG, società con sede in Svizzera, è interamente detenuto da Gazprom International Projects LLC, una subsidiary di PJSC Gazprom. Sul fronte finanziario, i principali investitori nel progetto sono ENGIE, OMV, Shell, Uniper e Wintershall Dea.

Dunque, quali sarebbero le implicazioni? 

L’utilizzo del nuovo gasdotto, in alternativa al Nord Stream 1, comporterebbe: (i) la sospensione del pagamento dei diritti di transito da parte della Russia in favore dell’Ucraina, così come sanciti nell’accordo di transito quinquennale sottoscritto tra Gazprom e Kiev il 31 dicembre 2020 che avrebbe garantito all’Ucraina oltre 7 miliardi di dollari di introiti, nonché (ii) un indebolimento considerevole del potere negoziale dell’Ucraina che rimarrebbe esclusa dalla possibilità di esercitare qualsiasi pressione su Mosca nel caso di eventuali criticità nell’approvvigionamento. 

Di non poco conto nella vicenda in esame è il ruolo degli Stati Uniti, forti oppositori della realizzazione della nuova infrastruttura, tanto da manifestare il loro hard power mediante l’imposizione di sanzioni nei confronti delle aziende coinvolte nel progetto. Ad ogni modo, nell’ottica di mantenere un rapporto collaborativo con la Germania e preservare la sicurezza nazionale dell’Ucraina, il 12 luglio scorso gli Stati Uniti e la Germania hanno raggiunto un accordo sul Nord Stream 2 che, seppur sancendo il via libera statunitense per la finalizzazione del progetto, si pone l’obiettivo di supportare l’Ucraina, sia a livello finanziario che diplomatico.

Alla partita geopolitica si aggiungono alcune questioni a carattere regolamentare, visto che l’operatività del nuovo gasdotto è subordinata all’esito positivo del controllo di conformità della nuova infrastruttura alla normativa europea, in particolare alla Direttiva (UE) 2019/692 che stabilisce le norme comuni in materia di trasporto, distribuzione, fornitura e stoccaggio di gas naturale. Tale controllo sarà espletato preliminarmente dal regolatore della rete elettrica tedesco, Bundesnetzagentur, e, in seconda battuta, giungerà sui tavoli della Commissione Europea. 

Tale normativa è volta a garantire anche il cosiddetto “unbundling (disaggregazione) per il settore elettrico e gas che consiste nella necessità di garantire che le compagnie proprietarie dei gasdotti siano diverse da quelle che producono, trasportano e distribuiscono il gas per garantire la concorrenza leale nel mercato, prezzi competitivi e la sicurezza degli approvvigionamenti. Ad oggi, tale requisito non risulta rispettato visto che l’intero progetto è direttamente gestito dal medesimo operatore e, pertanto, l’estensione applicativa della direttiva comunitaria al gasdotto Nord Stream 2 eviterebbe la formazione di un monopolio russo e l’assoggettamento della fornitura alle politiche statali. 

Per quanto attiene all’aspetto economico, analizzandolo secondo il binomio della domanda-offerta, è da segnalare che il rincaro dei prezzi dell’energia elettrica è consequenziale a: (i) una generale aumento dei consumi per soddisfare le esigenze industriali e domestiche; (ii) una riduzione dei flussi di gas naturale dalla Russia e (iii) un incremento del transito del gas dalla Russia alla regione Asia-Pacifico in cui è stato registrato un aumento della domanda  (in particolare, dalla Cina +17% e dalla Corea del Sud + 18%) anche in risposta alle politiche legate alla decarbonizzazione in cui l’utilizzo del gas naturale è molto meno inquinante rispetto al carbone.

Le ripercussioni dei rincari si diramano lungo tutta la supply chain sino a giungere all’adozione di politiche di contingentamento delle risorse. A titolo esemplificativo, il rincaro dei costi è stato particolarmente impattante nelle industrie energivore (i.e. acciaierie, industrie meccaniche ecc.), ovverosia le imprese che hanno consumi elevati di energia e con forte incidenza sul fatturato, giungendo sino alla sospensione della produzione. Secondo quanto riportato dagli analisti di Morgan Stanley, le industrie dell’acciaio e dell’alluminio hanno subito la sospensione di circa il 7% della capacità di produzione di alluminio. 

Infine, con riferimento all’aspetto finanziario, le operazioni speculative sui derivati del gas naturale, futures, sono in grado di influenzare i prezzi della materia prima? 

Senza addentrarci troppo in tecnicismi, occorre premettere che il prezzo dei contratti future del gas naturale sono definiti (non solo per il mercato del Nord America, ma a livello globale) dall’Henry Hub nello Stato del Louisiana e sono quotati al Nymex (New York Mercantile Exchange), al NBP (National Balancing Point) e all’IPE (International Petroleum Exchange). La quotazione è influenzata da diversi fattori quali: (i) la domanda-offerta a livello globale; (ii) le tensioni geopolitiche; (iii) il prezzo di altre materie prime (i.e. il prezzo del petrolio e del carbone); (iv) il valore del dollaro americano, visto che la quotazione avviene in USD e (v) la stagionalità.

Per rispondere alla domanda iniziale, si può ricorrere all’ausilio di quanto contenuto nel report del settembre 2020 di McKinsey & Company, società di consulenza strategica, dal titolo “The future of liquified natural gas: Opportunities for growth” in cui si analizza puntualmente il fenomeno della volatilità del prezzo del gas in funzione dei vari fattori e, in conclusione, sembrerebbe che, in una certa misura, l’aumento dei prezzi dei futures sia in grado di deformare l’andamento del mercato, tanto da causare incrementi sproporzionati del prezzo del gas (come, effettivamente, sta accadendo).

Tra soft power russo e transizione energetica

Per riassumere i termini della questione, l’Europa versa in un equilibrio precario sul fronte energetico e la sua crescente dipendenza dalla Russia non fa altro che evidenziare come la capacità di fornire l’“oro blu” rappresenti un mezzo per l’esercizio di un soft power che si traduce in un controllo politico-economico.  

Per questo alcuni Paesi, in primis la Cina, per allentare il giogo dell’influenza russa hanno intrapreso la cosiddetta “string of pearl strategy”, la strategia della collana di perle, che consiste nella creazione di avamposti marittimo-commerciali per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti ed in grado di trasformare i nodi commerciali (ad esempio i porti) in veri e propri hub energetici. 

Oltre alle criticità sul fronte russo, un’altra causa dell’aumento del consumo di energia deriva dall’adozione da parte dei singoli Paesi di politiche volte alla decarbonizzazione – in linea con gli obiettivi della COP26 – che favoriscono l’utilizzo del gas naturale a discapito dei prodotti petroliferi per la produzione di energia. Dunque, il gas naturale è indispensabile per favorire la transizione energetica ma, al contempo, la necessità di rispettare tali obiettivi sta causando dei blackout produttivi, rincari delle bollette e criticità sul fronte della sicurezza energetica.  

Nella volontà comune di trovare una soluzione a lungo termine, la Commissione Europea ha proposto di inserire tra le fonti di energia rinnovabile elencate nella tassonomia verde l’energia nucleare. Quale sarà la “reazione”?  Dopo il 21 gennaio gli Stati Membri saranno chiamati ad una prima decisione sul tema, anche se la delicatezza della questione avrà importanti risvolti nell’opinione pubblica. 

Ci troviamo difronte ad un mosaico geopolitico in cui i singoli tasselli sono in continuo mutamento e, in un mondo di varianti (non solo epidemiologiche), l’unica costante pare essere quella del progressivo rafforzamento della Russia nella scacchiera internazionale. I paesi europei si trovano letteralmente alla “canna del gas” e nei prossimi mesi sarà di preminente importanza l’adozione di misure strutturali, quali la definizione di una strategia di sicurezza energetica a livello europeo che sia in grado di avviare una diversificazione delle fonti di approvvigionamento mediante un reverse flow delle importazioni, favorendo il transito del gas dai Paesi meridionali direttamente collegati al Nord Africa attraverso le condutture “Green Stream”, “TransMed”, “Medgaz” e “Maghreb”.

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