Game of Thrones. Ovvero manuale per lo studio delle Relazioni internazionali

Gli esperti di Relazioni internazionali (RI) non hanno mai subito il fascino di un film o di una serie televisiva come accaduto con Game of Thrones (GoT).

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Presentata di sovente come un fantasy, la saga trova nella presenza di tre draghi e di un esercito di non morti le esche perfette per attirare il grande pubblico. Il risultato finale – poco importa se fosse nella volontà originale di George Martin – è quello di un’avvincente rappresentazione delle logiche che muovono la politica, in particolare quella internazionale. Non a caso Foreign Affairs, Foreign Policy e The National Interest hanno discusso di come GoT sappia cogliere la realtà di alcuni concetti-chiave della politica internazionale e si sono interrogate su quale scuola delle RI sia più vicina alla sua visione del mondo.

La lotta per il potere è il filo conduttore della serie, che propone frequenti riflessioni sulla sua essenza. Emblematico è l’indovinello che lord Varys pone a Tyrion Lannister: «tre grandi uomini siedono in una stanza, un re, un prete e un ricco. Tra loro c’è un mercenario […]. Ognuno dei tre grandi uomini gli ordina di uccidere gli altri due. Uccidili – dice il re – perché sono il tuo signore. Uccidili – dice il prete – perché te l’ordino nel nome degli Dei. Uccidili – dice il ricco – e tutto quest’oro sarà tuo. Per cui chi sarà a vivere e chi a morire?». Se la soluzione dell’indovinello secondo Varys è che «il potere risiede dove un uomo crede che esso risieda», la regina Cersei non si sofferma a problematizzarlo troppo. In un dialogo con Ditocorto, secondo cui «il potere è sapere», ordina ai suoi uomini prima di arrestarlo, poi di giustiziarlo e, infine, di liberarlo, solo per dimostragli che «il potere è potere».

La competizione permanente tra le case nobiliari del continente di Westeros fornisce un’efficace rappresentazione dell’anarchia internazionale e delle sue conseguenze sulle scelte degli attori in termini di vincoli e opportunità. La disperata ricerca della sopravvivenza, infatti, induce – quasi – tutte le figure centrali della saga a una condotta sostanzialmente amorale, utilitaristica e ispirata alla massimizzazione del potere. È a tutti gli effetti la descrizione di un gioco ‘a somma zero’, d’altronde, quella che Cersei profila a Ned Stark ricordandogli che «al gioco per il trono o si vince o si muore, non esistono vie di mezzo».

GoT, inoltre, si interroga su quale distribuzione di potere possa garantire un minimo di stabilità nella sfera internazionale. Equilibrio di potenza o egemonia? La risposta appare senza dubbio la seconda. Westeros sprofonda in quella che la teoria delle RI considera una ‘guerra generale’, il cui principale effetto è la ridefinizione degli assetti internazionali, quando comincia a declinare il potere della famiglia Baratheon, che aveva unificato i sette regni dopo l’assassinio del ‘re folle’. La crisi dell’ordine, che innesca la lotta per il trono di spade, non avviene per un indebolimento della casa regnante sul piano militare, ma per quello degli attributi qualitativi dell’egemonia. Da un lato la volontà di guidare gli altri attori fornendo loro beni pubblici (sicurezza, benessere). Questa qualità sembra difettare a Joffrey, il successore del re Robert, che appare più interessato a incassare i dividendi del potere ai danni degli altri dignitari del regno che a esercitare la leadership. Dall’altro, sul nuovo re grava un forte deficit di consenso. Non solo i suoi modi brutali rendono diffidenti sia alleati che rivali, ma anche i dubbi sulla sua effettiva discendenza da Robert Baratheon concorrono a delegittimarlo.

La principale aspirante al trono di spade è Daenerys Targaryen, la cui pretesa deriva non solo dall’essere figlia del ‘re folle’, ma anche dal progetto di liberazione degli oppressi di cui si fa promotrice. La carica rivoluzionaria delle idee di Daenerys, che le permette di formare un esercito temibile affiancato da tre draghi, è sintetizzata da un suo dialogo con Tyrion. Quando il primo cavaliere prova a metterla in guardia sulle insidie che l’attendono e sulle difficoltà nel trovare alleati per realizzare l’impresa, la giovane risponde che le grandi famiglie nobiliari del continente rappresentano i raggi di una ruota che schiaccia le persone. Una ruota che non è interessata a fermare, ma che intende, piuttosto, distruggere. La serie, tuttavia, dimostra come la struttura internazionale piega gli attori alle sue logiche e, alla fine, Daenerys non farà eccezione.

La stessa ciclicità emerge nella formazione e nella dissoluzione delle alleanze. GoT conferma che la loro principale ragion d’essere va ricercata nella presenza di un nemico comune e che, una volta sconfitto quest’ultimo, i rapporti tra gli alleati sono destinati a tornare competitivi. È quanto accade alla coalizione che si riunisce a Grande Inverno per controbilanciare le forze di un’ulteriore potenza con aspirazioni egemoniche come quella guidata dal Re della Notte. La minaccia mortale prevale sia sulle divisioni religiose del continente – tra fedeli degli Antichi Dei, dei Sette Dei e del Signore della Luce – che sulle rivalità tra le principali case nobiliari. Tuttavia, la vittoria costituisce il momento culminante e, contestualmente, l’atto finale dell’alleanza, sancendo il sorgere di vecchie e nuove rivalità. Come ben illustra Tyrion Lannister, «abbiamo sconfitto loro [gli Estranei], ma dobbiamo ancora combattere tra di noi».

Infine, GoT non dimentica di rappresentare nella sua completezza le ragioni dell’agire umano. Alla loro base non vi sono solo il timore e l’utile ma, così come riportato da Tucidide, anche l’onore. Questo anima la scelta di Jaime Lannister e di Theon Greyjoy di partecipare alla difesa di Grande Inverno ma, soprattutto, appare la ragione dell’agire di Jon Snow. In una serie capace di sfuggire alla dicotomia classica bene/male nella rappresentazione dei suoi personaggi, quest’ultimo è l’unico a essere raffigurato come capace di rifuggire sistematicamente alla logica strumentale, sacrificando l’interesse personale sull’altare dei principi. Jon, in qualche misura, costituisce il principale correttivo ‘idealista’ applicato a quello che, altrimenti, sembra una sorta di manifesto pop del realismo politico.