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NotizieG7: prove di credibilità e compromesso per Biden

G7: prove di credibilità e compromesso per Biden

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Domenica 13 giugno si sono conclusi i lavori del G7 che si è riunito a Carbis Bay, in Cornovaglia, nel Regno Unito. Le democrazie più potenti si sono incontrate nuovamente insieme alla delegazione dell’Unione Europea. Per Biden si è trattato del primo meeting vis-à-vis con i suoi omologhi. I leader di Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Giappone, Francia, Canada, Italia e dell’Unione Europea hanno trattato i temi caldi del momento. Tra questi figurano il contrasto all’espansionismo della Cina e la lotta alla pandemia da COVID-19. Non è mancato lo spazio per svariati incontri bilaterali, grande valore aggiunto del summit.

Articolo precedentemente pubblicato nell’undicesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

A capo tavola

Questo meeting ha sancito il ritorno ufficiale degli Stati Uniti che non solo sono tornati a sedere al tavolo ma che ne occupano il capo tavola. Infatti, Biden ha impresso un’impronta importante all’agenda dei dossier trattati. Il Segretario di Stato Blinken ha precisato che il senso dell’incontro e l’obiettivo del presidente democratico era di dimostrare che le democrazie possono ancora ottenere risultati per il proprio popolo e per il mondo. Secondo il presidente, i tre giorni di meeting sono serviti anche a ristabilire la credibilità degli Stati Uniti nel mondo, condividendo le sfide che si presentano e creando strategie per superarle. Condividere vuol dire anche aprire al compromesso con le parti e questo è ciò che ha fatto Biden su alcuni dossier.

Cina

Sul tema Cina, Biden ha cercato di convincere gli altri leader occidentali ad assumere una postura più risoluta per arginare la potenza, economica e politica, del dragone. Tuttavia, sembra che i toni assunti nella dichiarazione conclusiva siano stati più smorzati rispetto a quelli iniziali proprio in virtù di una certa reticenza europea. Gli alleati europei potrebbero non volere essere trascinati al centro di un confronto potenzialmente dannoso per i loro legami commerciali. Secondo quanto è stato dichiarato, tuttavia, ci sarebbe un accordo sulla competizione strategica che verterebbe sulla costruzione di infrastrutture nei paesi a basso e medio reddito in regioni quali l’America Latina. l’Africa e l’area strategica dell’Indo-Pacifico.” L’iniziativa sembrerebbe una controrisposta in piena regola alla Belt and Road Initiative cinese che ha piantato i semi degli investimenti in Asia, Africa ed Europa. Alla dichiarazione dell’iniziativa è seguito un comunicato della Casa Bianca che ha fatto rifermento al progetto con il nome, forse provvisorio, di Build Back Better World, la versione globale del Build Back Better nazionale.

Il leitmotiv di questo ulteriore passo è stato di rinsaldare le partnership strategiche mentre si tenta di avanzare altri temi come l’uguaglianza di genere e la lotta al cambiamento climatico. Eppure, l’iniziativa si arricchirà anche di un connotato estraneo alla BRI: una governance chiara e trasparente. Tuttavia, questa iniziativa potrebbe comportare dei costi. Potrebbe, per esempio, aumentare le pressioni sulla NATO e sull’annosa questione del burden sharing, che si trascina da molti anni con pochi risultati. Nell’anno trascorso solo 10 su 30 Paesi hanno raggiunto il target del 2%. Ad ogni modo, la richiesta di fare di più, avanzata da svariate presidenze statunitensi agli alleati, adesso acquisisce nuova rilevanza che va oltre la retorica. Date le crescenti potenzialità cinesi il rischio è concreto e le azioni devono essere tali.

COVID-19

Sul dossier COVID-19, dopo l’annuncio della Casa Bianca sull’avvio dell’indagine per appurare l’origine della pandemia, rimangono salde le convinzioni sul fare tutto il possibile per evitare che una catastrofe di tali dimensioni possa abbattersi nuovamente sul mondo. Ciononostante, è stato notato come queste siano dichiarazioni vaghe, sebbene pregne di intenzioni. Risulta molto più concreto l’annuncio che le sette democrazie incrementeranno gli sforzi per lo sviluppo e la produzione di vaccini, e test diagnostici nel caso di una nuova pandemia. Si è infatti concretizzato l’impegno a distribuire un milione di dosi vaccinali per il mondo, nonostante il numero questo è solo una goccia nell’oceano. Secondo il premier britannico, il G7 ha l’opportunità di dimostrare effettivamente come le democrazie possano offrire vantaggi. È stata, inoltre, lanciata la missione dei 100 giorni, perché è urgente lavorare per avere vaccini pronti per essere esportati su scala globale, terapie efficaci e un sistema di test diagnostici in 100 giorni, piuttosto che 300. In occasione del G7, si è tornato a parlare dell’origine della pandemia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità non esclude alcune delle possibili teorie che potrebbero spiegare l’origine della pandemia.

Cambiamento climatico

Risolutezza e vaghezza sono state riscontrate in merito alla lotta al cambiamento climatico. Sul tema, i paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni in base a quanto stabilito nell’Accordo di Parigi e a porre fine all’utilizzo di impianti a base di carbone, a meno che questi non siano dotati di tecnologia atta ad assorbire le emissioni di carbonio. La decisione si è concretizzata in un momento fondamentale per la storia umana, quando gli effetti del cambiamento climatico potrebbero destabilizzare l’intero pianeta. Il raggiungimento di tali obiettivi, però, necessita dell’implementazione di politiche urgenti.

Le dichiarazioni non hanno convinto gli attivisti che hanno definito questa retorica come un disco rotto, data l’assenza di dettagli concreti da parte dei sette paesi maggiormente industrializzati. Inoltre, è stata disattesa la promessa di destinare delle risorse alle nazioni più povere per fronteggiare il cambiamento climatico oltre la pandemia da COVID-19. La mancata assistenza potrebbe avere ripercussioni sull’efficacia del meeting COP26 che si terrà a Glasgow a novembre. Rimane saldo l’impegno per garantire l’azzeramento delle emissioni di Co2 entro il 2050 e a limitare l’aumento della temperatura globale entro 1.5 gradi.

Biden e Draghi

“Molto bene”, ecco com’è andato il colloquio tra il presidente Biden e il premier Draghi. Quest’ultimo non aveva infatti fatto alcun mistero circa la sua intenzione di adottare una leadership europeista e atlantista. I due leader hanno concordato su molti temi cruciali quali i diritti umani e civili, e la tutela dell’ambiente. Tuttavia, la convergenza è più parziale sulla Cina che, ad ogni modo, non è stata trattata durante il meeting bilaterale. Draghi non ha escluso che il memorandum of understanding concluso durante il governo Conte possa essere rivisto. Si è parlato anche di Libia e Russia e di come queste necessitano un fronte comune. Inoltre, in seguito al ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan, Biden ha elogiato lo sforzo militare italiano.

Secondo Draghi, con il presidente Biden, vi sarebbero i presupposti per ricostruire l’alleanza tradizionale con gli Stati Uniti, incrinata durante la presidenza Trump. Nel corso del bilaterale, non sono mancati i ringraziamenti per l’attenzione americana all’Unione Europea. Se il quadro politico italiano è in continua evoluzione, l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Italia è un caposaldo di cui, nelle scorse settimane, è ricorso il 160mo anniversario in occasione del quale Blinken ha incontrato Di Maio.

Conclusioni

Il ritorno a toni più moderati da parte del presidente statunitense è stato ben accolto dagli altri membri del G7. Sembrerebbe un bilancio complessivamente positivo per il meeting che ha coinvolto le sette economie più potenti dell’Occidente. In effetti, il ritorno della diplomazia sembra andare oltre le semplici parole. Le iniziative e il numero di incontri lo testimoniano. Eppure, il vero test per il G7 si articolerà nei giorni seguenti, quando ogni leader tornerà a confrontarsi con la propria democrazia e le nazioni dell’Unione Europea nei propri fora. Nonostante sia emerso consenso su molti dei temi trattati, gli interessi nazionali potrebbero rimanere predominanti nelle relazioni con altri attori, non da ultimo la Cina. Il Gruppo del Sette non solo non dovrà divenire un club anti-cinese ma non dovrà neppure rimanere imbrigliato in contingenze nazionali che riaffiorano quando si supera la retorica.

Elisa Maria Brusca,
Geopolitica.info

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