G20 in salsa cinese: novità e ricadute

Sviluppo sostenibile, inclusione, connettività e innovazione sono state le parole chiave dell’agenda cinese a Huangzhou, dove il 4-5 settembre la Repubblica popolare, maggiore contributore alla crescita economia mondiale anche nel 2015 (25%), ha ospitato il G20. Nato nel 1999 come forum internazionale per mettere in atto meccanismi di risposta alle crisi finanziarie, che continuavano a detonare in varie aree del mondo, il G20 è divenuto un importante summit informale che, riflettendo i cambiamenti degli equilibri di potere su scala globale, potrebbe divenire, sotto gli auspici della presidenza cinese in questo 2016, l’attore capace di creare un meccanismo di governance globale di lungo termine.

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L’approdo a Huangzhou ne rappresenta un segno promettente ed è interessante valutare il modo in cui i cinesi l’hanno gestito e quali siano i significati geo-economico-politici.

Al livello locale le autorità cinesi hanno garantito pulizia, massima sicurezza, investimenti e ristrutturazioni. In che modo? Chiudendo ad esempio le fabbriche più inquinanti per due mesi, una serie di esercizi commerciali per un mese, prevedendo nel contempo varie forme di compensazione e intensificando i controlli sugli stranieri. Inoltre, l’accelerazione dei lavori per la metropolitana e la costruzione di nuove strade, oltre a ristrutturazioni e miglioramenti del sistema igienico-sanitario, dovrebbero aver persuaso quella parte dei residenti che denunciava perdite e disagi in vista di guadagni concreti nel medio-lungo termine (derivanti dalle ricadute positive dei miglioramenti strutturali).

Huangzhou, ubicata a sud di Shanghai nella provincia dello Zhejiang, è stata scelta perché carica di analogie storiche, combinando simbologie antiche, progresso tecnologico e pianificazione strategica contemporanea. La città è stata descritta come l’antico territorio della seta, che diede un impulso decisivo alla creazione dell’omonima via: parlando di ciò non può non saltare alla mente il progetto One Road One Belt, la moderna via della seta su cui la presidenza di Xi sta investendo moltissime risorse, e con la quale la Cina punta a realizzare una maggiore connettività tra i paesi in via di sviluppo e quelli di più antica industrializzazione. La discussione sulla connettività globale aveva già ricoperto un ruolo centrale nel corso delle riunioni svoltesi a fine luglio a Chengdu (città simbolo insieme a Chongqing dello sviluppo della Cina occidentale) tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali del G20. Hangzhou ha anche dato i natali ad alcuni campioni di innovazione, come Alibaba (gigante dell’e-commerce visitato con grande interesse da tutti i partecipanti al G20), e ospita un tecnopolo chiamato “dream town”, che solo in un anno ha visto sorgere quasi 700 start up.

Con le olimpiadi del 2008 la Cina ha cominciato a mostrare al mondo il volto di un paese che, pur tenendo orgogliosamente alla propria lunga civilizzazione, continua a viaggiare sulla strada dello sviluppo, fornendo non pochi spunti ai cosiddetti paesi avanzati proprio in materia di inclusione e innovazione. Alla vigilia dell’ultimo G20 le aspettative erano alte e si può asserire che sono state in gran parte soddisfatte. In generale, l’adesione dei paesi del G20 alla proposta cinese di operare con politiche economiche rivolte a limitare il rischio di una nuova crisi globale nel breve termine ed aumentare le potenzialità di crescita nel medio-lungo periodo (sostenendo investimenti e commercio) è già il segno promettente per attuare un cambio di paradigma radicale al livello internazionale. La Cina ha peraltro promosso un approccio allo sviluppo basato sull’innovazione, che richiede per forza di cose una strategia lungimirante capace di contemplare la sostenibilità ambientale, oltre che sociale, dei processi economici. Solo per fare un esempio, nei primi mesi del 2016 la Cina ha emesso il 40% delle obbligazioni verdi al livello mondiale per finanziarie energie rinnovabili ed efficienza energetica.

Sul piano geopolitico la nuova leadership cinese è stata confermata all’interno del G20, non solo per il peso mondiale della sua crescita economica e dei suoi investimenti esteri (+62% nei primi mesi 2016), ma anche come paese capace di parlare in rappresentanza del sud del mondo (https://www.geopolitica.info/cina-africa-work-progress/), al di fuori e al di là della retorica della guerra fredda. I processi di riforma in ambito IMF e WB, il rilancio degli SDR (come forma di valuta globale maggiormente rappresentativa dei nuovi equilibri), gli accordi in ambito eurasiatico, sono prodotti concreti dell’impegno cinese per il multilateralismo. La Cina ha molto da offrire, concretamente, e a oggi non ci sono piani di investimento alternativi e comparabili ai progetti cinesi. Si è discusso anche di Siria ad Hangzhou, senza però riuscire a trovare una posizione condivisa. Nel caos siriano, del tutti contro tutti, dove le varie fazioni sul campo sono sostenute da diverse potenze straniere, emerge soprattutto la confusione delle forze appartenenti al blocco Nato: basti pensare ai conflitti interni negli Usa (tra intelligence e Pentagono sui gruppi da sostenere), al breve cessate il fuoco accordato tra Russia e Usa il 9 settembre, la cui violazione da parte della coalizione a guida Usa sembra aver favorito le forze legate all’IS (stando almeno alla ricostruzione ufficiale di Lavrov il 21 alle Nazioni Unite), e agli interessi territoriali e anti-curdi della Turchia. Per ciò che concerne il groviglio geopolitico siriano, si può asserire che l’approccio della Cina alla non ingerenza non consente, per il momento, di trovare una sponda nella Repubblica popolare.