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NotizieFuori dal North Stream, Varsavia alla canna del gas

Fuori dal North Stream, Varsavia alla canna del gas

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Secondo la Convenzione di Espoo del 1991, la Polonia è la “parte colpita” dal progetto Nord stream. Espressione, a prescindere dal significato giuridico (l’essere oggetto di un possibile impatto transfrontaliero causato da un progetto perseguito dalle “parti di origine”), rispecchia bene la posizione assunta da Varsavia nei confronti del futuro gasdotto. Un mancato appoggio da analizzare nell’ottica della politica della sicurezza energetica polacca, individuando il ruolo del gas, ma soprattutto in quella di altri progetti riguardanti questa fonte di energia, prendendo in considerazione anche l’oggettiva opportunità della diversificazione dei fornitori, squilibrata dalla preponderanza della Russia e condizionata dai rapporti politici con Mosca.

 

La struttura del mercato del gas

Il processo di liberalizzazione del settore del gas in Polonia è iniziato nel 1996, anno in cui l’impresa statale PGNiG S.A. (Industria mineraria polacca del gas e del petrolio) è stata trasformata in società per azioni, con un solo socio, il tesoro dello Stato. Sempre nel 1996, il presidente dell’Ufficio del regolamento dell’industria energetica Urząd Regulacji Energetyki, ha inaugurato il processo di accordo di concessione delle imprese operanti nel settore del gas. In linea con le suddette trasformazioni il settore è stato suddiviso nelle seguenti singole attività per agevolarne la liberalizzazione: ricerca ed estrazione, produzione, trasmissione (le cosiddette Osp, operator sieci przesylowej, operatore della rete di trasmissione), distribuzione (Osd, operator sieci dystrybucj, operatore della rete di distribuzione), vendita e stoccaggio.

Nonostante la suddivisione, però, il settore è fortemente monopolizzato. La PGNiG S.A svolge direttamente o indirettamente, tramite società controllate, tutte quante le fasi, controllando complessivamente il 98% del mercato del gas in Polonia. Di fronte alla mancanza di concorrenza, i prezzi del mercato devono essere regolati e approvati dall’Ufficio del regolamento dell’industria energetica. Il settore energetico è difficilmente sottoponibile alle regole di libera concorrenza. Gli enormi costi di investimento limitano l’iniziativa economica dei soggetti privati in questo campo, facendo sì che nelle società del settore il capitale è prevalentemente pubblico. Per promuovere però la liberalizzazione bisogna soprattutto introdurre la regola del libero accesso dei terzi alla rete energetica (Tpa – Third party access). La direttiva 2003/55/CE relativa alle regole comuni per il mercato interno del gas naturale introduce una serie di norme per accelerare tale processo. La regola di base del settore è quella di separare il gas in quanto prodotto dal suo approvvigionamento in quanto servizio. Il gas inteso come una merce può essere sottoposto alle regole di libera concorrenza, ma la sua trasmissione viene effettuata dalle imprese operanti nelle condizioni del cosiddetto “monopolio naturale”. Di conseguenza, la PGNiG S.A ha dovuto scindere le due attività, istituzionalizzando gli attori della distribuzione via gasdotti distributivi (diramazione dei gasdotti magistrali) che controllano una rete lunga 102.000 km, e separatamente quelli responsabili della vendita al dettaglio, che godono di una piena indipendenza delle scelte logistiche ed organizzative.

Nel 2004 dalle strutture della PGNiG S.A è stato staccato un Osp, la società Gaz-system, responsabile del trasporto con le reti ad alta pressione. Attualmente la Gaz-system utilizza la rete dei gasdotti di circa 18.000 km, i centri di compressione e di misurazione della pressione, appartenenti ancora alla PGNiG. Dal 2006, sulla base di un contratto di leasing tra le due società, la Gaz-system sta gradualmente comprando l’infrastruttura. Complessivamente la PGNiG S.A possiede le seguenti quote del mercato del gas in Polonia: 97% della vendita complessiva, 98% della vendita agli utenti individuali, 99% della trasmissione, quasi il 100% dell’estrazione, il 100% dello stoccaggio.

La Polonia possiede propri giacimenti di gas naturale (stimati per circa 140-150 miliardi di metri cubi): nel sud-est, la zona di Przemy”7;l, Jarosław e Lubaczów, si trovano quelli con la percentuale più elevata di metano, con un potere calorifico maggiore rispetto al gas naturale ricco di azoto, presente nei (più abbondanti) giacimenti del nord-ovest. L’estrazione è limitata, di circa 5 miliardi di metri cubi l’anno, e copre intorno al 30% del fabbisogno nazionale, tenendo conto che il gas naturale non è una fonte di energia fondamentale per l’economia, anche se una diminuzione delle forniture potrebbe comunque essere molto grave per alcuni settori dell’industria, oltre che per milioni di cittadini. L’industria del vetro richiede gas ricco di metano, presente nei giacimenti polacchi in una misura insufficiente per soddisfare le richieste, il resto viene importato. E la politica di sicurezza energetica nazionale deve conciliare tra questa esigenza e gli interessi della PGNiG, che resta una delle società più importanti del paese.

Le importazioni di Varsavia

La crescita del fabbisogno di gas di un paese dipende dal Pil, dalla popolazione, dal livello dell’inquinamento e nel caso polacco anche dall’utilizzo nell’industria energetica e dal costo, rapportato a quello del carbone. A marzo Waldemar Pawlak,vice presidente del consiglio e ministro dell’economia, in una conferenza a Varsavia, ha illustrato il cosiddetto bilancio energetico nazionale, constatando che il 60% dell’energia viene prodotta con il carbone (50% carbone fossile, 10% lignite), il 20% con il petrolio, l’8% con le fonti energetiche rinnovabili e il restante 12% con il gas naturale. Sulla base di questi dati ha elaborato un piano di “Politica energetica della Polonia fino al 2030”, tenendo conto soprattutto della disponibilità delle risorse nazionali (quelle di carbone, su cui si basa il 92% dell’economica polacca, secondo le stime dovrebbero durare altri 250 anni) ma anche delle questioni climatiche-ambientali. Si punterà sostanzialmente sull’ammodernamento delle tecnologie basate sul carbone, per diminuirne l’impatto ambientale e successivamente sullo sviluppo delle cosiddette energie pulite.

Il 70% del gas consumato in Polonia proviene dalle importazioni: le riserve nazionali coprono il restante 30%, e la disponibilità stimata è di circa 30-50 anni. Di conseguenza la politica nazionale in materia include non solo la promozione degli investimenti nei giacimenti nazionali, ma soprattutto la diversificazione dei fornitori esteri, perseguita sia tramite la politica di promozione dei progetti dei nuovi gasdotti transnazionali, sia tramite la diversificazione delle forme del gas importato. Uno dei progetti più sostenuti attualmente in Polonia è la costruzione del terminale Lng a “6;winouj”7;cie.

La struttura dell’approvvigionamento è il punto di partenza per l’analisi della politica energetica del gas in Polonia. Nel 2008 l’importazione ammontava a 10,3 miliardi di metri cubi, 10% in più rispetto al 2007: i fornitori principali sono la Russia, i paesi dell’Asia centrale, Uzbekistan e Turkmenistan su tutti, e la Germania. Ma è Mosca a fare la parte del leone, con il 68,75% del gas importato, principalmente tramite il gasdotto Yamal, che attraversa la Polonia orizzontalmente entrando a Kondratki e uscendo a Górzyca. Il gas trasmesso alla Polonia via Ucraina, con pipeline che attraversano il confine a sud-est, era previsto dal contratto firmato il 17 novembre 2006 dalla PGNiG S.A. e dalla RosUkrEnergo Ag, una società registrata in Svizzera sostanzialmente in mano a Gazprom. La RosUkrEnergo Ag fino al 2008 aveva l’esclusiva per l’Ucraina, che utilizzava per esportare gas in tutta l’Europa centrale. Per quanto riguarda la Polonia le importazioni, in base al contratto a breve termine, sono iniziate il 1 gennaio 2007 e dovevano durare fino allo stesso giorno del 2010, con la possibilità di prorogare per altri due anni. Da gennaio però la RosUkrEnergo AG non sta adempiendo agli obblighi del contratto, dato che il transito in Ucraina non avviene più tramite la sua rete ma per mezzo della locale Naftohaz. E la Polonia si è trovata a rinegoziare le condizioni con la Gazprom, per provvedere al soddisfacimento del fabbisogno nazionale del gas.

Il Nord Stream e gli altri progetti

Tenendo conto che le priorità della sicurezza energetica polacca restano legate soprattutto al carbone, risulta naturale una meticolosa selezione dei progetti nel settore del gas, per promuovere sia la diversificazione dei fornitori che la redditività degli investimenti. Tra i progetti presi in considerazione dal governo polacco c’è il Terminal Lng. Il 19 agosto 2008, il Consiglio dei ministri ha adottato un provvedimento in cui la costruzione del terminale di ricezione e rigassificazione di gas naturale liquefatto viene descritta come un progetto di una enorme valenza strategica per l’interesse nazionale. Per la realizzazione è stata fondata una società, Polskie Lng spółka z.o.o., completamente in mano al Gaz-system Sa. A novembre la Commissione europea, nel “Piano europeo di ripresa economica”, ha deciso di stanziare 3,5 miliardi di euro per i progetti energetici, la Polonia ne riceverà 80 per la realizzazione del terminale, considerato la scelta più lungimirante rispetto ad un qualsiasi gasdotto, dato che la sua utilità non finisce con l’esaurimento dei giacimenti di provenienza. Senza contare che il trasporto via mare offre più libertà nella scelta dei fornitori.

Il 15 aprile 2009, la PGNiG ha firmato un accordo quadro (Head of agreement) con la Qatargas per la fornitura di un milione di tonnellate di gas Lng all’anno per vent’anni, a partire dal 2014, altre forniture arriveranno da Norvegia e Africa del nord. Il costo del progetto, che include anche l’acquisto della flotta delle navi metaniere e tiene conto del prezzo superiore del gas del Mare del Nord, provocherà però un aumento del prezzo del Lng rispetto al gas russo trasportato via terra. Il costo potrebbe venire ammortizzato con un potenziale aumento della capacità di transito del rigassificatore, dagli iniziali 5 miliardi di metri cubi l’anno fino a 7,5, con l’idea di poter girare ad altri Paesi l’eccedenza. Lo svantaggio economico non supera però i vantaggi in termini della sicurezza energetica.

Il secondo progetto, che avrebbe ricevuto 150 milioni di euro dall’Unione europea, è lo Skanled, il gasdotto sottomarino che partirebbe da Kårstö, in Norvegia, attraverso il tratto di Mare di Kattegatt, dove si sarebbe diramato in due direzioni, verso la Danimarca e verso la Svezia. Il gas norvegese arrivato in Danimarca sarebbe poi trasportato attraverso i gasdotti danesi dalla penisola dello Jutland all’isola Sjælland, da dove partirebbe il secondo grande progetto nel Mar Baltico, il Baltic pipe: punto d’arrivo di quest’ultimo, il porto polacco di Niechorze. La PGNiG partecipa a entrambi i progetti, il primo dei quali ha trovato un forte sostenitore nel commissario europeo per l’Energia, Andris Piebalgs. Il 29 aprile 2009 però i soci del consorzio Skanled hanno comunicato il ritiro del progetto, sostanzialmente per i problemi finanziari causati dall’attuale congiuntura economica. Thor Otto Lohn, il vice-direttore della norvegese Gassco, non ha escluso la possibilità di un futuro ritorno al progetto, ma i fondi europei hanno però una scadenza, il 2010, e lo Skanled non riuscirà a utilizzarli. Di conseguenza anche il progetto Baltic pipe, nonostante i negoziati tra la PGNiG e la danese Energinet.dk siano a buon punto, sembra essere messo in dubbio.

Inizialmente la Commissione europea aveva assegnato 250 milioni di euro anche per il progetto Nabucco, ma in un secondo momento, per la forte opposizione della Germania – che ha tutto l’interesse nel vedere i fondi dell’Unione dirottati verso altri progetti, come il Nord Stream – sono stati revocati. La questione non è ancora del tutto chiara, ci sono voci all’interno della Commissione che esprimono un forte appoggio nei confronti del Nabucco. Il gasdotto partirebbe dalla Turchia per arrivare all’hub di Baumgarten, in Austria, attraversando Bulgaria, Romania ed Ungheria. Per la Polonia, che ufficialmente appoggia la costruzione del Nabucco, questo progetto rappresenta soprattutto un’alternativa al gas russo, anche se, messo a confronto con gli altri, risulta meno conveniente, soprattutto perché i molti Paesi di transito potrebbero far lievitare i costi. I principali fornitori di gas coinvolti (Azerbaijan, Turkmenistan, Kazahstan e Iran), inoltre, sono teoricamente ancora poco stabili politicamente per garantire il sicuro andamento del progetto, che avrebbe portato alla Polonia tre miliardi di metri cubi l’anno.
 

Un’occasione persa

L’inaugurazione del progetto Nord Stream (indicato col nome Bałtycki) è prevista per la primavera del 2010: Paul Corcoran, direttore finanziario del consorzio, ha recentemente comunicato che attende gli ultimi permessi ambientali entro dicembre. Teoricamente si dovrebbero basare sul rapporto sull’impatto ambientale transfrontaliero consegnato alle “parti colpite dal progetto” a marzo di quest’anno, ufficialmente sono proprio le questioni ambientali la base dell’opposizione contro il gasdotto Ns, che nel suo tratto sottomarino percorrerebbe il Mar Baltico da Vyborg (Russia) fino a Greifswald (Germania). Un percorso già diverso da quello inizialmente proposto, cambiato proprio per l’opposizione di Varsavia, che ha contestato il passaggio nella “Zona grigia”, nel sud dell’isola Bornholm, contesa da Polonia e Danimarca). Il gasdotto passerà quindi per le zone economiche esclusive della Finlandia, della Svezia e della Danimarca, aggirando gli altri Stati Baltici, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Questi ultimi, insieme alla Finlandia, sottolineano, però, l’impatto negativo della costruzione del gasdotto sull’ecosistema marino del Baltico, per via di munizioni, materiale chimico di guerra e mine inesplose rimaste sul fondale al termine della Seconda guerra mondiale.

La mancata partecipazione al progetto rappresenta oggettivamente per la Polonia un’occasione persa, per sfruttare una posizione strategica tra il più grande fornitore di gas del mondo, la Russia, con i più grandi consumatori, in Europa occidentale. La politica polacca nei confronti della Russia è ancora oggi marcata dalla storia e condiziona anche i settori che dovrebbero, per quanto possibile, prescindere dai rapporti politici. La sicurezza energetica di un Paese è costituita da tre elementi: la copertura del fabbisogno energetico attuale e quello futuro, la minimalizzazione dei costi dell’energia e la riduzione dell’impatto negativo sull’ambiente: tutti e tre sarebbero garantiti meglio se le decisioni non venissero prese da politici che godono della “irresponsabilità” delle proprie scelte. Allo stato attuale dei fatti, il Nord Stream non può che essere negativo per la Polonia, dal momento in cui i paesi dell’Ue che partecipano al consorzio (Germania e Olanda) e gli altri che ne guadagnerebbero in via indiretta (tra cui l’Italia, coinvolta con la Snamprogetti), bloccano i finanziamenti europei per altri progetti. Sul sito del ministero dell’Economia polacco si trova la risposta di Waldemar Pawlak ad un’interpellanza postagli dal presidente del Sejm (camera dei deputati) Bronisław Komorowski riguardo alla posizione del governo nei confronti del Nord Stream. Il vice presidente del Consiglio mantiene la posizione dell’esecutivo, rimasta tale dalla nascita del progetto Ns e ribadisce le ragioni già esposte, sottolineando le preoccupazioni ambientali e la maggiore convenienza e opportunità dei progetti alternativi, ponendo inoltre l’attenzione sulla priorità del progetto del terminale Lng, e degli altri investimenti energetici che prescindono dalla Russia. Constatando, peraltro, che il progetto finisce per acuire la divisione all’interno dell’Unione europea , invece di contrastarla.

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