Nigeria, in fuga da Boko Haram

Sono migliaia i rifugiati nigeriani che scappano dai territori occupati dalle milizie di Boko Haram. I paesi confinanti devono rispondere all’emergenza umanitaria che si è riversata sui loro confini. Di fronte a quest’ondata di violenza terroristica c’è l’urgenza di cercare risposte concrete con il sostegno della comunità internazionale. Progetti che non lascino soli i singoli paesi ma li sostengano nell’impegno a trovare una soluzione politica per l’intera area.

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La Nigeria appare come un paese svuotato. Chibok, “la città, che ha perso le sue figlie”, è una città fantasma, non rimane più nulla, le case sono vuote e distrutte, i terreni intorno abbandonati. L’organizzazione militare Boko Haram distrugge ogni cosa, le sue milizie uccidono senza alcuna pietà e gli abitanti dei villaggi sopravvissuti scappano nei paesi limitrofi. Sono migliaia le persone fuggite in Niger, Camerun, Ciad.

Da quando è stato dichiarato lo Stato d’emergenza nel nord-est della Nigeria, nel maggio 2013, sono 158.000 le persone che sono partite realizzando un vero e proprio esodo. L’escalation di violenza di Boko Haram, nell’ultimo anno, ha causato l’uccisione di oltre 4000 civili. Uno dei più sanguinosi è avvenuto ultimamente nella città di Baga, il 7 gennaio 2015, dove si stima un numero di vittime tra le cinquecento e le duemila. In questa situazione di debolezza e disorganizzazione del governo nigeriano e dei suoi difficili rapporti con i paesi confinanti, Abubakar Shekau, leader attuale di Boko Haram, è riuscito con facilità a rafforzarsi e organizzare le sue milizie.

La popolazione civile nigeriana è stata totalmente abbandonata e si è trovata senza alcuna forma di sicurezza nazionale. Il Presidente Goodluck Jonathan si è dimostrato incapace di affrontare questa situazione, lasciando la possibilità, ai fondamentalisti, di occupare non solo gran parte del paese ma, addirittura, di rapire utilizzare bambine per gli attacchi terroristici.

I sopravvissuti raccontano uno scenario di morte e distruzione, tra saccheggi, rapimenti e violenze di ogni genere, dove l’unica via di salvezza è la fuga, a costo di attraversare il Lago Ciad in canoa. In Niger, si stima che siano 100.000 le persone, tra rifugiati nigeriani e rimpatriati nigerini, a essere stati accolti nel paese.

Oltre all’emergenza dei rifugiati, il suo governosi trova a dover fronteggiare la minaccia dell’offensiva islamista, che ha trovato terreno fertile in Libia e in Mali e allo stesso tempo a dover contenere le proteste anti-Charlie che hanno causato il rogo di diverse chiese e una decina di vittime.Una situazione che, per uno degli stati più poveri del continente, è molto difficile da sostenere. In un primo tempo, i superstiti hanno trovato rifugio nei centri d’accoglienza, in seguito, con l’aumento del loro numero si è arrivati alla decisione di allestire due campi profughi più lontani dal confine nigeriano per motivi di sicurezza. L’emergenza umanitaria è preoccupante: migliaia di persone si trovano senza assistenza nelle zone di frontiera senza alcun tipo di difesa. I mezzi di sicurezza risultano insufficienti a contrastare un’ondata di violenza simile.

L’unica risorsa sono gli eserciti del Camerun e del Ciad, meglio armati e ben organizzati dal punto di vista militare.

Il Camerun, uno dei pochi stati africani a non aver subito colpi di stato nell’ultimo decennio, si trova a essere nel mirino dei terroristi per diventare una base per i propri eserciti. I rifugiati nigeriani sono circa 40.000 nella regione di Far North, anch’essa soggetta a uccisioni e rapimenti. Le condizioni di sicurezza sono precarie e rendono difficile l’assistenza ai rifugiati che hanno bisogno di cibo, cure mediche, articoli di prima necessità come stuoie, utensili da cucina e sapone. Le organizzazioni internazionali, come l’UNHCR, insieme al governo camerunense e ai partner umanitari stanno cercando una soluzione per gli sfollati e per trovare una risposta all’emergenza umanitaria di questa zona.

A fine gennaio 120 miliziani di Boko Haram sono stati uccisi dall’esercito ciadiano, nella regione di Fotokol, nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria. Un territorio di grande interesse per il Ciad essendo un importante corridoio commerciale che consente le esportazioni del suo petrolio.

La risposta dei fondamentalisti, in seguito a queste offensive, non si è fatta aspettare e, a metà febbraio, hanno sferrato il primo attacco mortale in Ciad, provocando 10 vittime. Oggi nel paese sono presenti 18.000 rifugiati nigeriani, situati sulle coste del lago Ciad, dove le condizioni di sicurezza sono preoccupanti perché sono facilmente raggiungibili ed esposte alle incursioni dei terroristi. Il Parlamento ciadiano, insieme alle forze armate di Camerun, Nigeria e Niger, ha dispiegato l’esercito impegnandosi a fronteggiare questi combattenti.

Le Nazioni Unite hanno ben accolto l’iniziativa di questi paesi a far fronte comune, anche se il suo impegno concreto davanti ad avvenimenti simili sembra ancora molto fragile. In Nigeria gli Stati Uniti hanno fornito un breve e poco efficace sostegno militare che si è interrotto per il basso livello di rispetto dei diritti umani nel paese, mentre la Francia non ha fornito i soldati richiesti nell’accordo firmato con Nigeria, Ciad e Camerun. Nella capitale del Niger, Niamey, i partiti, i sindacati, alcune organizzazioni non governative e studentesche hanno aderito a una marcia repubblicana contro Boko Haram, usando come slogan “Boko haram è haram”, cioè impuro o proibito. Una risposta ai numerosi reclutamenti di giovani nigerini, da parte dei fondamentalisti e agli attacchi che hanno colpito la regione al confine di Diffa. Una voce di ribellione che vuole contrapporsi all’inaudita violenza terroristica e che ha visto scendere in piazza tante persone anche in Ciad, Camerun e Nigeria.

La comunità internazionale non può essere sorda e indifferente a tutto questo.

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