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TematicheEuropaFrontiera calda: la chiusura del confine russo-finlandese

Frontiera calda: la chiusura del confine russo-finlandese

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Agevolando un flusso migratorio verso la frontiera finlandese, la Russia ricorre al copione degli attacchi ibridi. Una mossa fronteggiata da Helsinki in modo efficace e con il sostegno europeo, che segue di alcuni mesi l’ingresso della Finlandia nella NATO.

Tra le tante sfaccettature del fenomeno migratorio che, nel corso degli ultimi anni, ha interessato il continente europeo, si può annoverare la strumentalizzazione dei flussi da parte di attori vicini che, mossi da interessi di vario genere, favoriscono lo spostamento di cittadini di Paesi terzi verso le frontiere esterne dell’Unione, talvolta svolgendo un ruolo significativo nell’organizzazione logistica di questi movimenti. È stato il caso, per quanto riguarda l’Europa orientale, della crisi tra Polonia e Bielorussia del 2021, quando gruppi di migranti, portati in territorio bielorusso attraverso voli aerei, vennero indotti da Minsk a premere sul confine polacco, facendo subito parlare di “attacco ibrido”. Una situazione che, con il benestare anche dell’Unione Europea, venne affrontata da Varsavia attraverso una maggiore protezione della frontiera con la Bielorussia, in particolare rafforzandone la tenuta fisica al fine di impedire eventuali ingressi, ma anche incrementando numericamente le unità di presidio.

Un copione che, nel corso delle ultime settimane, sembra essersi riproposto nel confine tra Russia e Finlandia, con il territorio russo a fare da luogo di transito per migranti diretti verso l’Unione. Un flusso che, dopo essersi manifestato tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, peraltro nel contesto di una crisi migratoria molto più ampia che interessò in particolare le frontiere comunitarie meridionali, ha ripreso a crescere dopo la fine dell’estate di quest’anno. Il numero dei richiedenti asilo giunti alle frontiere finlandesi dalla Russia, infatti, è passato nel giro di alcune settimane da poche decine ad alcune centinaia, allarmando presto le autorità di Helsinki. Una situazione chiara, che ha visto cittadini di Paesi terzi, in particolare provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa, giungere ai valichi di confine solitamente attraverso delle biciclette, tra l’altro in situazioni di difficoltà dettate dall’inadeguatezza del vestiario di fronte alle temperature locali. Un viaggio, tuttavia, compiuto in automobile fino alle zone di confine, oppure all’interno di mezzi pesanti attraverso i quali i migranti sarebbero stati trasportati in gruppi; le guardie di frontiera di Helsinki, di fronte a questo quadro, hanno evidenziato l’alta probabilità di un coinvolgimento in questo processo delle autorità russe, così come quello delle guardie di frontiera di Mosca.

Il governo di Helsinki, in questo contesto, non ha esitato ad accusare Mosca di strumentalizzare i migranti e di agevolare un flusso migratorio verso il proprio territorio; il Primo Ministro Petteri Orpo ha trovato in questo senso il pronto sostegno da parte di Ursula von der Leyen, la quale, il 16 novembre, ha condannato la condotta russa ed espresso il proprio supporto all’operato delle guardie di frontiera finlandesi.
L’arrivo dei migranti ha riguardato in modo particolare alcuni punti di controllo situati a sud-est: Vaalimaa, Nuijamaa, Imatra, Niirala. Il governo finlandese ha deciso di chiudere questi punti e di costruirvi delle barriere fisiche, volte a scoraggiare il flusso. Alcuni giorni dopo la chiusura è stata estesa a tutti i punti di attraversamento di confine, salvo quello di Raja-Jooseppi situato però quasi all’estremo nord; la chiusura dell’intero confine, una misura in un primo momento bocciata per la preoccupazione di non ledere i diritti dei richiedenti asilo, è stata tuttavia presa il 28 novembre. Una mossa che ha generato la reazione negativa da parte di Mosca, la quale ha negato di aver favorito il flusso migratorio e che ha descritto le decisioni di Helsinki come dettate dalla “russofobia” e da una più generale tendenza ad assumere una postura di confronto nei riguardi della Russia.
La Finlandia, da parte sua, ha ricevuto un esplicito supporto da parte della Polonia (forte dell’esperienza del 2021, tanto che a Varsavia è stata persino ventilata la proposta di un invio di consiglieri a Helsinki) e dall’Estonia. Le autorità di Tallinn, dopo la chiusura delle frontiere finlandesi, hanno dichiarato di aver effettuato i preparativi del caso in vista di un possibile flusso migratorio; il Ministro degli Esteri Margus Tsahkna, poi, ha parlato di un “palese attacco ibrido” compiuto dalla Russia, ipotizzando un provvedimento analogo di chiusura delle proprie frontiere con Mosca e, in questa prospettiva, sconsigliando ai cittadini estoni di spostarsi in Russia, alla luce di possibili chiusure temporanee del confine di fronte a un’eventuale pressione migratoria.

Gli ultimi avvenimenti seguono di alcuni mesi l’ingresso della Finlandia nella NATO, un passo voluto dal governo di Sanna Marin alla luce dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e largamente appoggiato sia dalla generalità dei partiti politici finlandesi sia dall’opinione pubblica. In questo modo Helsinki ha posto fine alla storica neutralità militare che ha caratterizzato il Paese nei decenni scorsi; una situazione che, tuttavia, non aveva impedito né l’ingresso della Finlandia nell’Unione Europea, né una proficua cooperazione nell’ambito della difesa con vari Paesi occidentali, sia con gli Stati Uniti sia con alcuni attori della scena europea. L’aggressione russa del 24 febbraio 2022 ha così indotto la Finlandia a rompere gli indugi e a effettuare la propria domanda di adesione all’Alleanza, insieme alla vicina Svezia; ingresso nella NATO che, per quanto riguarda Helsinki, è effettivamente avvenuto il 4 aprile 2023. Una mossa dettata dalla volontà di migliorare la sicurezza del Paese, il quale condivide 1340 chilometri di frontiera con la Russia, ma anche di schierarsi con maggiore convinzione per il mantenimento di quell’ordine internazionale liberale basato sulle regole che l’iniziativa militare di Mosca mirava a mettere in discussione. La necessità di salvaguardare l’ordine internazionale vigente è stata espressa ripetutamente da parte di Sanna Marin, soprattutto durante la fase finale della sua permanenza al governo, e ha rappresentato un filo conduttore della sua politica estera; il nuovo esecutivo guidato da Petteri Orpo, da questo punto di vista, non ha dato segnali di discontinuità, confermando la postura convintamente filoccidentale di Helsinki. 

Un fatto confermato sia dalla fornitura all’Ucraina del ventesimo pacchetto di aiuti militari, portando a 1,5 miliardi di euro il valore complessivo delle risorse fornite a Kyiv dall’inizio dell’invasione russa, sia dal profilarsi di un nuovo accordo con gli Stati Uniti in materia di difesa, il Defence Cooperation Agreement (DCA). L’approvazione definitiva dell’accordo comporterebbe la possibilità per il personale militare americano di avere accesso a strutture in Finlandia per fini sia di addestramento, sia di custodia e manutenzione di materiale bellico; un passo avanti nel rafforzamento delle relazioni bilaterali tra Helsinki e Washington, ora inserite anche nel complessivo quadro dell’Alleanza Atlantica.

Sia che l’azione di Mosca costituisse una “ritorsione” per l’ingresso della Finlandia nella NATO, sia che rappresentasse un modo per aumentare la pressione sull’Occidente in un contesto in cui la guerra russo-ucraina sembra passare sostanzialmente a una fase di stallo, i suoi risultati possono al momento considerarsi come trascurabili. Da un lato Helsinki ha reagito prontamente agli sviluppi ai propri confini con la Russia, sviluppi peraltro conformi a un copione già noto; dall’altro, la sua politica estera si mantiene lungo la rotta tracciata dal precedente governo guidato da Sanna Marin.

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