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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoNiente di nuovo sul fronte orientale?

Niente di nuovo sul fronte orientale?

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Dopo mesi di silenzi e fragili tentativi di negoziazione, il confine tra Russia e Ucraina torna a scaldarsi, sulla scia delle tensioni tra Bielorussia e Polonia dovute alla crisi dei migranti sul confine orientale dell’Unione Europea. Come in aprile, Mosca ha avviato un massiccio concentramento di forze nelle proprie regioni occidentali, senza esplicitare motivazioni e scopi di tali manovre. I movimenti di truppe, del tutto inattesi, stanno generando una crescente apprensione a Kiev, direttamente coinvolta nelle manovre dell’Esercito Russo, che ha denunciato la concreta possibilità di una prossima invasione del territorio ucraino da parte di Mosca.

Nuove tensioni e nuove crisi

A partire dallo scorso 30 ottobre, decine di migliaia di uomini delle Forze Armate russe sono stati dispiegati nelle regioni al confine con l’Ucraina, in particolar modo nelle regioni del Distretto Militare Meridionale che vede il proprio quartier generale a Rostov sul Don. Le unità impiegate sono state identificate come elementi afferenti al 41esimo Combined Arms Army, ovvero un’unità complessa che coinvolge diverse brigate/divisioni (spesso le dominazioni ufficiali nascondono capacità operative più limitate), nonché elementi della Prima Armata della Guardia, un’unità d’élite dell’Esercito Russo solitamente dispiegata per la difesa della capitale o come punta di lancia in un’eventuale manovra offensiva. Oltre alla qualità degli armamenti, l’elemento di maggiore interesse viene dalla quantità delle unità dispiegate, in particolar modo, fonti ucraine denunciano il concentramento di circa 90 mila uomini nelle regioni russe adiacenti al confine, una forza che viene quindi considerata a Kiev come la principale massa di sfondamento di una prossima invasione da parte di Mosca, cui vanno sommati circa 20 mila uomini della Marina e dell’Aviazione russa. A fronte delle accuse di Kiev, il Cremlino ha più volte risposto negando ogni intento offensivo e sottolineando come il ridispiegamento interno di unità militari sia una pratica comune per le Forze Armate russe. Ciononostante, una concentrazione di tale portata appare assolutamente anomala e ingiustificata agli occhi degli osservatori, di conseguenza, è necessario procedere gradualmente per evitare conclusioni affrettate e fuorvianti. 

Le anomalie

Primariamente, è necessario contestualizzare le manovre delle ultime settimane nel normale ciclo operativo delle FA russe, poiché questo rappresenta il primo elemento anomalo della situazione. Solitamente, le Forze Armate russe hanno un ciclo operativo annuale piuttosto chiaro, con una lungo periodo, che va da aprile a settembre, dedicato alla conduzione di esercitazioni vaste e complesse, e i mesi precedenti e successivi dedicati invece alla preparazione e alla valutazione delle esercitazioni condotte e da condurre. Di conseguenza, i mesi autunnali e invernali non sono solitamente il periodo in cui l’Esercito russo conduce le sue manovre abituali e una concentrazione di forze come quella che stiamo vedendo in queste settimane rappresenta un primo elemento di anomalia per il periodo. Ulteriormente, i war games dell’Esercito russo si svolgono solitamente con una sostanziale copertura mediatica, ricca di dichiarazioni del Cremlino, del Ministero della Difesa o dello Stato Maggiore, volte sia a rassicurare la comunità internazionale che a rafforzare l’immagine della Russia come grande potenza. In questo caso invece, la concentrazione di forze è avvenuta senza dichiarazioni ufficiali o comunicati che ne spiegassero le ragioni, al di fuori delle generiche spiegazioni che hanno accompagnato le manovre. Un ultimo elemento di significativo interesse viene dalla consistenza delle truppe impiegate, i circa 90mila uomini dispiegati nelle regioni occidentali della Russia, infatti, rappresentano una forza del tutto anomala, raccolta appositamente facendo affluire truppe da ogni Distretto Militare, in particolar modo il 41esimo Combined Arms Army è solitamente di stanza a Novosibirsk, in Siberia. Di conseguenza, sebbene fonti ucraine riportino un sostanziale aumento delle forze russe oltre confine durante quest’anno, la mobilitazione di forze ulteriori, oltre quelle solitamente stanziate nelle regioni adiacenti al confine ucraino, è un elemento di novità.

Rappresentazione del piano di attacco russo all’Ucraina in caso di guerra aperta presentata dai vertici dell’intelligence ucraino. Malgrado il numero dichiarato delle truppe russe ammassate oltre confine, i dati relativi ai battaglioni effettivamente collocati nel Distretto Militare Meridionale, forniti dagli stessi servizi segreti ucraini, dimostrano come l’effettivo numero di soldati dispiegati ammonti a circa 36.000 uomini, poiché appare impossibile che un singolo battaglione si componga di più di 2000 uomini come riportato dai dati in tabella. I 94 mila soldati risultanti potrebbero essere contati solo considerando anche le forze ausiliare, il supporto logistico, i reparti medici e non combattenti.

Quanto è accaduto nelle ultime settimane trova un solo precedente di rilievo, ovvero l’analoga concentrazione di forze russe avvenuta tra marzo ed aprile del 2021, quando la Russia, per far pressione sul governo di Kiev e spingere gli Stati Uniti al tavolo delle trattative, aveva ammassato circa 100 mila uomini nelle regioni adiacenti al confine ucraino. Nelle settimane successive, fu infatti inaugurato un nuovo negoziato per un cessate-il-fuoco nel Donbass e Joe Biden e Vladimir Putin si incontrarono a Ginevra nel mese di giugno. Le manovre delle ultime settimane potrebbero essere quindi spiegate dal medesimo obiettivo, sebbene sia importante comprendere i timori e gli obiettivi di tutti gli attori in campo. 

I timori di Kiev e la prossima invasione

Come già anticipato, dal momento dell’avvio della concentrazione di uomini e mezzi, il governo di Kiev ha denunciato immediatamente le iniziative russe, accusando Mosca di voler invadere l’Ucraina. Secondo quanto riportato dall’intelligence ucraina, la Russia sarebbe infatti pronta ad attaccare nell’arco di poche settimane, tra gennaio e febbraio 2022, mettendo in atto un’operazione della quale i servizi segreti di Kiev hanno reso noti alcuni dettagli. La presunta prossima invasione vedrebbe l’avvio delle ostilità con una serie di sortite aeree e bombardamenti di artiglieria volti a sbaragliare le difese di confine e disarticolare i centri di comando e controllo di Kiev, procedendo poi con uno sfondamento attraverso le regioni adiacenti al confine russo. Parallelamente, una serie di sbarchi anfibi a Odessa e Mariupol aprirebbero un nuovo fronte a sud, mentre dalla Bielorussia potrebbero infiltrarsi reparti speciali e formazioni senza insegne per destabilizzare anche le regioni più occidentali e tagliare le linee di rifornimento interne. 

Malgrado la denuncia da parte di Kiev dei prossimi piani di invasione della Russia, alcuni elementi interni alla politica ucraina sembrano di particolare interesse per spiegare la situazione. In particolare, qualora il piano di battaglia russo fosse realmente coerente con quanto precedentemente esposto, sarebbe verosimile aspettarsi la costruzione di fortificazioni, installazioni difensive e la predisposizione, da parte di Kiev, di misure atte a contrastare una imminente invasione militare. Allo stato attuale, per quanto la tensione stia salendo in modo innegabile, non sembra che l’esercito ucraino stia approntando tali misure. Di conseguenza, sebbene la concentrazione di forze russe sia percepita come una reale minaccia da parte di Kiev, è probabile che anche il Governo ucraino non valuti come effettivamente possibile un conflitto su vasta scala con la Russia.  

Ulteriormente, in Ucraina, è recentemente scoppiato il cosiddetto “Wagnergate”, ovvero uno scandalo interno che vede coinvolti i servizi segreti ucraini, il Presidente Volodymyr Zelensky e alcuni mercenari della compagnia di sicurezza privata Wagner. Secondo quanto documentato da Bellingcat e The Insider, i servizi segreti ucraini avevano organizzato, nel luglio 2020, il trasferimento forzato di 33 mercenari russi accusati di crimini di guerra e ritenuti coinvolti nel conflitto del Donbass da Minsk a Kiev, attraverso la formazione di una finta compagnia di sicurezza privata russa, che avrebbe fittiziamente assunto il gruppo per un’operazione in Venezuela. Il 27 luglio 2020, il giorno precedente alla fase finale dell’operazione (ovvero il dirottamento verso Kiev di un volo Minsk-Istanbul che avrebbe dovuto portare i mercenari verso le loro basi per poi procedere verso il Venezuela) il presidente ucraino avrebbe annullato l’operazione, ritardandola di alcuni giorni per salvaguardare l’entrata in vigore di un nuovo cessate-il-fuoco nel Donbass firmato il giorno precedente. I mercenari sono stati quindi costretti ad attendere alcuni giorni nella capitale bielorussa, dove il 29 luglio sono arrestati dai servizi segreti di Minsk, come sospetti agitatori inviati da Mosca per mantenere la propria influenza sul paese nel complesso momento delle elezioni presidenziali. Dopo alcuni mesi di trattative, i mercenari sono stati quindi rinviati a Mosca, ma l’operazione ucraina, chiaramente fallita, è progressivamente emersa nella stampa nazionale e internazionale. Zelensky è stato quindi accusato dai media ucraini di essere stato debole nei confronti della Russia e dei separatisti, avendo preferito il cessate-il-fuoco alla cattura di 33 mercenari russi direttamente coinvolti nel conflitto, il Presidente ucraino ha invece rilanciato le responsabilità verso l’ex direttore dell’intelligence militare, Vassili Burba, nel frattempo defenestrato dal leader ucraino. Ad ogni modo, lo scandalo ha incrinato la solidità della presidenza Zelensky, che proprio sul Donbass aveva già esposto il fianco ad aspre critiche, come nel caso dell’approvazione di uno scambio di prigionieri con i separatisti, rilasciando Vladimir Tsemakh, uno dei vertici delle milizie filorusse accusato di essere stato personalmente coinvolto nell’abbattimento del volo MH17 della Malesyan Airlines nel 2014. Di conseguenza, una ripresa della crisi nel Donbass, aggravata da una retorica roboante, potrebbe essere funzionale persino alla presidenza Zelensky per rinsaldare un fronte interno piuttosto fragile in questo momento. 

Da ultimo, è opportuno considerare un ulteriore elemento. Nel contesto delle relazioni tra NATO e Federazione Russa, Kiev è sicuramente nella posizione più debole, non essendo parte dell’Alleanza Atlantica e non avendo un potenziale militare tale da potersi opporre autonomamente a Mosca. Di conseguenza, questi picchi di tensione potrebbero essere funzionali anche a Kiev per spingere la NATO ad assumere una posizione sempre più intransigente verso la Russia. 

Guardando la vicenda dal punto di vista occidentale, la reazione degli Stati Uniti è stata fin da subito dura. La Casa Bianca ha infatti annunciato il rafforzamento delle sanzioni cui la Russia è già sottoposta, confermando il sostegno politico a Kiev, sebbene Washington non si sia spinta oltre nel sostenere le rivendicazioni ucraine. Il 19 novembre, Avril Haines, alla guida della United States Intelligence Community, l’organo di raccordo tra le diverse agenzie di intelligence statunitensi, è quindi giunta in Europa per incontrare i rappresentati degli Stati membri della NATO, confermando, in un bilaterale con il Primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, l’impegno statunitense a fianco degli alleati sull’eastern flank. Da ultimo, il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken, alla fine di un incontro con il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov a margine del summit dell’OSCE di Stoccolma, ha ribadito la preoccupazione per l’escalation nell’Europa Orientale, invitando la Russia ad impiegare strumenti diplomatici per risolvere la crisi ed a stemperare le tensioni, minacciando “gravi conseguenze” qualora la situazione degenerasse. 

Lanciamissili e droni: il no russo all’ingresso dell’Ucraina nella NATO

Venendo infine alle possibili motivazioni dell’escalation, è possibile avanzare alcune interpretazioni, sebbene solo nelle prossime settimane potremo avere chiara contezza di quanto è avvenuto nell’ultimo mese. A dare un chiaro indirizzo è stato lo stesso Sergey Lavrov, secondo il quale: “ignorare le legittime preoccupazioni della Russia e trascinare l’Ucraina nei giochi geopolitici degli Stati Uniti sullo sfondo del dispiegamento delle forze della Nato nelle immediate vicinanze dei nostri confini [della Russia –ndr] avrà le conseguenze più gravi e costringerà Mosca a prendere misure di ritorsione per rettificare l’equilibrio militare e strategico”. Il Ministro degli Esteri russo espone quindi alcuni elementi rilevanti per comprendere la situazione: il punto nodale, infatti, non sono le scaramucce che sempre più frequentemente si sono verificate tra i separatisti e l’esercito di Kiev nel Donbass, bensì l’avvicinamento dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica. Come ribadito dallo stesso Vladimir Putin nel corso della conferenza del Valdai Club di ottobre, la Russia non potrebbe accettare né l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, né un significativo rafforzamento della cooperazione bilaterale tra Kiev e Bruxelles.  

Nelle ultime settimane, infatti, l’esercito ucraino ha ricevuto nuovi armamenti da parte dei paesi membri della NATO, in particolare lanciamissili Javelin e droni TB2 di fabbricazione turca per l’attacco al suolo e la ricognizione aerea. Sebbene tali armamenti non possano da soli cambiare i rapporti di forza sul campo, il loro arrivo a Kiev dimostra la volontà occidentale di rafforzare l’efficienza dell’esercito ucraino, offrendo però il fianco alla muscolare reazione russa. Sebbene le reali intenzioni del Cremlino non siano note, è possibile supporre che il vero obiettivo della concentrazione di truppe sia quello di mettere in luce l’isolamento ucraino, mandando allo stesso tempo un chiaro segnale a quanti, a Washington e Bruxelles, sostengono un possibile ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica. 

Di conseguenza, l’eventualità di una prossima invasione dell’Ucraina, per quanto teoricamente possibile, è verosimilmente improbabile. Il dispiegamento di forze sta avvenendo senza alcun tentativo di mascheramento ed è quindi possibile supporre che l’obiettivo implicito di tale iniziativa sia primariamente politico e non militare. Inoltre, le unità impiegate, per quanto importanti qualitativamente e quantitativamente, mancano ancora della necessaria rete infrastrutturale di sostegno che consentirebbe realmente un’invasione, di conseguenza, un attacco su vasta scala non sembra essere nell’ordine delle cose. Ciononostante, al netto delle considerazioni precedenti, le forze russe sono comunque dotate di una capacità offensiva tale da sostenere operazioni limitate della durata di 3-5 giorni di combattimento ad alta intensità, di conseguenza, per quanto non siano in grado di effettuare uno sfondamento su tutta la linea e per tutta la profondità del territorio ucraino, anche senza la necessaria rete logistica, esse rappresentano una forza combattente non trascurabile. 

L’epilogo: morire per Kiev?

Sebbene le forze russe restino ancora ammassate al confine con l’Ucraina, lo scorso 7 dicembre è arrivato un primo segnale di dialogo tra Mosca e Washington, nella forma di un incontro telefonico tra Vladimir Putin e Joe Biden. In questa occasione, i due leader hanno discusso non solo della crisi in Ucraina, ma anche dell’assetto generale della sicurezza europea, della sicurezza cibernetica, delle stabilità strategica e del nucleare iraniano, dimostrando la reciproca volontà di dialogare almeno sulle questioni prioritarie per la sicurezza internazionale. A tale vertice, hanno fatto seguito alcune dichiarazioni di rilievo da parte della Casa Bianca e del Cremlino. In particolare, Joe Biden si è impegnato a sostenere la ripresa del dialogo con Mosca coinvolgendo tutti i paesi membri della NATO in un summit aperto anche alla Russia, mentre il Ministero degli Esteri russo, con un comunicato, ha reso noti i punti prioritari per riavviare le relazioni con la controparte. Sullo sfondo del confronto resta però l’Ucraina. La Casa Bianca ha ribadito il proprio supporto a Kiev, confermando gli impegni a fianco del governo ucraino, ma tanto Joe Biden quanto il Segretario di Stato Antony Blinken hanno escluso ogni possibile coinvolgimento di forze di terra statunitensi nel contrasto ad un’eventuale invasione russa. Inoltre, fonti dell’Amministrazione americana, citate da Associated Press, riportano che Washington avrebbe fatto pressioni su Kiev per riconoscere un ordinamento autonomo alle regioni separatiste, un’eventualità da sempre esclusa dall’Ucraina in assenza del ritorno del Donbass sotto la piena sovranità ucraina. Da ultimo, le stesse fonti hanno dichiarato esplicitamente che è estremamente improbabile che l’Ucraina possa essere parte dell’Alleanza Atlantica nel prossimo decennio, rimarcando così le difficoltà del processo negoziale. Le recenti tensioni sono state quindi funzionali alla ripresa del dialogo tra Washington e Mosca, ma Kiev appare, malgrado le dichiarazioni ufficiali, nella posizione più fragile tra le potenze coinvolte.

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