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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoPerché sul Fronte orientale si combatte (anche) una guerra...

Perché sul Fronte orientale si combatte (anche) una guerra temporale

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Ucraina, mi sembra che – a questo punto – sul tavolo ci siano sostanzialmente 4 scenari: 1) i negoziati hanno successo, le sanzioni vengono sospese e le truppe russe si ritirano, presidiando solo una parte delle zone occupate (la Crimea e una parte del Donbass); 2) i negoziati falliscono, stallo sul campo, l’economia russa crolla, Putin rovesciato e il nuovo regime russo lascia l’Ucraina; 3) l’economia russa tiene, Kiev viene occupata, Putin resta saldamente al potere, tutta l’Ucraina o solo la parte orientale russofona viene inglobata definitivamente nella sfera di influenza di Mosca, una nuova cortina di ferro scende sull’Europa e sul mondo; 4) Armageddon.

Definita questa iniziale cornice farei qualche ulteriore considerazione dalla linea dei combattimenti. Intanto cerchiamo di capire se quello che dicono tutti sia vero: i russi avanzano troppo lentamente? Spieghiamo che questo è un concetto relativo, il tempo è sempre un fattore relativo e in questo caso è vincolato alla tabella di marcia e alla pianificazione operativa rispetto agli obiettivi. Due aspetti che – come abbiamo spiegato in un’altra analisi – appaiono ancora non perfettamente chiari.

Proviamo a inserire dei parametri oggettivi e a fare dei paragoni. Consideriamo due operazioni più o meno analoghe o comparabili, considerando uno stesso livello di meccanizzazione delle truppe: “Desert Storm” (1991) e “Seconda Guerra del Golfo” (2003). Dopo i massicci bombardamenti strategici che avevano di fatto annichilito la volontà e la reale capacità di combattimento delle truppe di Saddam Hussein – nel primo caso – i carri di Norman Schwarzkopf avanzarono a una velocità di 1/10 di quella attuale dei soldati impegnati nell’”Operazione speciale”. 12 anni dopo, i progressi degli Alleati – dopo la campagna “Shock and Awe” – furono nettamente superiori ma ancora inferiori agli attuali progressi russi (della metà). Teniamo inoltre presente che le prime due Campagne si sono combattute nel deserto, terreno d’elezione delle operazioni combinate aereo-terrestri. 

È vero che anche le pianure ucraine hanno conosciuto i poderosi exploit corazzati tedeschi (Barbarossa, Prima, Seconda e Terza Battaglia di Karkiv) e delle contro-offensive sovietiche, ma oggi un tardo inverno stranamente mite (più di un commentatore ha sottolineato l’aspetto spettrale dei tetti di Kiev “appena” imbiancati) ha portato a un disgelo anticipato. La cedevolezza del terreno fangoso costringe le forze corazzate russe a muoversi lungo gli assi viari esponendole così a rallentamenti e imboscate: da qui le numerose immagini dei mezzi di trasporto e corazzati distrutti (quest’ultimi, strumenti bellici di cui tutti gli eserciti stanno rivalutando il valore rispetto all’aumento della potenza di fuoco delle fanterie e all’avvento degli sciami di droni). Alla luce proprio di queste valutazioni la velocità delle progressioni è ancora più stupefacente. Facciamo un ulteriore paragone, questa volta con la Blitzkrieg tedesca: Polonia 1939 (5 settimane di combattimenti), Francia 1940 (4 settimane di combattimenti), Urss 1941 e 1942. 

Nel primo caso il collasso repentino di Varsavia è da attribuire fondamentalmente alla pugnalata alle spalle sovietica (nel quadro dello scellerato patto Molotov-Ribbentrop), fatto per lo più sottaciuto alla luce della successiva evoluzione del conflitto. In Francia, la “Guerra lampo” ha funzionato al suo meglio sia nella componente strategica (il falso colpo di falce nei Paesi Bassi e la controfalce, farina del sacco del duo Hitler-von Manstein) che tattica: la spinta forsennata dei panzer di Guderian e Rommel attraverso le ‘impraticabili’ Ardenne, con lo sfondamento a Sedan, in realtà come nel 1870. 

Ma prima che sul campo di battaglia, l’esercito franco-inglese fu sconfitto nel cuore e nella mente e ciò proprio perché la velocità imposta (nonostante nel ‘40 la Wehrmacht fosse fondamentalmente una forza ippotrainata con un 1/3 di carri in meno rispetto agli avversari), la perizia operativa e dottrinaria li paralizzarono rendendoli impotenti. 

In Russia, il fattore spazio/climatico unito alla capacità sovietica di incassare (i famosi “standard russi”) e, diciamolo, la tenuta della leadership nazional-comunista saldata attorno a Stalin hanno reso le finezze tattiche e operazionali tedesche praticamente inutili, un ‘barocchismo’ per cultori della materia. A ciò si aggiungano l’apertura del secondo Fronte, lo stillicidio delle guerre partigiane e l’impatto della guerra aerea alleata: tutti fattori prima che militari, politici. Proprio questi ultimi ci devono far riflettere su ciò che significa vincere, perdere o – seppur ammaccati – pareggiare (come Federico il Grande nella guerra dei 7 anni, come sperava Hitler nel ‘45 o forse oggi Putin). 

Quindi il paragone più volte evocato dai mezzi di informazione della “ricercata Guerra lampo” non è minimamente calzante, anche perché – dalla Guerra civile in poi (fatto salvo lo stallo del periodo delle Grandi purghe) – la visione dottrinaria russa si è concentrata sullo sviluppo della “battaglia in profondità” con il dominio del campo di battaglia grazie all’artiglieria – “il Dio rosso della guerra” fin dai tempi delle campagne napoleoniche (Eylau, Friedland, Borodino) – combinata, nella Seconda guerra mondiale con l’artiglieria volante (i famosi ‘incassatori’ IL-2 Sturmovik) per poi procedere all’avanzata con ondate successive di mezzi corazzati.In realtà, a oggi, nonostante l’intensificarsi dell’offensiva russa, non abbiamo visto in azione nulla di paragonabile. 

Ritorniamo ancora una volta alla dimensione politica del conflitto: fondamentalmente esistono due scuole di pensiero: la prima ritiene – mutuando l’esperienza dello “sfruttamento” napoleonico della battaglia e sulla scorta delle successive codificazioni teoriche di Jomini e von Clausetwitz – che per vincere occorre il combinato disposto dell’annientamento della principale forza nemica sul campo e dell’occupazione della Capitale (per disarticolare il potere politico avversario). La seconda prese forma dopo la Prima Guerra Mondiale, quando sir Basil Liddell Hart valutò che bastasse solo la seconda: annientare la volontà di resistenza. 

A questo punto dovremmo porci un’altra domanda: dov’è l’Esercito ucraino? Di fatto al ridosso del Donbass, particolarmente esposto e in procinto – qualora i russi riuscissero a occupare velocemente Mariupol – di essere accerchiato e distrutto. E questo mentre aumenta la pressione su Kiev. Distruzione della principale forza combattente nemica e occupazione della Capitale: basterà questa sommatoria lineare per fiaccare la volontà di resistenza Ucraina e vincere un conflitto che appare invece sempre più multidimensionale? Proprio per rispondere a ciò all’inizio dell’articolo ho portato l’attenzione sul fattore tempo (alla “geopolitica del tempo” ho dedicato anche un pezzo su geopolitica.info), perché se tutti pensiamo che i russi stiano procedendo “troppo” lentamente, sotto il peso martellante della comunicazione – anche se non è oggettivamente così – potrebbero finire per pensarlo anche i russi, con tutto quello che – per loro – ne potrebbe conseguire in termini di errori di pianificazione tattica in vista della chiusura della campagna e di tenuta del rapporto leadership-opinione pubblica che è importante (anzi per certi versi ancora più importante) nelle autocrazie. Tra l’altro, questa dimensione diacronica (rallentamento del tempo reale dell’avanzata sul campo e accelerazione del tempo percepito dell’effetto delle sanzioni, della guerra economica e comunicativa) è amplificata dall’iperattivismo mediatico di Zelensky e dei nostri leader. 

Anche se – per inciso – “l’annuncio” del congelamento – prima che fosse attivo – degli asset russi detenuti all’estero (l’arma termonucleare delle sanzioni, che viola il principio fiduciario della cornice Swap – pilastro del sistema finanziario globale – ancor più del selettivo distacco dallo Swift) come rivelato (stranamente) dal presidente Mario Draghi nel suo intervento alle Camere – ne ha limitato l’efficacia, portando alla sparizione di una quota cospicua di queste risorse: come se una parte dell’esercito nemico fosse sfuggito all’accerchiamento (grossolano errore o scelta voluta per lasciare margini di manovra ai negoziatori e anche per non urtare troppo i cinesi particolarmente sensibili al tema?). 

Quindi – rubando una citazione al film di Nolan “Tenet” – è appunto come se stessimo combattendo una “Guerra mondiale temporale” che chiaramente i russi – per ora – stanno perdendo. Per rallentare il tempo, Putin in una mossa forse disperata ha messo sul campo il “congelatore” per eccellenza, la deterrenza nucleare ma per ora l’effetto da lui sperato non si è materializzato. Detto questo, un altro tema su cui dovremo riflettere è perché Putin abbia – a differenza di Zelensky – parlato sempre e solo al “suo” pubblico senza neanche premunirsi di montare un “Casus belli” come pur fecero i Tedeschi nel settembre del 1939 o gli Anglostatunitensi nei lunghi mesi che precedettero la Seconda Guerra del Golfo. Ma questo sarà un argomento da affrontare appena – se ciò accadrà in un tempo della cronaca e non della storia – si diraderà la Fog of war.

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