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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaIl friend-shoring e i limiti imposti dalla transizione energetica

Il friend-shoring e i limiti imposti dalla transizione energetica

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L’avvento impetuoso della pandemia da COVID-19 e le conseguenti misure di contrasto al contagio hanno imposto ai governi una riflessione e un’analisi profonda sulla sicurezza e la resilienza delle catene globali di approvvigionamento, già duramente colpite della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Le brusche interruzioni dei flussi commerciali plasmati da decenni di globalizzazione hanno reso necessaria la ricerca di alternative che potessero mettere a riparo gli stati da eventuali futuri shock esogeni. Il successivo scoppio della guerra in Ucraina non ha fatto altro che rafforzare la volontà dei governi di diminuire la propria dipendenza da attori esterni, che potrebbero fare leva sulla propria posizione di vantaggio commerciale a scapito dei propri maggiori acquirenti. Tale preoccupazione vale in misura maggiore se il rapporto di dipendenza si sviluppa fra paesi rivali, che non si trovano solo all’interno di una competizione economica, ma anche in una di carattere “valoriale”, dove a scontrarsi sono antagonistiche visioni della realtà. Come vedremo, la volontà — seppur condivisibile — di evadere da pericolose “trappole commerciali” deve necessariamente fare i conti con ostacoli imponenti, di molteplice natura, che ne diminuiscono nettamente le possibilità di successo.

Mettere al sicuro le catene di approvvigionamento

Al fine di diminuire la vulnerabilità dei canali di accesso alle risorse, negli ultimi anni si è assistito ad una nuova duplice tendenza nel commercio globale: la prima consiste nella decisione di alcuni stati di riallocare la produzione sul proprio territorio nazionale (reshoring); mentre la seconda — di origine ancora più recente — prevede che l’approvvigionamento avvenga esclusivamente attraverso canali privilegiati, costruiti con fornitori ritenuti affidabili e “alleati”, con i quali si condividono tanto rapporti economici quanto valoriali. L’allineamento politico, ma anche culturale e giuridico, tra le parti giustifica l’etimologia del termine coniato per indicare tale strategia commerciale: friend-shoring. Il termine appare già in documenti governativi statunitensi risalenti al 2021, ma ottenne maggior risalto in occasione del discorso pronunciato dalla segretaria del Tesoro USA Janet Yellen dinanzi al Consiglio Atlantico nell’aprile del 2022. Yellen dichiarò che gli Stati Uniti e i suoi alleati non avrebbero dovuto permettere ad alcuni attori di utilizzare «their market position in key raw materials, technologies, or products to have the power to disrupt our economy or exercise unwanted geopolitical leverage», favorendo, piuttosto, «the “friend-shoring” of supply chains to a large number of trusted countries». Tale ambiziosa operazione — vale a dire politicizzare le catene di approvvigionamento e collegare il commercio ai valori delle democrazie liberali — modificherebbe il rapporto tra geopolitica e politica commerciale in termini nettamente favorevoli alla prima. Dal punto di vista operativo, intraprendere la via del friend-shoring comporterebbe la creazione di aree di scambio selettive e regionali, composte esclusivamente da attori ritenuti affidabili, con i quali accordarsi al fine di rilocalizzare sui rispettivi territori le differenti fasi delle catene di approvvigionamento. Oltre che incrementare la diversificazione delle fonti, la riuscita di tale rilocalizzazione della produzione permetterebbe di annullare il leverage dei paesi rivali e, conseguentemente, la loro capacità di attuare eventuali rappresaglie commerciali in caso di tensioni politiche o conflitti. 

La crisi climatica e i limiti del friend-shoring 

A porsi come ostacoli sulla via verso il friend-shoring vi sono diversi fattori ed effetti collaterali. In primo luogo, la creazione di profonde linee di faglia politiche nel commercio mondiale causerebbe inevitabilmente la creazione di nuovi blocchi. Verosimilmente, questi sorgerebbero attorno alle due uniche potenze in grado di attrare satelliti nella propria orbita, Stati Uniti e Cina. In linea teorica, i blocchi così configurati corrisponderebbero a due universi indipendenti, altamente impermeabili rispetto alle azioni dell’altro, con la conseguenza maggiore consistente nel superamento dell’idea stessa di globalizzazione. L’abbandono del modello che ha guidato per decenni i rapporti commerciali del mondo richiederebbe senza dubbio dei costi molto elevati per i due nuovi centri di gravità — in primo luogo per l’aumento della manodopera, non più proveniente da paesi a basso reddito o in via di sviluppo —, ma per i paesi politicamente non allineati e legati economicamente ad entrambi i blocchi le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Cipro, Kazakistan, Marocco, Russia e paesi del sud-est asiatico affronterebbero i costi maggiori, trovandosi costretti ad aggregarsi ad uno dei due blocchi e a rimodulare il proprio intero sistema commerciale. 

Vi è, inoltre, un ulteriore e ingombrante limite all’espansione del friend-shoring: l’emergenza climatica e la transizione ecologica. Il rapporto di Sintesi pubblicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nel marzo 2023 non lascia spazio ad alcuna interpretazione alternativa: le emissioni globali dovrebbero già diminuire e dovranno essere ridotte di quasi la metà entro il 2030, se si intende rispettare l’obiettivo previsto dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Il passaggio obbligato sulla strada della transizione energetica è rappresentato dalla decarbonizzazione della produzione di energia, vale a dire l’attività che comporta l’emissione del maggior numero di gas serra nell’atmosfera. Ciò comporta un graduale — ma urgente — abbandono della combustione di fonti fossili, in favore di nuove fonti di energia rinnovabile. Tale processo genererà mutamenti significativi nel rapporto tra le potenze, tanto da poter parlare di una nuova “geopolitica della transizione energetica”. Se, da un lato, vi sono paesi che potrebbero trovare una via d’uscita dalla propria subordinazione energetica attraverso la produzione e la distribuzione regionale di energia rinnovabile, dall’altro, potrebbero sorgere nuovi tipi di dipendenze.

Il riscaldamento globale è — per definizione — una sfida globale, che non rispetta i canoni delle competizioni economiche o militari del passato, poiché non più intrinsecamente legata e limitata nelle sue conseguenze dai confini politici nazionali. Le dimensioni del fenomeno sono senza precedenti e i suoi effetti potenzialmente fatali per la stessa sopravvivenza delle specie che abitano il pianeta, esseri umani compresi. Nella cornice di un possibile disastro climatico, la necessità di una collaborazione internazionale non corrisponde più ad un generico invito al dialogo fra gli stati, ma assume la forma di un accorato appello alla cooperazione affinché si possano scongiurare gli effetti più drammatici della crisi ambientale. Ecco, dunque, che la volontà di politicizzazione delle catene di approvvigionamento, oltre a comportare enormi costi economici per tutti gli attori coinvolti, si porrebbe di ostacolo sulla via della transizione energetica, dal momento che la creazione di due blocchi contrapposti e indipendenti non permetterebbe uno scambio efficiente di conoscenze tecnologiche e di materie prime indispensabili alla decarbonizzazione. 

La Cina e la transizione energetica

La proposta Yellen di rimodulare le linee di approvvigionamento se, da un lato, inserisce il rispetto degli standard di sostenibilità ambientale da parte di entrambe le parti coinvolte tra i presupposti del rapporto di friendship, dall’altro non sembra tenere conto dell’evidente esigenza di coinvolgere anche la Cina nel processo di transizione. In primo luogo, per via dell’enorme quantità di emissioni prodotte ogni anno — 11,47 miliardi di tonnellate di sola CO2 nel 2021 —, è necessario coinvolgere Pechino in qualsiasi piano che abbia l’ambizione di ridurre realmente l’inquinamento globale. In secondo luogo, lo stato avanzato dell’industria cinese nei settori correlati alla transizione energetica rende il paese un interlocutore commerciale imprescindibile: la Cina, ad oggi, è leader mondiale nella produzione di pale eoliche (quasi la metà della produzione globale) e pannelli fotovoltaici (circa due terzi delle celle solari installate nel mondo hanno origine dall’industria cinese), prima al mondo per brevetti in energie rinnovabili e produzione di veicoli elettrici e responsabile della produzione del 70% delle batterie a litio — componenti indispensabili nel settore dei trasporti elettrici. La deduzione logica che ne consegue porta alla conclusione che non può esserci una transizione ecologica senza la partecipazione e il coinvolgimento della Cina. La necessità di decarbonizzare la produzione energetica nei tempi più brevi possibili — nonché al minor costo — deve spingere i governi a ricercare un maggiore scambio economico, attraverso il quale poter sopperire alle eventuali mancanze, limiti o ritardi incontrati nel percorso verso la transizione, piuttosto che a dirigersi in direzione contraria. Non ci si può logicamente attendere un improvviso superamento della dimensione competitiva dei rapporti fra le grandi potenze. Tuttavia, allo stesso tempo, l’urgenza e la gravità dell’emergenza climatica rendono vitale l’adozione di un paradigma differente per quanto concerne i rapporti commerciali in materia, poiché — mai come oggi — è nell’interesse di tutte le parti coinvolte.

Nel lungo periodo, il prezzo del riscaldamento globale è molto più alto di qualsiasi interdipendenza economica.

ConclusioniGli eventi prorompenti degli ultimi anni hanno rimesso in discussione l’assetto economico plasmato da decenni di globalizzazione. Le aspre rivalità tra i maggiori attori internazionali hanno ulteriormente evidenziato i punti deboli e i rischi di ricatto commerciale insiti nell’odierno sistema di catene di approvvigionamento globali, tanto da portare alla nascita di una nuova ipotesi di politica commerciale, basata sui rapporti coltivati fra agenti ritenuti “amici” stabili, prevedibili e fedeli, il friend-shoring. Seppur nato su basi teoriche parzialmente condivisibili, il friend-shoring incontra diversi ostacoli lungo il cammino della sua realizzazione. La nascita inevitabile di due blocchi opposti comporterebbe costi significativi per tutte le parti coinvolte, con esiti differenti a seconda del livello di interdipendenza. Nel lungo periodo, tuttavia, finirebbe per essere intaccato l’interesse dell’intera comunità internazionale, poiché il friend-shoring potrebbe trasformarsi in un ostacolo sulla via della transizione ecologica. Per la risoluzione di problematiche globali si richiedono, necessariamente, soluzioni globali, fondate sulla cooperazione e sul confronto. Una contrapposizione netta fra due blocchi economicamente e politicamente nemici va nella direzione diametralmente opposta. Pertanto, risulta di vitale importanza abbandonare la via del friend-shoring in favore di una competizione geopolitica che, per quanto inevitabile, adotti delle forme di dialogo e cooperazione reali nella sfida al riscaldamento globale, poiché nell’interesse condiviso di qualsiasi abitante del pianeta.

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