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La Revue Nationale Stratégique di Parigi e i limiti delle ambizioni francesi

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L’offensiva russa in Ucraina ha spinto il presidente Macron a rivedere il documento cardine che orienta l’azione dell’apparato militare francese. Secondo Parigi, lo scontro tra Kiev e Mosca favorisce Pechino, che deve essere considerato il nemico principale dell’Occidente, e impone un ulteriore acceleramento del ritorno verso il combattimento ad alta intensità dello strumento militare francese. Ma le ambizioni del presidente Macron sono troppo ambiziose: la risposta dell’occidente alla crescita della Cina è tutt’altro che univoca, e le forze armate francesi si scontrano con la dura realtà di una società ancora restìa ad accettare l’ipotesi della morte in combattimento

La Revue Nationale Stratégique, il documento presentato da Emmanuel Macron a Tolone il 9 novembre, non è altro che un aggiornamento della Strategia resa pubblica già nel 2017, all’inizio del primo mandato dell’attuale presidente francese. All’epoca, la Strategia di Macron descriveva la Francia come un Paese circondato da minacce estremamente diversificate e in continua evoluzione: il terrorismo in Europa, il revanscismo russo a Oriente, l’assertività della Cina, la forza di Daesch in Medio Oriente, l’emergere della nuova minaccia cibernetica. Per proteggere i francesi da questa nuova ondata di pericoli, Macron avviava uno straordinario processo di modernizzazione delle forze armate francesi, che le avrebbe portate, entro il 2025, a raggiungere la fatidica soglia del 2% di spesa militare richiesta dalla NATO nel famoso summit di Galles del 2014. Scopo di questa revisione è quello di adattare i principi e gli obbiettivi fissati nel 2017 alla luce di quanto avvenuto a febbraio di quest’anno, quando le forze russe hanno avviato una nuova ampia offensiva in Ucraina. La Strategia presentata da Macron presenta due importanti elementi di novità rispetto al documento originale. La prima consiste in un’enfasi sulla sfida rappresentata dalla Cina, che viene definita con estrema chiarezza il nemico numero uno dell’Occidente. La seconda consiste in un ulteriore accelerazione del processo di riconversione delle forze armate francesi verso un maggiore focus sui conflitti convenzionali ad alta intensità. 

La vera sfida è la Cina, non la Russia

La Revue Nationale Stratégique definisce la Cina come nemico numero uno dell’Occidente. La Strategia chiarisce come “l’obiettivo del partico comunista cinese e dell’Esercito Popolare di Liberazione (resti) quello di soppiantare gli Stati Uniti come prima potenza mondiale”. La Cina, agli occhi di Parigi, considera la potenza americana e il modello occidentale in declino, e pertanto sfrutterebbe questa guerra per verificare quanto questo modello sia ancora solido.

Per questo motivo, contrariamente alle aspettative di molti, che si sarebbero aspettati un’enfasi sulla minaccia rappresentata dalla Russia, la guerra in Ucraina deve invitare l’occidente a puntare  gli occhi su quanto avviene nel Pacifico, piuttosto che in Europa. Il principale insegnamento che gli occidentali devono trarre dal conflitto in Ucraina riguarda infatti l’approccio che l’Occidente deve riservare alla Cina. Per Pechino, lo scontro tra Mosca e Kiev rappresenta in effetti un importante laboratorio. Di fronte alla sfida rappresentata dall’emergere di una crisi energetica che sta colpendo in maniera dura sostanzialmente tutti i Paesi occidentali – con variazioni importanti tra Europa orientale e occidentale – i cinesi valutano con attenzione la risposta dei Paesi alleati degli Stati Uniti per valutare la reale capacità di questi Paesi di rimanere solidamente legati, nonostante le grosse perdite di natura economica. A costituire un altro interessante test di solidità è poi la fornitura di armi nei confronti di Kiev: anche in questo caso Pechino prende appunti, osservando con attenzione chi è più recalcitrante e schierarsi dalla parte degli Stati Uniti e chi invece preferisce adottare un approccio più neutrale. La Cina, poi, può sfruttare il laboratorio russo-ucraino per testare quali strumenti sanzionatori l’Europa e gli Stati Uniti sono in grado di impiegare, per quanto tempo, e con quali effetti.

La modernizzazione delle forze armate di Parigi

Il secondo elemento di novità della Revue consiste nell’avvio di un ulteriore processo di modernizzazione dell’apparato militare francese. La Revue Nationale Stratégique francese non è solamente una “bussola” che indica le priorità della Difesa e della Sicurezza della Repubblica Francese. Essa rappresenta anche una sorta di preparazione alla Loi de Programmation Militaire, il documento programmatico con cui Parigi è solita organizzare e pianificare gli investimenti militari nel successivo quinquennio. La Revue non fornisce dettagli precisi, limitandosi a fissare i principi fondamentali del nuovo programma di spesa. In questo senso, essa accelera ancora di più quanto affermato da Macron nel 2017. Già la vecchia LPM francese, in effetti, prevedeva di raggiungere il 2% delle spese militari entro il 2025, un obbiettivo che la Francia sta raggiungendo, visto che oggi sfiora il 1,90%, e che la distingue da molti altri paesi NATO, inclusa l’Italia. La guerra in Ucraina allora conferma una tendenza di Parigi, avviata nel 2016, dopo gli attacchi subiti a Parigi, ad aumentare ancora di più le spese militari e a ricalibrare lo sforzo delle forze di Parigi al combattimento convenzionale. Il motto del “retour à la haute intensité” sembra essere divenuta un mantra tra i militari francesi, i quali, dopo anni di operazioni di controinsorgenza in Africa e in Medio Oriente, intendono ricalibrare il loro strumento militare in un’ottica più centrata sul combattimento tradizionale.

Il documento, in questo senso, è ambizioso. La Francia dovrà essere capace, entro il 2030, di difendere il suo territorio e i suoi cittadini, appoggiandosi su un meccanismo di dissuasione nucleare indipendente e su forze armate convenzionali e robuste. Soprattutto poi – e qui, in perfetto stile francese, Parigi si pone obiettivi molto ambiziosi – la Francia dovrà disporre della libertà d’azione che le consentirà di condurre operazioni militari, anche ad alta intensità, in autonomia o in coalizione, in tutte le dimensioni dei conflitti.

I limiti della strategia

La Revue presentata da Macron si scontra con due limiti importanti. Il primo riguarda l’enfasi posta sulla minaccia cinese. Riguardo alla Cina, infatti, Parigi dovrà fare i conti con la scomoda realtà di alcuni Paesi europei, come la Germania, per cui Pechino costituisce, ormai da anni, un partner semplicemente irrinunciabile. La risposta dei Paesi europei alla crescita cinese – e alla conseguente penetrazione economica della Cina in Europa – è lungi dall’essere parte di una strategia coerente e condivisa. In questo senso, gli effetti della guerra tra Kiev e Mosca sull’approccio europeo alla Cina restano ancora da valutare. 

Il secondo limite alle ambizioni di Macron è ancora maggiore del primo. Gli obbiettivi della modernizzazione militare francese verso una maggiore enfasi sul combattimento convenzionale ad alta intensità si scontrano con degli enormi ostacoli strutturali, comuni a tutti i Paesi occidentali, che ne rendono alquanto difficile, se non improbabile, la realizzazione. In breve, la possibilità che le forze francesi riescano a raggiungere la capacità di condurre operazioni convenzionali ad alta intensità risulta, almeno per ora, alquanto bassa. Tra i principali motivi, quelli che spiccano riguardano l’entità della spesa necessaria e i dubbi sul supporto dell’opinione pubblica nei confronti delle forze armate.

Per disporre delle capacità di condurre operazioni ad alta intensità contro un avversario convenzionale, Parigi deve investire somme veramente ingenti. Questo perché tutti i Paesi dell’Unione soffrono di una grave carenza di mezzi e sistemi d’arma per il combattimento convenzionale. I dati sono impressionanti: dal 1990 al 2020, essi hanno ridotto il parco di carri armati dell’85%, mentre i pezzi d’artiglieria sono stati ridotti del 56%. Inoltre, anche se Parigi spendesse decine di miliardi all’anno, non è affatto detto che la spesa si tramuterebbe automaticamente in efficacia militare. Nonostante in Occidente prevalga l’idea per cui l’efficacia di uno strumento militare si misuri tramite parametri quantitativi – budget, livello tecnologico dei mezzi, numero di uomini – la realtà è che i numeri sui fogli excel non tengono conto di alcuni fattori fondamentali, senza i quali nessun esercito può dirsi efficace. Come notava Edward Luttwak nel 1984, “la creazione di forza militare è dominata da fattori non materiali, intangibili, che riguardano il fattore umano, e che vanno dalla qualità della strategia militare nazionale al morale del singolo soldato”. Si tratta, in sostanza, di elementi quali la dottrina militare, il morale, le conoscenze e la capacità dei comandanti e della truppa, tutte cose che l’analisi militare occidentale, soprattutto europea, ignora, e che si costruisce con l’esperienza sul campo, con l’addestramento duro e con lo studio della guerra.

Il secondo limite riguarda il supporto dell’opinione pubblica francese. Dal 2015, anno in cui Parigi ha subito gli attacchi terroristici, il supporto dei francesi nei confronti dei militari è aumentato notevolmente. Oggi le forze armate francesi, come tutte quelle occidentali, incluse quelle italiane, godono di un enorme consenso popolare, spesso superiore all’80%. Questo consenso, tuttavia, è stato costruito su una retorica basata su quello che alcuni studiosi francesi definisco “un grande malinteso”. Gli occidentali conosco le forze armate per le operazioni di peacekeeping, per gli interventi in caso di disastri naturali, per il supporto fornito alle forze dell’ordine. Tuttavia, come dimostrato da numerosi studi svolti negli Stati Uniti, spesso questo supporto si rivela pura retorica, e non è accompagnato da una maggiore spinta verso l’arruolamento, né tantomeno a una maggiore accettazione dei morti in combattimento. Il supporto, in realtà, è estremamente fragile. A titolo di esempio, quando nell’agosto del 2008 i francesi persero dieci uomini in Afghanistan a causa di un’imboscata, tutta la Francia venne traumatizzata. Ancora, quando l’Esercito francese, a cavallo tra dicembre e gennaio 2020-2021, perse 5 uomini in Mali nel giro di una settimana, il supporto verso l’operazione traballò. Il dubbio, quindi, sorge spontaneo: sono pronte, le società occidentali, ad accettare l’inevitabile elevato numero di morti che un’operazione convenzionale, come quelle che vediamo in Ucraina, impongono alle forze che le combattono? Gli obbiettivi della Revue pubblicata da Parigi, dunque, sembrano andare incontro a degli ostacoli importanti. L’enfasi posta sulla minaccia cinese si scontra con un’Unione Europea composta da membri che non condividono affatto la scelta retorica di Parigi, né sono tantomeno pronti a sacrificare i vantaggi economici derivanti dai forti legami commerciali con la Cina. Le ambizioni militari delle forze di Parigi, invece, si scontrano con ostacoli molto più radicati nella storia dell’Europa degli scorsi trent’anni, caratterizzata da un continuo e progressivo disarmo e dal crescente rifiuto delle società a fare i conti con l’ipotesi del combattimento.

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