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TematicheItalia ed EuropaFrancia: Pax Mediterranea e scontro con la Turchia

Francia: Pax Mediterranea e scontro con la Turchia

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In un Mediterraneo sempre più conteso, la Francia si scontra con la Turchia alla ricerca dell’egemonia marittima, in una contrapposizione reciproca ideologica e militare

Gli sviluppi storici

Il Medioceano, come ribattezzato dagli analisti di Limes, attrae numerosi Stati, nonostante il grado di tale interessamento vari da paese a paese: come primo punto di partenza, non capiremmo la situazione francese nel mediterraneo se non inquadrassimo le principali motivazioni che spingono storicamente l’Esagono ad agire in questo scenario.

Il controllo del Mediterraneo, quantomeno della sua parte occidentale, è da sempre un nodo cruciale nella strategia francese, per testimoniare la propria egemonia europea e mondiale e per mantenere un dialogo costante con le colonie, il cui possesso ha condizionato e continua tuttora a condizionare la politica estera francese. L’eredità lasciata dai possedimenti oltremare si manifesta oggigiorno attraverso numerose istituzioni e attività, di diversa origine: politiche, come l’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF); economiche, con il Franco Africano, valuta usata nella zona delle ex colonie e ancora legata alla Banca di Francia; militari, con operazioni militari nell’area del Sahel, tra le quali l’Operazione Barkhane. Il passato imperiale è di estrema importanza nell’analisi, poiché ancora adesso la politica francese mediterranea si struttura su due livelli tra loro strettamente intersecati: il controllo del Mediterraneo, per creare un mare nostrum francese, passa attraverso la stabilizzazione dell’area del Sahel e della costa settentrionale africana, dove si concentrano i maggiori Stati legati alla Francia, e viceversa. Infatti, gli interessi economici e politici, la minaccia terroristica, la presenza culturale nel continente e le aspirazioni storico-imperiali francesi legano indissolubilmente l’Africa, ed in particolare la sua parte centro-settentrionale, con l’Europa ed il Mediterraneo.

Pax Mediterranea contro Patria Blu

Lo scontro tra Turchia e Francia si basa su dottrine geopolitche ben definite, che creano i presupposti teorici per l’attuazione tattica di tali strategie; la dottrina che dirige la geopolitica marittima di Ankara si chiama “Patria Blu” (Mavi Vatan), ed è stata delineata dall’ex ammiraglio Cem Gürdeniz nel 2006. Questa, in breve, prevede l’ampliamento della Zona Economica Esclusiva (ZEE) fino a comprendere quella di Cipro, considerata un’isola strategica sia per il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali energetiche, sia come ponte di collegamento tra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico, attraverso il canale di Suez. Tuttavia, questa dottrina non si limita a discettare i benefici energetici o economici del tentativo di rendere la Turchia una potenza marittima, ma affronta anche il tema della cosiddetta sicurezza nazionale, che affonda le sue radici su posizioni e timori ben più antichi; tradotto in termini pratici, un allargamento nel Mar Egeo e nel Mediterraneo serve per prevenire l’accerchiamento greco dello Stato anatolico, che secondo i turchi avverrebbe grazie al progetto “Enosis”, ovvero l’unificazione panellenica greco-cipriota. In realtà, più timore che ipotesi concreta.

Dall’altro lato si trova la Francia, che invece supporta e si fa bandiera della Pax Mediterranea, un termine usato dal presidente Macron per descrivere l’ambizione che ha l’Eliseo di tornare ad avere un ruolo egemone in quella che considera da sempre la propria sfera d’influenza. Non a caso, infatti, la nuova idea di pace mediterranea segue già quanto tentato da Chirac (Barcelona Process) e da Sarkozy (Union of the Mediterranean), che a loro volta si fondano sul progetto di un “Impero Latino”, teorizzato in un’omonima opera di Alexandre Kojève nel 1947. Tutte queste proposte hanno come obiettivo quello di riunire le nazioni europee (o quantomeno quelle in possesso di un’eredità latina) per promuovere in primo luogo i propri interessi, e per porre un freno ai progetti espansionistici della Turchia.

Sebbene molti progetti siano stati poco più che slogan politici, più discussi che attuati, qualcosa sembra muoversi sul fronte antiturco, in special modo riguardo le relazioni con l’Italia. Il Trattato del Quirinale, firmato nel novembre del 2021 dal presidente Draghi e dall’omologo francese, si inserisce in un progressivo allineamento, almeno momentaneamente, tra gli interessi francesi ed italiani, con l’obiettivo, tra gli altri, di contrastare la potenza turca.

In quali scenari si muove la Francia?

La partita franco-turca si gioca, come detto, su numerose zone della scacchiera euro-africana. Lo scontro tra la Grecia e la Turchia si è riacceso nell’estate del 2020 a causa della spedizione della Oruç Reis, nave da esplorazione turca, nelle acque territoriali greche, scortata da dispositivi militari. Dall’inizio delle tensioni, Atene ha subito trovato un prezioso alleato nella Francia (oltre a Cipro e, in misura minore, all’Italia), testimoniato sia da un’esercitazione aeronavale congiunta (Eunomia) tenutasi nell’agosto dello stesso anno (e rinnovata nel 2021), sia dalla firma di un accordo bilaterale tra i due Stati, che, oltre alla compravendita di tre navi da guerra francesi, prevede il mutuo soccorso in caso di attacco esterno, anche da parte di membri della NATO. Da notare come la clausola dell’accordo difensivo sia stata inserita non sotto richiesta greca, ma come precisa volontà francese.

Lo scenario libico invece è stato, sin dalla fine del potere di Gheddafi nel 2011 (grazie ad una missione voluta dalla stessa Francia), diviso in due grandi blocchi: da una parte il Governo di Accordo Nazionale guidato da Al-Sarraj e sostenuto da Turchia, Qatar e Nazioni Unite, dall’altra il generale Haftar, appoggiato dalla Francia, la Russia, l’Egitto e altri. A questo si aggiunge la spaccatura tribale interna allo Stato nordafricano, che aumenta la complessità dell’analisi strategica degli attori principali. 

Nel 2021 era stata raggiunta una tregua che aveva propiziato la salita a Presidente ad interim, in vista delle elezioni di dicembre dello stesso anno, di Abdelhamid Dbebibah. Tuttavia, le promesse delle elezioni non sono state mantenute, e con il continuo rinvio (attualmente le elezioni sono previste a giugno) la fiducia verso il Presidente è venuta sempre meno, fino alla nomina da parte della Camera dei Rappresentanti di Tobruk di Fathi Bashagha come premier. La Turchia è il più stretto alleato di Bashagha, anche se il rapporto è andato scemando a seguito della sconfitta di Haftar, quando i colloqui di pace sostenuti dalla Francia hanno fatto allontanare il nuovo premier da Ankara. Il rischio attuale, quindi, è un ritorno alle divisioni interne allo Stato per conquistare il potere.

Le cause che spingono Parigi ed Ankara a scontrarsi per la lotta in Libia sono varie. Per la prima, l’intervento è legittimato da quattro aspetti: preservare l’influenza francese nel Nord Africa, assicurarsi parte delle risorse naturali della regione, contenere la diffusione dell’Islam e limitare le ambizioni turche nell’area mediterranea, alleandosi con i suoi avversari storici, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. Dal punto di vista turco, invece, il controllo dello Stato è fondamentale per almeno tre motivi: risollevarsi dall’isolazionismo regionale a seguito del fallimento delle primavere Arabe, dare slancio all’agenda politica islamista tramite la ripresa del potere di partiti ispirati alla Fratellanza Musulmana, legata ad Ankara, ed infine la ripresa di interessi economici esistenti durante il regime di Gheddafi.
In conclusione, eliminando i fattori particolari che influiscono sulle motivazioni degli interventi in Libia e nel Mar Egeo, si possono individuare gli aspetti salienti delle strategie dei due Stati, che in sostanza mirano ad escludersi l’un l’altra per rivendicare la rispettiva egemonia su un Medioceano, forse, troppo conteso per vedere un solo vincitore.

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