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TematicheItalia ed EuropaFrancia e Germania: Tous pour UE, UE für Alle?

Francia e Germania: Tous pour UE, UE für Alle?

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Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Kiev ha iniziato la sua lunga, faticosa marcia verso un favorevole allineamento con Europa occidentale e Stati Uniti e un contrastato allontanamento dalla Russia. Con “l’operazione militare speciale” in Ucraina, la Federazione Russa infligge all’Occidente un’imprevista quanto mortificante sconfitta etica. 

L’equilibrio USA-URSS generato dalla Seconda guerra mondiale si tramutò in uno stabile rapporto conflittuale fra le due superpotenze, ostacolando, nel vecchio continente, ogni ipotesi di una intesa paneuropea. Ripetute furono le sollecitazioni, da parte americana ai governi occidentali europei, alla promozione di un progetto di integrazione economica, fondamento di un’integrazione anche politica. Nella convinzione che la “prosperità” europea presupponesse un mercato di ampie dimensioni territoriali e che la limitazione delle sovranità nazionali tramite istituzioni federali fosse garanzia di pace. A svantaggio dell’antagonista sovietico

La genesi dell’Unione europea nel segno del dualismo franco tedesco

Nel 1951 Francia e Repubblica Federale Tedesca diedero vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), primo nucleo dell’Europa comunitaria, chiave di volta di un nuovo ordine continentale, con Schuman e il suo governo disponibili ad inaugurare inedite relazioni tra i due Paesi a partire da una stretta associazione in settori produttivi di importanza strategica. Prologo, questo, di una costruzione europea trascendente la plurisecolare vicenda di rivalità tra la Francia e l’area germanica del continente. 

Nel lontano 18 gennaio 1871 si compì a Versailles l’unità tedesca, con l’incoronazione di Guglielmo I come Deutscher Kaiser. Confronto franco-tedesco ripropostosi con le due guerre mondiali, il secondo conflitto artefice di una Germania esecrata per i crimini nazisti, annientata come potenza militare, divisa in zone di occupazione e poi in due Stati distinti.

Contraccolpi non valsi ad annullare il sentimento di insicurezza di Parigi, alimentato dal potenziale produttivo e demografico della nazione tedesca. 

Per il rilancio dell’economia francese nel secondo dopoguerra, Jean Monnet intuì la necessità di un’intesa con la RFT che assicurasse la continuità del libero accesso alle risorse carbonifere tedesche. Tale da livellare le industrie siderurgiche dei due Paesi, allo scopo di scongiurare un monopolio sul mercato mondiale di quella tedesca. L’imperituro interesse nazionale piantò dunque le fondamenta di una interessante costruzione sovranazionale, ovvero di un soggetto informato all’offerta di soluzioni comunitarie a problemi specifici tramite nuove istituzioni al fianco degli Stati, secondo il metodo “funzionalista” teorizzato sin dal 1943 dallo studioso romeno David Mitrany, ovverosia il superamento della sovranità statale assoluta attraverso accordi settoriali. Senza mai abbandonare la prospettiva federalista, implicitamente rilanciata dalle riforme degli anni ’80 e ’90 che avrebbero portato a Maastricht.

L’unificazione dell’Europa occidentale e orientale

L’abbattimento della cortina di ferro e con essa di tutti i regimi comunisti dell’Europa orientale, portò con sé l’idea di un progetto di risistemazione orientato alla cooperazione fra le due metà del continente prima contrapposte, e puntellato dal timore della recrudescenza di rivalità intrinseche e della instabilità. Ma in seguito lo stesso progetto di Mitterand, che nel 1990 aveva proposto la creazione di una Confederazione europea inclusiva di Mosca, sarebbe naufragato.

Dopo la riunificazione della Germania, avvenuta il 3 ottobre 1990, la politica estera della Bundesrepublik fu caratterizzata dall’orientamento europeista e dalla ricerca di un dialogo costante con la Federazione Russa.

La guerra del Kosovo nel 1998 condusse a una politica europea di sicurezza e difesa (PESD) fondata su un’autonoma capacità operativa dell’Ue sul terreno militare, da combinare con la politica statunitense di rafforzamento della NATO europea. Per rasserenare gli americani.

Dall’inizio del nuovo secolo si accelerò il processo di ampliamento dell’Ue ai Paesi dell’Europa ex-comunista, con l’Unione Europea destinata a coincidere con l’Europa geografica, Russia esclusa.

L’aumento del peso specifico della Germania nell’Unione

Capace di far pesare anche sulla scena internazionale il profilo acquisito grazie ai mutamenti del 1989-1990, utili poi a fruttuose relazioni commerciali con i Paesi dell’Europa centro-orientale appartenuti al blocco sovietico, la Germania di Angela Merkel riguadagnò, intorno al 2005, stabilità e dinamismo.

Col progredire della crisi economica generale innescata nel 2007, la Germania assunse una posizione di preminenza nell’Unione, condizionandone le scelte. Con la moneta unica a rischio, l’auspicato intervento della BCE avversato dai Paesi più forti, dal 2010 Berlino marcò l’attuazione di una politica di austerity, secondo regole più rigorose per controllare bilanci e politiche macro-economiche dei paesi membri. Con buona pace dei Paesi dell’UE, via di mezzo fra uno Stato e una Confederazione, di cui la Francia di Emmanuel Macron reclama ad oggi  la diplomazia. 

Il filo tra Macron e Putin

Nel 2019, all’ombra della crisi ucraina, attaccato dall’État profond per la sua politica della mano tesa verso Putin, il capo di Stato francese lo ha incontrato a Brégançon, lodando la Russia come “puissance des Lumières con un suo posto nell’Europa dei valori che condividiamo”. E dopo otto mesi dall’inizio del conflitto russo-ucraino, Macron sembrerebbe non abbandonare l’idea di trattare con lo zar, a dispetto della sfida di Mosca al flebile impegno della Francia nel Sahel, malgrado l’avvertimento di Parigi contro l’invio di mercenari russi in Mali.

A seguito della visita a Kiev, Macron ha insistito sull’unità, sebbene la Francia resti in basso nella classifica di aiuti all’Ucraina. Una Russia pacificata sguarnirebbe l’Europa della Nato e degli americani, sì da ottemperare Parigi all’incompiuta difesa comunitaria a trazione francese. Riluttante, dunque, l’Esagono, all’ipotesi di un conflitto totale con la Russia, pungolato da Stati Uniti e Polonia. Quest’ultima guardata sottecchi da Berlino, che non può assistere al crollo della sua impalcatura strategica retta per decenni sugli idrocarburi importati dalla Russia. 

Nord Stream e le reazioni di Parigi e Berlino alla crisi

Le falle nei due gasdotti sottomarini Nord Stream 1 e 2 potrebbero stravolgere le strategie di Francia e Germania per far fronte alla crisi energetica innescata dal conflitto russo-ucraino, delineando differenti condotte “interne” all’Unione.

Da un lato Parigi, a trazione nucleare e in forte ritardo rispetto ai programmi Ue sulle rinnovabili. La chiusura di oltre metà dei reattori priva l’Esagono di una quota rilevante del suo mix energetico. E l’aumento del prezzo del gas russo, a seguito delle sanzioni imposte al Cremlino, ha spinto Macron a nuove soluzioni. Da qui il rinnovato accordo con Mohamed bin Zayed, il piano di sobrieté energétique, la volontà di velocizzare la messa in servizio dei progetti di energia rinnovabile. Da ultimo il viaggio in Algeria, il cui recente accordo con l’Italia esalta il buon gusto francese per il Bel Paese, suo alleato con il Trattato del Quirinale. 

Dall’altra parte, Berlino ha sopperito al gas russo, principale componente del mix energetico utile al fabbisogno tedesco, con la riapertura delle inquinanti centrali a carbone, acquistando cinque navi rigassificatrici e rinviando la chiusura dei tre impianti nucleari attivi. E varando una manovra che rivela l’orientamento egoistico della Bundesrepublik. Ammonterebbe  a 200 miliardi di euro il tetto del fondo stanziato per aiutare cittadini e imprese tedesche, contemporaneo al rifiuto, di concerto con l’Olanda, di fissare un price cap comunitario per il gas naturale e la prospettiva di un price cap nazionale dal 2023. Manovre unilaterali con le quali i tedeschi intendono difendersi dal caro-prezzi a livello nazionale a scapito dei Paesi che non vantano solidità economica.

Le ipotesi di responsabilità e l’apertura russa all’Oriente

Simultanei all’inaugurazione del Baltic Pipe, realizzato per trasportare il gas proveniente dalla Norvegia in Polonia occidentale, gli incidenti ai danni del Nord Stream 1 e 2 sobillano l’idea di un atto di sabotaggio che fa capolino a tutte le latitudini. Coi riflettori puntati su una ipotetica autolesionistica Russia, sulla Polonia ostile per l’eternità a Mosca e da ostacolo a qualsiasi intesa russo-tedesca che non ne coinvolga il territorio. E sugli americani, contrari da principio al Nord Stream 2, all’asse Mosca-Berlino e in prima linea nel sostegno a Kiev. 

La realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2 permetterebbe a Mosca di riorientare le forniture di gas oggi destinate all’Europa, arricchendo Pechino di idrocarburi e materie prime siberiane a prezzi vantaggiosi pagati con le rispettive valute, con conseguente dedollarizzazione dei mercati mondiali. 

Quando l’Unione Sovietica crollò, il mondo cominciò la sua traiettoria verso la multipolarità secondo le regole del mercantilismo. Difficile comprendere come l’Europa percorrerà la sua parabola verso il rango di unità regionale. Intessuta da Paesi orientati ad alleanze variabili, ma membro di una Alleanza il cui direttore generale permane Washington. Mercanti e gelo sull’uscio di casa potrebbero impedirlo. Peggio di noi, gli ucraini.

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