Francesco in Iraq – giorno 2

Oggi 6 marzo è stato il giorno dell’incontro con l’Ayatollah Al-Sistani, privato, e con il Patriarca Abramo, simbolico. Mentre milizie sciite (le stesse dell’attacco di un mese fa) annunciano che si asterranno da atti ostili durante la visita pontificale, Daesh rivendica un attacco, non confermato dalle Autorità, a forze dello Stato iracheno a Diyala and Salahaddin, territori sunniti a metà strada fra la zona araba e quella a maggioranza kurda.

Francesco in Iraq – giorno 2 - Geopolitica.info

A Najaf

Sistani è un uomo religioso e di politica nel senso più raffinato del termine: apparentemente discostato dalla scena politica “di partito”, è invece un abile tessitore della politica intesa come indirizzo strategico del Paese. Dall’alto emana opinioni religiose capaci di far cadere governi, cosa già avvenuta. Come giurista, avvezzo non solo all’analisi degli istituti di diritto islamico ma anche della teoria politica di matrice occidentale, ha elaborato un sistema di legittimazione del potere pubblico su basi non esclusive del diritto islamico sciita attraverso l’interpretazione della legge sacra in senso innovativo, in opposizione a quanto avvenuto nel suo natìo Iran dove la teoria giuridica della tutela del giurisperito  (“velayat-e faqih”) ha strutturato lo Stato Khomeinista, che vuole estendersi all’Iraq in nome dell’unità sciita consacrata nella sua Costituzione.

Sistani e la sua scuola giuridica definiscono uno sciismo alternativo all’Iran. E questo è il punto delle relazioni col papato e con l’Occidente e dell’”aspetto di politica estera” dell’incontro odierno. Una fatwa di Sistani o dei suoi, purché qualificati “fonti di emulazione”, legittima le comunità sciite ad accettare un sistema di governo costituzionale di matrice anche occidentale, cosa in atto. Religiosamente, questi giuristi equivalgono a Khamenei che ha uno status molto specifico (Guida suprema) in Iran, mentre al di fuori di questo il fedele sciita questo status può scegliere se riconoscerlo o no. Questo chiude le porte all’Iran e spiega il perché l’anno scorso lo stesso Sistani abbia rifiutato l’incontro con Ibrahim Raisi, capo della Magistratura ipersiana, e perché la stampa iraniana maltratti tanto esplicitamente il progetto di Francesco. L’Iraq si è strutturato come Paese anche grazie ad immensi sforzi fatti dall’Iran: un ulteriore smacco per Teheran, che limita la sua influenza nel Paese ai gruppi di Sadr. Iranpress e Teheran Times riportano comunque, senza commenti, le dichiarazioni di Sistani, Kayhan, ultraconservatore, non riporta la notizia (consultazione avvenuta alle 14 ore italiana).

Il linguaggio usato da ambe le parti nello stendere le dichiarazioni successive all’incontro riflette altrettanta omogeneità di vocabolario e comunità di vedute, riportate pedissequamente dai giornali iracheni: comunione/sintesi fra temi cari tanto al cattolicesimo quanto allo sciismo sono la necessità di difendersi dalle prevaricazioni, un senso di ingiustizia (ظلم, zalam) che precede e nobilita l’esistenza della “comunità” stessa (martirio di Cristo per la Chiesa e di ‘Ali per la maḏhab sciita), l’universalità dei diritti dell’uomo in quanto creatura di Dio ( حقّ – haqq– La frase riportata da tutti gli organi di stampa dell’area). La terminologia usata è tanto politica quanto giuridico-religiosa, davvero strutturata per essere digeribile da entrambe le parti come parola conforme al dettato divino. D’altronde, Francesco viaggia con Mons. Sako, Patriarca dei Caldei, che è un Dottore in patristica orientale e storia, e con il Cardinale Ayuso Guixot, laureato in islamistica al PISAI ed in Teologia dogmatica e presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. La solidità della scelta della terminologia, e la cura nel presentarla alla stampa perché ne riporti correttamente il significato corretto in ogni lingua, è evidente.

Nello sciismo iracheno il senso di oppressione, percepito ma forse politicamente non giustificato negli ultimi quindici anni, si unisce al ricordo recente del periodo baathista. In quella fase a governare il Paese erano i Sunniti con un apporto non secondario di Cristiani caldei (lo stesso Sistani fu convocato ed umiliato da Saddam Hussein a seguito di una rivolta sciita nel 1974), che vengono ora completamente riabilitati dalla visita di Francesco.

La scuola di Najaf viene intesa come il primo, effettivo e più importante attore istituzionale capace di ricucire un tessuto sociale capace di garantire protezione in vista di un eventuale ritorno dei Cristiani. Sistani rilascia una dichiarazione riportata da tutti gli organi di stampa secondo la quale i Cristiani hanno diritto di vivere in Iraq (cosa mai negata in linea di principio nemmeno dall’estremismo) godendo di tutti i diritti costituzionali (ecco il punto importante).

Francesco trova in al-Sistani un interlocutore ideale vista tanto la corrispondenza delle strutture gerarchiche cattoliche con quelle della Scuola sciita, che determina la possibilità di un incontro “fra uguali” fra due capi tanto religiosi quanto politici lato sensu, quanto la comunità di vedute sulla necessità di garantire stabilità (concetti già presenti sulla stampa turca di ieri – si veda l’intervista all’ Ambasciatore turco in Vaticano pubblicata da Anadolu Ajansi). Oggi è al-Jazeera, qatarina nella stessa orbita della Turchia, a descrivere la necessità di “stabilità”.

La stampa irachena in generale sottolinea l’“umiltà” della residenza dell’Ayatollah ed il fatto che questi vi risieda da decenni pagando normalmente l’affitto, forse a creare un ponte fra l’immagine del religioso di Najaf e di un Papa universalmente noto per la sua semplicità. Ponte poi perfezionato dal gesto del saluto “alla pari” (entrambi in piedi) fra i due leader, molto amplificato dagli organi di stampa della regione.

L’agenzia kurda Rudawa, non un organo ufficiale della Regione ma certamente contigua al Presidente della stessa, prossimo alla Turchia, discute di Papa Francesco tanto nella sezione “medio oriente” quanto in quella dedicata alla realtà interna al Kurdistan, facendone una questione interna. Qui pubblica appelli di cristiani iracheni sfollati che, ospitati in Kurdistan, denunciano la necessità di aiuti concreti.

E’ nella stampa turca che si riscontra la maggiore spinta verso l’evento: Hurriyet asserisce che il mondo continua a vivere l’emozione di una “prima visita” nella storia (Dünya tarihte ilk defa gerçekleşen ziyaretin heyecanının yaşamaya devam ediyor).

Ad Ur

Ad Ur Francesco si unisce a Giovanni Paolo II nella visione politico-diplomatica ed a Giovanni XXIII nella visione spirituale (“guardare le stelle”) incontrando le diverse confessioni religiose. Ha facilità di coniugare universalità e dialogo coi musulmani perché le minoranze religiose irachene sono tutte, almeno nella visione di alcune Scuole giuridiche islamiche, “gente del libro” e quindi legittimate a vivere nei territori dove viga la Legge Islamica. Il fatto che Ebrei, Cristiani e Sabei siano stati esplicitamente menzionati da Maometto aiuta. Per i Mandei (impropriamente chiamati “Cristiani di San Giovanni”) e gli Yazidi, menzionati però esplicitamente dal Pontefice, si arriva ad una omologazione “per analogia”.

Ecco come Francesco è legittimato a parlare dei “credenti” usando una terminologia che assume valore tanto per i Musulmani quanto per i Cristiani, accomunandoli quali fedeli nel Dio di Abramo. Non è retorica ma un solido tentativo di creare un’interpretazione teologica ampia del concetto di legittimazione religiosa, seconda a quella di Padre Paolo dall’Oglio e della sua definizione di “Islam”. Ecco spiegata la lettura del Corano ad Ur, riportata dal quotidiano turco Hurriyet che sottolinea il tentativo di ricostruire un tessuto connettivo fra monoteisti risalente ad Abramo e riporta due lunghi virgolettati delle parole del Pontefice che ricorda come tutto cominciò ad Ur (İbrahim Peygamber ile ilişkisinden söz ederek başlayan Papa, “Birlik, beraberlik ve iman Ur’dan başladı. Biz, İbrahim’in torunlarıyız. Birbirimizi sevmeliyiz. Birbirimizden ayrı çalışmamalıyız. Bu toprakları birlikte ihya edebiliriz) ed anche di come “la nostra fraternità debba essere rinforzata” (Kardeşliğimizi güçlendirmeliyiz. Barışçıl yaşamı inşa etmeden ve birbirimize destek çıkmadan barış gelmez), vivendo in pace ed aiutandosi reciprocamente, non potenso altrimenti raggiungere la pace.

Mentre al-Jazeera spende parole sull’importanza storica di Ur come culla della civiltà, è quindi la stampa turca porre l’accento sull’importanza “politica” dell’evento.

Anadolu Ajansi riporta, ancora una volta, un lungo virgolettato sulla posizione papale sul terrorismo che “usa la religione”, asserendo che non dovremmo permettere che la religione venga usata come copertura e difendere invece la libertà di religione e di pensiero (“Terör, dini kullanıyor. Biz de, dinin bir kılıf olarak kullanılmasına izin vermemeliyiz. Terör, tarihin bir parçası olan Irak’a da saldırdı. Din ve fikir çeşitliliğini, özgürlüğünü savunmalıyız). Data l’associazione fra Daesh e PKK fatta ieri, è possibile che a questa dichiarazione venga dato un valore politico specifico che verrà usato in un prossimo futuro.

Iranpress insiste sul fatto che, senza il sacrificio del Gen. Soleimani e di altri, la sicurezza di Papa Francesco non avrebbe potuto essere garantita: un richiamo solo allo scenario di insicurezza creato a seguito dell’invasione del 2003, pur esplicitato nel testo, o anche un riferimento all’importanza che l’Iran ha nel mantenere quella stabilità dalla quale ora si vuole escludere?

Il secondo giorno della visita dimostra chiaramente come contribuire alla stabilità politica ed istituzionale irachena sia l’obiettivo principale di Francesco: un Paese deprivato del quattro quinti della sua comunità cristiana diviene un vulnus insuperabile per le Chiese d’Oriente, e Francesco intende connettere laddove trova terreno fertile. Dentro parte dell’Iraq sciita, certo, ma anche e sorprendentemente ad Ankara.