Francesco in Iraq – giorno 0

Francesco è in viaggio per Baghdad. Il programma della visita apostolica, rivelato dalla Santa Sede, prevede visite nelle città di Baghdad, Najaf, Erbil, Mosul, Qaraqosh.

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Francesco è capo di Stato e capo di una Chiesa, e in quanto tale rappresenta una figura unica (insieme al Monarca inglese) in Occidente, dove non è altrimenti possibile sovrapporre il concetto di autorità politica con quello di autorità religiosa. E’ l’eredità culturale dello Stato europeo moderno, importato in Oriente circa un secolo fa e rimasto cristallizzato in quei sistemi giuridici con la fine del colonialismo. Califfato ed imamato, forme di governo vera espressione della cultura giuridica locale, sono ciò che da questa parte del Mondo si direbbe proprio cesaropapismo.

E se la confusione di Stato e Chiesa rappresenta un punto di unione fra Roma (zona oltretevere) e l’Oriente, Abramo rappresenta un punto di riferimento in senso storico-religioso che sta caratterizzando molto dell’attualità geopolitica contemporanea. La sua figura è stata usata nell’ultimo anno per promuovere un asse intra-sunnita e israeliano, viene ora (con maggiore consapevolezza storica) richiamato per sottolineare la comune ascendenza nelle fedi monoteistiche, con finalità più universali. Viene anche richiamato in senso simbolico: la visita si svolge da venerdì a domenica.

Fra le diverse visite che Francesco effettuerà in Iraq (o, come avrebbe detto un suo predecessore, “ad Ur”) spicca certamente quella con il Grande Ayatollah ʿAlī al-Husaynī al-Sīstānī, persiano con residenza permanente a Najaf da più di settanta anni, capo e modello di imitazione, nella sua qualità di marjaʿ al-taqlīd, della scuola (ḥawza ʿilmiyya) fondata da Abul-Qassim al-Khu’i.

La scuola gode della fama di “silenziosa” per aver adottato una policy di apparente basso profilo nell’influenzare in modo determinante la politica irachena del dopo-Saddam Hussein, ed è ad al-Sīstānī che si deve la conduzione di parte della comunità sciita irachena in modo alternativo a quanto avrebbero voluto le élite religiose iraniane e la parte di Muqtadā al-Ṣadr.

Sīstānī non firmerà il documento sulla fratellanza umana “per la pace mondiale e la convivenza comune” (tema francescano in ogni senso) che invece ha ricevuto il placet della Scuola giuridica sunnita che fa capo ad al-Azhar.  E’ chiaramente un segno di indipendenza, che probabilmente Sīstānī e la sua scuola vogliono mantenere per il futuro al fine di strutturare un ampio consenso nazionale sciita iracheno indipendente tanto dalle mire iraniane quanto da una troppo forte influenza occidentale. Salutando e accogliendo Franceso, tuttavia, Sīstānī si legittima portatore di un dialogo e quindi accetta il suo ruolo di interlocutore per una parte importante d’Iraq, che esclude gli altri. Quando, a breve, l’Iraq sarà chiamato a distanziarsi dall’Iran, questo gesto produrrà i suoi dividendi. E saranno incassati a Najaf.

Quella di Francesco sembra essere una visita molto incentrata sulla parte sciita e quella kurda, e la cosa si spiega con chiarezza. Sono loro a costituire il nerbo delle questioni irachene che interessano la Santa Sede, e molti in Occidente. Inoltre, la Regione Autonoma del Kurdistan iracheno si è spesa in senso sostanziale nella protezione delle comunità cristiane provenienti dalla Siria e dal resto dell’Iraq. L’attuale capo di Daesh, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, proviene da Tel Afar, zona contesa dalla Regione Autonoma, non lontano da Mosul. Ed è un turkmeno. Chissà che il Vaticano non destini, dopo questa visita, aiuti anche di carattere finanziario alla Regione.

Francesco naturalmente si occupa della salute (salus) delle comunità cattoliche irachene, ma non può che rappresentare lato sensu l’intero mondo cristiano nelle menti e nei cuori di chi lo accoglierà, poco avvezzi a distinguere fra l’Occidente cristiano e quello laico e fra le tante diverse scissioni del cristianesimo. Francesco visita quale “penitente pellegrino ad implorare perdono e riconciliazione dal Signore dopo anni di guerra e terrorismo”. Identificare la guerra ed il terrorismo come quelle apportate esclusivamente da parte di al-Qaeda prima e di Daesh poi sarà la tecnica che permetterà di far arrivare il messaggio giusto ai kurdi, alla maggioranza irachena ed anche a Teheran.

Due fra i Paesi più interessati da questa visita ci sono proprio l’Iran e la Turchia, probabilmente non entusiasti di questa visita. Ankara teme presenze ingombranti nel suo cortile di casa, Teheran l’ulteriore distanziamento di Sistani dopo l’eliminazione del Gen. Soleimani. Ankara ha inoltre preso le distanze da Francesco, nonostante un buon inizio con la visita del 2014. Iran e Turchia hanno un’antica tradizione di relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Giovanni XXIII fu Nunzio ed amministratore apostolico a Costantinopoli, e Francesco, che da tanti punti di vista somiglia molto a Giovanni, architetta il suo apostolato sotto il segno dell’universalismo.

Come da tradizione, Geopolitica.info seguirà con attenzione la visita papale, riportando quotidianamente le analisi che della stessa verranno fatte dalla stampa turca ed iraniana (e dei Paesi collegati) e delineando possibili linee interpretative nell’era del Presidente Biden, irlandese cattolico.