Nonostante gli impegni profusi dai due leader Macron e Scholz e dalle istituzioni europee, l’Unione Europea non riesce a imporre una propria strategia sulla crisi ucraina. Le posizioni dell’attore sovranazionale devono essere una sintesi tra le diverse sensibilità dei paesi membri e tenere conto di due importanti dipendenze strategiche: quella energetica dalla Russia e quella securitaria dall’alleato statunitense. I margini di manovra fino ad ora si sono dimostrati stretti e non senza incertezze.
Differenti sensibilità nazionali all’interno dell’Unione Europea
Il primo grande ostacolo all’elaborazione di una strategia comune è la natura dell’Unione Europea, cioè una struttura sovrannazionale che non può ancora essere indipendente dalle differenti sensibilità degli Stati membri. Oltre alla reazione compatta per quanto riguarda le sanzioni insieme al Regno Unito e agli Stati Uniti, c’è da segnalare una delle svolte storiche di queste settimane, cioè la cessione di armi all’Ucraina, Stato direttamente coinvolto in un conflitto, avvenimento che cozza con la narrazione di Unione Europea come potenza civile. Nonostante queste forti e compatte reazioni, si fatica a trovare una comune visione strategica per dare una direzione alla propria azione politica o diplomatica. I due paesi maggiormente coinvolti negli sforzi diplomatici sono Germania e Francia, con Macron e Scholz principali interlocutori di Putin per i paesi europei. Macron e Scholz hanno differenti sensibilità sull’argomento, e non potrebbe essere altrimenti viste le precedenti relazioni tra Germania e Russia, paesi estremamente legati sul dossier energetico, come dimostra il Nord Stream 2. Dunque, le prime differenze evidenti si evidenziano sulle forniture energetiche, ma non solo. I paesi baltici e quelli più ad est sentono in modo diverso e più diretto la crisi ucraina, sottolineando quanto la geografia e la storia contino molto nelle diverse narrative nazionali. Ovviamente paesi come Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia non possono che vivere con maggiore frenesia quanto sta accadendo in Ucraina, avanzando preoccupazioni e sensibilità differenti rispetto agli altri partner europei, più lontani dai confini caldi. È in questo senso che si devono leggere le visite di Blinken nei paesi baltici, cioè un modo per rassicurarli sull’impegno di Washington nella difesa dei paesi alleati, soprattutto quei paesi che hanno un passato più complicato con la Russia. Anche i precedenti colloqui tra Stati Uniti e Polonia sull’ipotesi di cessione di aerei Mig-29 all’Ucraina dimostrano come i paesi più vicini al conflitto procedano svincolati dall’Unione Europea nei dialoghi diretti con gli Stati Uniti.
Dipendenza energetica
Una delle fonti principali della diversa sensibilità sulla crisi ucraina è sicuramente la dipendenza energetica che molti paesi europei hanno con Mosca. Questa dipendenza energetica asimmetrica non permette di elaborare strategie diplomatiche univoche di breve periodo sulla crisi ucraina da parte delle istituzioni europee. La presidente della Commissione Europea Von Der Leyen ha annunciato una strategia di lungo periodo sulla ricerca di maggiore indipendenza dal petrolio e dal gas russo negli anni a venire, una scelta che però al momento non può aver alcun impatto sul ruolo dell’Unione Europea nella guerra in corso. La dipendenza da Mosca per quanto riguarda il gas è stata messa in risalto nel dibattito pubblico all’alba delle tensioni crescenti tra Russia e Ucraina, quando si cominciava a pensare ad eventuali azioni che potessero fungere da deterrente ad un attacco russo. Ormai si conoscono i dettagli del livello di dipendenza dal gas russo, basti pensare che secondo i dati Eurostat nel 2019 i paesi dell’Unione Europea avevano importato dalla Russia ben il 41% del gas. Ma l’impatto di questa fornitura è asimmetrico, e tra i paesi più impattati da un eventuale taglio del rifornimento del gas russo secondo l’ISPI, ci sarebbero Ungheria, Slovacchia, Lettonia, Repubblica Ceca, Croazia, Austria e Italia. Inoltre, anche la Germania per il momento sembrerebbe restia all’estensione dell’esclusione dal sistema SWIFT della Sberbank PJSC, la banca più importante e strettamente legata al settore energetico russo, Germania che ha già sospeso temporaneamente il Nord Stream 2, dando un segnale importante ma non tanto importante quanto un eventuale esclusione della Sberbank dal sistema SWIFT. Soprattutto su quest’ultima mossa, l’Unione Europea non sembra trovare un principio di accordo univoco.
Dipendenza securitaria
Oltre all’eterogeneità degli interessi nazionali con annessa dipendenza energetica asimmetrica dalla Russia, si deve anche accennare a una sorta di dipendenza securitaria che i paesi appartenenti all’Unione Europea hanno sviluppato nei confronti della NATO. Indicativo è il fatto che Germania e Italia non arrivino a destinare il 2% del PIL alla difesa, soglia minima richiesta dalla NATO, fatto che in passato ha sollevato molteplici obiezioni dei precedenti presidenti americani. Anche senza considerare le spese che i paesi membri dell’Unione Europea destinano alla difesa, è necessario ricordare che gli Stati Uniti rimangono l’ “azionario” di maggioranza dell’Alleanza Atlantica, cioè rimangono la grande potenza tra i paesi NATO. Di conseguenza, Washington rimane l’interlocutore principale, lasciando pochi margini a paesi europei come Francia e Germania. Da questo punto di vista risultano più chiare le intenzioni del presidente francese Macron quando a gennaio di quest’anno ha rimarcato l’importanza di avere un dialogo con Mosca maggiormente svincolato dalla NATO. In pratica si sottolineava la preoccupazione che gli interessi degli Stati europei fossero ignorati, e nei dialoghi con la Casa Bianca il punto di vista del vecchio continente fosse messo da parte o appiattito sulle stesse posizioni di Washington. Macron è sempre stato uno dei grandi sostenitori di un sistema di difesa europeo più autonomo dalla NATO, e soprattutto in questo frangente si evidenzia la fragilità dei paesi europei che con interessi geografici ed economici differenti da quelli degli Stati Uniti non riescono a sviluppare una strategia autonoma. In aggiunta, come abbiamo visto in precedenza, paesi come Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia interloquiscono direttamente con gli Stati Uniti, rendendo comprensibile come 1) l’Unione Europea non possa essere presa in considerazione come vero attore geopolitico in questo momento, e 2) quanto i paesi europei siano dipendenti dalle strategie d’Oltreoceano dal punto di vista della sicurezza. Questa condizione all’interno dell’Alleanza Atlantica per il momento non permettono a Berlino e Parigi di porsi come attori decisivi nelle strategie diplomatiche con Mosca, e ancor di meno l’Unione Europea, che a livello di sicurezza non ha mai sviluppato una strategia comune tra i diversi Stati membri. Il recente annuncio della Germania di investire ben 100 miliardi di euro nella difesa oltre a essere una svolta della recente storia tedesca è il chiaro segnale di quanto precedentemente la sicurezza fosse un settore in parte “esternalizzato” sulla NATO. In queste condizioni, i paesi europei si ritrovano appiattiti sulle posizioni di Washington e con pochi margini diplomatici nei confronti della Russia. Proprio Macron potrebbe cercare di sollevare il problema di questa dipendenza strategica dagli Stati Uniti come successo in passato, ma il rischio sarebbe quello di dividere l’Alleanza Atlantica, passo rischioso in questo momento storico se fatto con troppa veemenza. Se per l’Unione Europea sembra difficile conciliare le differenti sensibilità nazionali degli Stati membri, sarà interessante capire se Francia e Germania riusciranno a svincolarsi almeno parzialmente dall’Alleanza Atlantica trovando un ruolo chiave nei negoziati con Mosca.

