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TematicheItalia ed EuropaLo stato di salute dello strumento militare italiano

Lo stato di salute dello strumento militare italiano

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La festa delle Forza Armate rappresenta un’opportunità importante per riportare al centro dell’attenzione pubblica il dibattitto sullo stato di salute dello strumento militare italiano. Se è certamente vero che, già da qualche anno, in Italia si è cominciato a discutere più intensamente di forze armate, è da notare come la discussione, in realtà, si sia indirizzata troppo spesso sul tema dell’integrazione europea del nostro apparato bellico. In breve, si è parlato troppo di Difesa europea e troppo poco di Difesa italiana. Ecco perché questa giornata costituisce un’occasione per ricalibrare il dibattito in favore di un maggiore focus sulle capacità, sulle sfide e sui problemi delle Forze Armate Italiane.

Anni di cambiamento

La Difesa italiana sta vivendo, da almeno un paio d’anni, una fase caratterizzata da alcuni importanti cambiamenti. Essi sembrano riguardare diversi livelli. A livello politico, il governo attualmente in carica sembra deciso a rivolgere una rinnovata attenzione al mondo della Difesa italiana. Oltre alle iniziative intraprese dal Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini – quali l’implementazione di una Direttiva Ministeriale sulla Politica Industriale della Difesa, che riconosce finalmente la rilevanza strategica dell’industria della difesa per il nostro Paese, e il rifinanziamento del “Fondo relativo all’attuazione dei programmi di investimento pluriennale per le esigenze di Difesa nazionale” – il rinnovato focus da parte del governo è stato chiaramente esplicitato dalle recenti affermazioni del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, il quale, intervenendo sul tema della politica di difesa, ha affermato che in Italia “bisogna spendere molto di più in difesa di quanto fatto finora”, una dichiarazione alquanto inusuale per un Presidente del Consiglio italiano, in un Paese, come l’Italia, dove affermazioni di questo genere attirano spesso ondate di critiche.

L’intenzione di procedere con un aumento della spesa militare italiana è una necessità condivisa anche dal governo che ha preceduto quello retto da Mario Draghi. In effetti, il bilancio della difesa italiana del 2021 appare in netta crescita rispetto a quello dell’anno precedente. Volendo calcolare la spesa militare del nostro Paese, utilizziamo in questo caso il metodo utilizzato da RID, la rivista attualmente leader del settore della Difesa in Italia. Per ottenere questa cifra, occorre calcolare prima le spese per la Funzione Difesa, ovvero la parte dei fondi che si ottiene sottraendo al Bilancio Ordinario della Difesa le spese per i Carabinieri e per la Forestale e le cosiddette spese per le Funzioni Esterne. Alle spese per la Funzione Difesa, pari a 16,916 miliardi di euro, ovvero 600 milioni in più rispetto al 2020, occorre aggiungere poi i fondi stanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) per il procurement militare – in particolare, quelli destinati al comparto produttivo dell’aerospazio e della difesa, pari a 3,4 miliardi di euro – e dal Ministero dell’Economia e Finanze (MEF) per le operazioni all’estero, pari a 1,4 miliardi di euro. Infine, tenendo conto dei fondi del MiSE e del MEF, dei fondi “militari” dell’Arma dei Carabinieri – circa 500 milioni – e dei fondi stanziati per la Funzione Difesa, la spesa militare italiana complessiva per il 2021 raggiunge i 22,3 miliardi di euro, pari al 1,3% del PIL. Rispetto alla spesa militare prevista dal governo Conte per il 2020 – calcolata con lo stesso metodo –, pari a 20,004 miliardi, la cifra prevista per il 2021 rappresenta un aumento di più di 3 miliardi, quasi tutti a favore degli investimenti.

Il cambiamento di cui si sta parlando ha riguardato in maniera rilevante anche la proiezione estera del nostro strumento militare. La partecipazione italiana a nuove importanti operazioni all’estero, soprattutto quella nello stretto di Hormuz (operazione Emasoh) e in Mali (Task Force Takuba), segnala una sempre maggiore attenzione del nostro Paese verso l’area del Mediterraneo Allargato, con un focus particolare sul Sahel, dove le nostre forze armate sono impegnate in Mali – dove, oltre a Takuba, partecipiamo alla missione EUTM (European Union Training Mission) e alla missione MINUSMA (United Nationals Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) –, in Niger, con la missione MISIN (Missione Bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger)  e in Libia, con la missione MIASIT (Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia).

In campo industriale, negli ultimi anni le aziende italiane hanno registrato alcuni importanti successi. Tra di essi spiccano la vendita delle FREMM (Fregate Europee Multi Missione) all’Egitto (2 unità) e all’Indonesia (fornitura di 6 fregate classe FREMM, ammodernamento e vendita di 2 fregate classe Maestrale) e il successo del progetto negli Stati Uniti, dove la US Navy ha scelto le nuove fregate classe Constellation in funzione delle caratteristiche delle FREMM. Proprio negli Stati Uniti, un’altra azienda italiana, la Iveco Defence Vehicle, in cooperazione con l’inglese BAE Systems, ha registrato un altro grande successo, vincendo la gara bandita dal corpo dei Marines per la fornitura di centinaia nuovi veicoli da combattimento anfibio. Nonostante la crisi pandemica, l’export militare italiano, nel 2020, ha totalizzato una cifra in linea con quella del 2019 – 3,927 miliardi nel 2020, 4,085 nel 2019. A farla da padrone, tra i clienti dell’industria italiana, sono stati l’Egitto (990 milioni), grazie alla commessa FREMM, gli Stati Uniti (456,4 milioni), il Regno Unito (352 milioni) e il Qatar (212 milioni).

Infine, le nostre Forze Armate hanno registrato alcuni importanti segnali positivi anche a livello capacitivo. In particolare, l’ultimo Documento Programmatico Pluriennale, oltre ad aver messo nero su bianco la definitiva conferma dell’acquisto di 90 caccia F-35, ha rivelato che i droni Reaper dell’Aeronautica Militare verranno a breve equipaggiati con strumenti di guerra elettronica e soprattutto armati, un segnale importante, dato che per anni questo passaggio era stato fortemente ostacolato dai movimenti pacifisti italiani. In aggiunta a queste novità, un ulteriore segnale che indica un importante cambiamento nella dimensione della Difesa italiana è rappresentato dalla scelta, da parte della Marina Militare Italiana, di dotare le proprie unità navali di missili da crociera land-attack, conferendo alla Forza Armata una capacità fondamentale per i moderni scenari bellici, caratterizzati dalla presenza di “bolle” A2/AD (Anti-Access/Area Denial).

Le sfide da affrontare

Sebbene negli ultimi anni la Difesa italiana abbia assistito ad alcuni importanti cambiamenti, le Forze Armate di Roma rimangono ancora afflitte da alcuni problemi che ne riducono pesantemente l’efficienza e l’efficacia.

Innanzitutto, il problema del finanziamento. Se è vero che le Forze Armate italiane hanno assistito, negli ultimi anni, a un aumento del budget messo a loro disposizione, quando si osserva la cifra stanziata dal nostro governo e la si paragona con quella delle altre principali potenze europee, essa si rivela alquanto bassa. Basandosi sui dati forniti dal Military Balance 2021, realizzato dall’International Institute of Strategic Studies, la Francia nel 2020 ha speso 48,1 miliardi di euro per le proprie forze armate, il Regno Unito 53,6 miliardi di euro e la Germania 46,8 miliardi di euro. Per poter fare un paragone obiettivo, occorre analizzare anche il numero degli uomini che compongono gli strumenti militari di questi Paesi: la Francia dispone di 203.250 uomini in servizio attivo (componente terrestre 114.700, componente navale 34.7000, componente aerea 40.450, altro personale di staff 13.400); il Regno Unito dispone di 148.500 uomini in servizio attivo (componente  terrestre 82.650, componente navale 33.050, componente aerea 32.800); la Germania dispone di 183.500 uomini in servizio attivo (componente terrestre 63.000, componente navale 16.600, componente aerea 27.600, componente di supporto interforze 27.800, componente medica interforze 19.000, componente  cibernetica 13.300, altro personale 15.000). Le Forze Armate italiane, per conto loro, contavano, nel 2020, 165.500 uomini (Esercito Italiano 96.700, Marina Militare 28.850, Aeronautica Militare 39.950).

L’analisi dei dati presentati rende subito evidente come le forze armate italiane, insieme a quelle tedesche, appaiono radicalmente sottofinanziate rispetto a quelle britanniche e francesi. L’Italia spende, nel 2021, 22,3 miliardi di euro per 148.500 uomini in servizio attivo. La Francia ha speso, nel 2020, 46,8 miliardi di euro – vale a dire più del doppio di quanto l’Italia prevede di spendere per il 2021 – per 203.250 uomini in servizio attivo, mentre il Regno Unito ha speso 53,6 miliardi di euro per 148.500 uomini in servizio attivo.

Evidentemente, Parigi e Londra impiegano il loro strumento militare in maniera più intensa della nostra – oltre alla partecipazione alle missioni internazionali, devono presidiare, tra le varie cose, le numerose basi fuori dai confini nazionali – e dispongono anche della componente nucleare, il che richiede ogni anno una cifra molto sostanziosa per la manutenzione e la messa in sicurezza degli apparati. Eppure, nonostante la scarsezza del budget a esse riservato, le Forze Armate italiane, soprattutto oggi, sono massicciamente impiegate all’estero. L’Italia, nel 2021, conduce 44 operazioni in 4 continenti e ha autorizzato lo schieramento di un massimo di 9.449 militari, la maggior parte dei quali provenienti dall’Esercito Italiano –  si pensi che, nel 2020, l’Esercito Italiano forniva 3.393 uomini dei circa 7.300 autorizzati dalla Difesa. Oltre agli uomini impiegati all’estero, le Forze Armate schierano poi più di 7.000 unità, ancora una volta prevalentemente dell’Esercito, all’interno dei confini nazionali, nell’ambito dell’operazione Strade Sicure.

Le considerazioni di cui sopra invitano ad interrogarsi sul modo in cui i fondi stanziati per le Forze Armate vengono impiegati. In effetti, l’Italia spende male i soldi che affida alle proprie Forze Armate. La grande maggioranza delle spese ad esse riservate sono infatti indirizzate al personale, a scapito di quelle indirizzate all’addestramento, al procurement e alla manutenzione dei mezzi e dei sistemi d’arma del nostro strumento militare. Se si prendono in esame i fondi stanziati per la Funzione Difesa nel 2021, si nota come la gran parte di essi sono riservate al Personale: l’Esercito riceve 5.532 miliardi e ne dedica ben 5 al personale; la Marina ne riceve 2.152 e ne dedica 1.1881 al personale; l’Aeronautica ne riceve 2.876 e ne dedica 2.526 al personale. All’interno del bilancio dedicato alla Funzione Difesa, poi, compaiono altre spese riservate al personale, pari a circa 700 milioni di euro, il che porta la cifra riservata a questa spesa a quasi 10 miliardi di euro, un numero in linea con quello dell’anno precedente. Si tenga conto, a titolo comparativo, che la Francia, la quale ha speso 46,8 miliardi di euro per le proprie forze armate nel 2020 e possiede circa 40.000 uomini in più rispetto all’Italia, ha dedicato solo 12,3 miliardi di euro al personale.

Oltre alla carenza di fondi, le Forze Armate Italiane devono fare i conti con un grave squilibrio dei ruoli del personale e, soprattutto, con un’età troppo avanzata. Ad oggi, infatti, il nostro strumento militare presenta un eccessivo numero di ufficiali e soprattutto di marescialli, rispetto a quello dei militari di truppa e dei volontari – nel 2019, su 165.556 uomini, le Forze Armate italiane contavano 19.969 ufficiali, 63.826 sottoufficiali e 81.761 militari di truppa e volontari. Il problema dell’età troppo avanzata è particolarmente grave soprattutto nell’Esercito Italiano, la Forza Armata che, a causa del peculiare impiego operativo che è richiesto ai suoi appartenenti, dovrebbe registrare un’età media molto più bassa. Oggi l’Esercito Italiano registra, invece, un’età media pari a 38 anni, un dato che è destinato a crescere ancora di più nei prossimi anni.

Le tre Forze Armate: quali forze e quali vulnerabilità

Il deficit di finanziamento a favore dell’esercizio e degli investimenti determina, tra le varie cose, una drastica riduzione del livello addestrativo del personale, così come della disponibilità dei mezzi e dei sistemi d’arma a disposizione dei nostri militari, ma anche la presenza, all’interno delle forze armate di alcuni grossi gap capacitivi. In quest’ultima parte vengono analizzate i punti deboli e i punti forti di ogni forza armata.

L’Esercito Italiano, la forza armata più numerosa, ha accumulato una grande esperienza nelle operazioni di stabilizzazione che ha condotto negli ultimi anni, soprattutto a partire dall’inizio della guerra in Afghanistan, che ha visto la nostra componente terrestre impiegare fino a 5.000 uomini in quel Paese. L’Esercito deve fare i conti con almeno tre ordini di problemi. Innanzitutto, un gravissimo squilibrio dei fondi a favore del personale (più di 5 miliardi di euro nel 2021). In secondo luogo – e questa costituisce inevitabilmente una conseguenza del primo problema – anni di operazioni di stabilizzazione di controinsorgenza all’estero hanno determinato un importante gap capacitivo nel settore dei mezzi corazzati. Mentre la componente ruotata dell’Esercito sembra versare in buone condizioni, lo stesso non si può dire per quella cingolata. I principali mezzi della componente pesante dell’Esercito – il carro Ariete e il VCC Dardo – sono oggi vecchi e obsoleti. Il terzo problema è l’operazione Strade Sicure. Quest’operazione oggi sottrae alla componente terrestre quasi 7.000 uomini, a cui bisogna aggiungere coloro che sono in fase di preparazione pre-operazione e coloro che sono a riposo post-missione: il numero di militare indisponibili a causa di questa operazione, in sostanza supera le ventimila unità.

La Marina Militare Italiana dispone di uno strumento navale agile e moderno. L’Italia è l’unico Paese del Mediterraneo a disporre di due unità in grado di far decollare velivoli ad ala fissa – la portaerei Cavour e la LHD Trieste – il che consente all’Italia di disporre permanentemente di almeno un’unità di questo tipo in mare. La componente alturiera della Forza Armata è comparabile a quella della Francia e superiore a quella della Germania. Le carenze della Marina sono principalmente legate alla carenza di personale – oggi dispone di 28.300 unità, ma il fabbisogno è di almeno 35.000 unità – e alla scarsità di fondi rispetto alle altre Forze Armate, il che le impedisce di garantire il mantenimento in efficienza dei mezzi di cui dispone.

Il punto di forza dell’Aeronautica Militare consiste nella doppia linea – adesso Eurofighter e Tornado, ma domani Eurofighter e F-35 –, nella grandissima esperienza maturata dal settore aeronautico italiano nel campo degli UAV – siamo stati il primo Paese europeo, insieme al Regno Unito, a operare con i Predator – e, inevitabilmente, dal possesso del più moderno velivolo a disposizione dell’Occidente, il caccia F-35. Le principali debolezze dell’Aeronautica riguardano il settore del pattugliamento antisom – a titolo di paragone, l’Italia possiede solo quattro P-72, mentre la Francia ha 18 Atlantique 2 –, il settore del trasporto aereo e il settore dell’aerorifornimento. Anch’essa, come le altre forze armate, deve fare i conti con un budget troppo ristretto, il che le impedisce di addestrare in maniera adeguata i suoi piloti e di garantire il mantenimento dei suoi mezzi. Le Forze Armate italiane sono uno strumento moderno e dotato di mezzi e sistemi d’arma all’avanguardia. Esse sono schierate in diversi continenti, dove conducono prevalentemente missioni di addestramento e di stabilizzazione, senza però condurre operazioni di combattimento. Il nostro strumento militare è tuttavia afflitto da alcuni gravi problemi, tra cui spiccano la carenza di fondi, lo squilibrio dei ruoli e l’età troppo avanzata del personale, che ne riducono notevolmente l’operatività. Per risolvere i problemi che inficiano sull’efficienza e sull’efficacia delle nostre Forze Armate, occorre che l’Italia si dedichi alle questioni militari in maniera più seria, dando vita a un dibattito intenso, che coinvolga studiosi ed esperti di estrema qualità.

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