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Fornitura di munizioni all’Ucraina: la tesi “francese” e gli acquisti extra-UE

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L’Unione europea ha intenzione di rafforzare il proprio strumento di sostegno militare all’Ucraina, sviluppando un sistema che possa fornire armi e munizioni in una prospettiva a lungo termine a Kyiv. A rivelarlo è stato POLITICO, annunciando che nel prossimo vertice Ue del 14-15 dicembre, l’alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Joseph Borrell, sottoporrà agli Stati membri un documento a tal proposito.

La fornitura rapida di armi, sistemi d’arma e munizioni all’Ucraina è uno dei temi sui quali si sta sviluppando un intenso dibattito, a livello politico e militare, ma anche giornalistico e d’opinione, nei Paesi europei, anche perché la tenuta complessiva del sistema industriale russo e la “messa a regime” produttiva di Mosca, in grado di rifornire ormai con una certa costanza le proprie truppe al fronte, ha fatto emergere, assieme al fallimento della controffensiva estivo-autunnale ucraina, nuovamente tutti i limiti del comparto industriale-militare del vecchio continente.

L’obiettivo di consegnare entro marzo del prossimo anno un milione di munizioni all’Ucraina non potrà essere raggiunto – basti pensare che finora sono state consegnate circa 300.000 munizioni in totale alle Forze armate di Kyiv – neanche facendo leva sulle forniture provenienti da Paesi extracomunitari. Anche la Francia, che aveva sostenuto sempre una teoria “eurocentrata” delle catene di fornitura, rifiutando ogni ipotesi di acquisto di munizioni fuori dai confini dell’Ue, ha dovuto fare un passo indietro, accettando di vagliare questa opportunità.

La questione non è solo legata agli interessi del comparto industriale transalpino, ma anche ad un ragionamento politico significativo e che, nel complesso, si allontana dall’interpretazione che alla politica delle forniture militari all’Ucraina danno dall’altra parte dell’Atlantico. Per i francesi, infatti, favorire gli acquisti di munizioni extra-Ue per compensare gli squilibri produttivi europei, equivale a mantenere bassi livelli di fornitura continentali ed a non favorire politiche d’espansione economico-produttiva aggressiva del sistema AD&S comunitario.

Del resto non è una novità che il sistema industriale europeo della difesa sia rimasto indietro rispetto alle controparti statunitensi, cinesi e russe, e sia costretto a recuperare rapidamente terreno non solo con i programmi di sostegno agli ucraini, ma anche per ripianare le proprie scorte di magazzino – invero fin troppo esigue già prima dell’invasione russa dell’Ucraina – e garantirsi una capacità di difesa almeno minima.

Il ritorno della guerra ad alta intensità in Europa, o meglio, la constatazione di fatto che i conflitti convenzionali interstatali non erano episodi ormai superati e che quella “post-storica” è stata solo un’illusione, impone ai governi europei scelte importanti sul fronte delle politiche industriali d’armamento. Non a caso il documento Borrell punta a “promuovere una maggiore cooperazione con l’industria della difesa ucraina per aumentare la sua capacità”, stabilendo, però, anche incentivi per spingere le industrie europei ad allinearsi ai nuovi standard che la guerra ha imposto e che resteranno validi nel prossimo futuro.

In altre parole, è con gli incentivi – resta da vedere in che forma, con quali cifre e soprattutto le tempistiche – che l’Unione europea vorrebbe trasformare il proprio sistema produttivo “di pace” in un sistema produttivo “di guerra” o, comunque, in grado di rispettare le esigenze di Forze armate e Stati che siano pronti a riconsiderare i conflitti come parte integrante delle relazioni internazionali e, quindi, come eventi probabili.

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