Flussi migratori nel Mediterraneo: nel 2021 l’Europa non ancora pronta

Nel rapporto speciale Asylum Trends and Covid-19, pubblicato dall’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo), si fa presente che le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza personale, legate al problema dell’insicurezza alimentare, potrebbero stimolare i movimenti migratori in diretta correlazione con la pandemia in corso. Non sorprendono i timori legati al fatto che l’emergenza sanitaria possa generare un forte aumento delle aspirazioni migratorie di coloro che vogliono migliorare le proprie condizioni di vita. La pandemia ha avuto un impatto profondo e dirompente sull’economia globale e sui mezzi di sussistenza di milioni di persone, causando un forte aumento sulle disuguaglianze e sulla povertà, spesso aggravando fragilità preesistenti.

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Ciò solleva la questione se l’Unione Europa, intesa come istituzione, sia pronta a rispondere ad un aumento straordinario dei flussi migratori nell’anno appena iniziato, nell’eventualità che le ipotesi avanzate dall’Easo diventino realtà. Con il ricordo ancora vivo di essere stata colta impreparata dagli afflussi record del 2015-2017, l’Ue è profondamente impegnata a investire nella previsione del fenomeno migratorio e nei meccanismi di allerta qualora dovessero presentarsi situazioni poco gestibili. I progetti guidati da vari organismi comunitari, tra cui Dg Home, Easo e Frontex sembrano promettenti, ma faticano a manifestare il loro pieno potenziale a causa di domande rimaste senza risposta riguardo le basi giuridiche, la titolarità dei dati o su quale dovrebbe essere la risposta predefinita comune nel caso in cui determinate soglie di riferimento per gli arrivi irregolari fossero superate nel breve periodo.

Un nuovo “vecchio” Patto

Per quanto riguarda la sua strategia, l’Ue post-crisi migratorio del 2015 è sempre più intenzionata a rafforzare la cooperazione con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo con l’obiettivo di  gestire al meglio i flussi, e di conseguenza ridurli.  Proprio su questa logica è incentrato il nuovo Patto su migrazione e asilo. Questo prevede tre dimensioni: 

  • la prima è quella esterna, molto forte, con accordi con i paesi di origine e di transito. La finalità è supportare i paesi ad aiutare le persone nei loro paesi di origine;
  • la seconda dimensione prevede un sistema di screening ai confini esterni con una nuova guardia di frontiera e costiera europea, con molto più personale, imbarcazioni e strumentazione. Tutte le procedure di identificazione saranno rafforzate per orientare le persone attraverso il percorso da affrontare; 
  • per ultimo,  un meccanismo di rimpatri sponsorizzati: in pratica, i paesi che rifiutano di accogliere, si dovrebbero fare carico del ritorno in patria di coloro che non possono restare. 

Se questa strategia di apertura dovrà permettere di far fronte ai potenziali aumenti di flussi migratori legati all’emergenza sanitaria, sarà fondamentale che l’Ue e i suoi Stati membri si impegnino a intrattenere un dialogo continuativo con i paesi terzi, anziché attendere che suoni il campanello d’allarme. Ciò significa che l’Ue non dovrà limitarsi a monitorare lo stato del mercato del lavoro o dell’assistenza sanitaria nei paesi d’origine e come ciò possa influire sul sogno migratorio, ma essere anche pronta a sostenere quei governi che si trovano ad affrontare sfide in materia di migrazione, inclusa l’eventualità di migranti bloccati sul loro territorio.

I paesi dell’Unione europea, tuttavia, stanno ancora negoziando i contenuti del Patto e il Portogallo, che ha inaugurato il semestre di presidenza al Consiglio dell’Ue, ha avviato una serie di colloqui sulla migrazione con Grecia, Spagna, Malta, Italia per discutere le strategie in relazione al sistema. In assenza di una risposta coordinata da parte degli Stati membri, le risposte specifiche e talvolta unilaterali da parte dei governi nazionali agli arrivi misti rischiano di continuare anche nel 2021 e di lasciare l’Europa in uno stato di disordine o addirittura di caos qualora gli arrivi cominciassero a crescere veramente.  Inoltre, la promessa degli Stati membri di lavorare realmente insieme per promuovere l’adozione del rimpatrio volontario assistito si fonda, tuttavia, ancora su basi piuttosto fragili.  In ogni caso, l’Ue sembra intenzionata ad affrontare questo nuovo anno con una strategia più forte con il fine di gestire la migrazione al di fuori dei suoi confini, tentando di evitare i problemi causati da una strategia interna ad oggi ancora relativamente debole.

I dati del 2020

I numeri dell’anno appena concluso evidenziano che l’Italia è l’unico paese in tutto il Mediterraneo a registrare un aumento nel numero di migranti irregolari sbarcati. Se consideriamo gli arrivi in tutta l’area mediterranea, secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati, nel 2020 sono arrivati sulle coste europee via mare 94.950 persone, nel 2019 furono oltre 120.000 e nel 2018 oltre 140.000. Tra i paesi europei, la Spagna è il paese con il maggior numero di arrivi irregolari nel 2020, 41.861 contro i 32.500 dell’anno precedente (nel calcolo sono inclusi gli ingressi dalle Isole Canarie). La Grecia registra 15.533 arrivi, di cui però 9.500 circa via mare e il resto via terra. Vanno poi considerati gli arrivi a Malta (circa 2.300) e quelli di Cipro (1.000). In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, sono state 34.134 le persone sbarcate nel 2020, a fronte degli 11.471 del 2019 e dei 23.370 del 2018. Nel caso italiano va segnalato l’elevato numero di arrivi di minori non accompagnati (msna).  Nel solo 2020, i msna sono stati 4.687, contro i 1.680 del 2019 e i 3.536 del 2018. 

Il trend degli arrivi via Mediterraneo in Europa risulta comunque in calo ormai da quattro anni. Una diminuzione che ha portato i dati relativi ai flussi irregolari ai livelli precedenti gli anni dello scoppio delle primavere arabe, vero spartiacque per quanto riguarda il tema migratorio. Un andamento confermato anche dai dati di Frontex relativi all’intera Unione Europea: secondo i dati preliminari dell’Agenzia europea, nel 2020 gli attraversamenti illegali delle frontiere esterne dell’Ue sono sceso del 13%, in gran parte a causa dell’impatto delle restrizioni Covid-19 messe in atto da vari Paesi: il dato più basso dal 2013. La rotta migratoria del Mediterraneo orientale ha visto il calo maggiore del numero di arrivi, a differenza della rotta centrale che ha visto invece triplicare i propri dati. 


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La sfida per l’Ue

L’Ue dovrebbe essere più assertiva sul piano della politica estera, promuovendo una maggiore collaborazione tra gli Stati membri nel campo della sicurezza e della difesa comune che non può limitarsi a Pesco (Cooperazione strutturata permanente) e poco più. Ma è soprattutto il caso delle migrazioni, con un 2021 che potrebbe registrare un nuovo incremento dei flussi. Alcuni passi avanti sono già stati fatti (soprattutto in termini di risorse) ma siamo ancora ben lontani dall’ambizione di creare una vera e propria politica comune.

Risulta del tutto evidente che col sistema promosso dal nuovo Patto l’Ue rinunci ad affrontare la questione del possibile tema principale per risolvere in gran parte i risvolti più drammatici legati ai flussi migratori diretti verso l’Europa, ovvero l’ampliamento di canali di migrazione legale in particolare per motivi connessi al mondo del lavoro. Oltre a ciò, col Patto si punta a rafforzare ulteriormente le frontiere esterne, aumentando i finanziamenti a Frontex, utilizzare maggiormente la carta dei rimpatri e rafforzare la cooperazione tramite finanziamenti e condizionalità con i paesi terzi di origine e transito per evitare in ogni modo che i migranti partano e raggiungano la sponda europea.

La logica securitaria e di chiusura di fondo, sebbene con qualche modifica, non appare mutata. Le distanze tra i paesi UE su come rispondere alla sfida delle migrazioni restano ad oggi ancora incolmabili, oltre al fatto che, in un’Europa in cui la solidarietà non sembra essere di casa, l’unico punto che sembra trovare d’accordo tutti i paesi membri è la riduzione degli arrivi irregolari sul proprio territorio.

Mario Savina,
Geopolitica.info