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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoFirmato ad Istanbul l'accordo sul grano ucraino

Firmato ad Istanbul l’accordo sul grano ucraino

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A Istanbul si firma per permettere il trasporto di grano e fertilizzanti dall’Ucraina, ma a tempo. Perchè ci siamo arrivati? Il soft power turco blinda il Presidente per il 2023. Durerà? Analizziamo il testo

L’accordo per lo sblocco dei porti ucraini sul Mar Nero è stato appena firmato al Dolmabahçe, nell’ufficio istanbuliota della Presidenza turca. Il testo dell’accordo è stato reso pubblico (la fonte di questo articolo è quello reso pubblico su internet dalla parte ucraina, in lingua inglese). I rappresentanti delle parti in conflitto (Ministro della Difesa russo e delle Infrastrutture ucraino) hanno firmato separatamente, senza quindi addivenire ad un accordo diretto fra le parti – cosa che viene esplicitamente riportata nell’accordo stess. Altri firmatari sono stati le Nazioni Unite, col Segretario Generale presente, ed il Governo turco (in particolare il Ministro della Difesa Akar).

Riportiamo qui i punti salienti dell’accordo (definito “iniziativa”), che:

  • Ha una durata di 120 giorni rinnovabili,
  • promuove la navigazione sicura per l’esportazione di cereali e relativi prodotti alimentari e fertilizzanti, compresa l’ammoniaca,
  • riguarda esclusivamente i porti di Odessa, Chornomorsk e Pivdennyi,
  • prevede che le parti forniscano le massime garanzie in merito a un ambiente sicuro e protetto per tutte le navi che partecipano a questa iniziativa,
  • prevede l’istituzione ad Istanbul di un centro di coordinamento congiunto (“joint coordination centre”, JCC) per coordinare le esportazioni,
  • prevede la formazione, in Turchia, di gruppi di ispezione con la partecipazione di tutte le parti firmatarie, che controlleranno le navi che transiteranno verso i porti dell’Ucraina,
  • non vi sarà scorta di navi russe nè presenza di rappresentanti della Federazione Russa nei porti ucraini
  • tutte le ispezioni delle navi saranno effettuate da gruppi congiunti nelle acque della Turchia,
  • le parti non effettueranno alcun attacco alle navi mercantili e alle strutture portuali che partecipano a questa iniziativa,
  • in caso di sminamento necessario, un dragamine di un altro Paese, previo accordo delle parti, avrà accesso ai porti ucraini”,
  • il movimento delle navi dirette attraverso il corridoio umanitario marittimo sarà monitorato a distanza
  • nessuna assetto militare (navale, aereo, drone) può avvicinarsi ai convogli a distanza inferiore a quella decisa dal JCC.

La Presidenza russa aveva esplicitato diverse volte di non essere la causa dell’inagibilità dei porti, ed aveva comunicato tale posizione al Segretario Generale dell’Unione Africana (il Presidente del Senegal), convenuto a Mosca. Quali dunque le ragioni che hanno permesso l’accordo, e che lo avevano bloccato sino ad ora?

Il giornale turco che affronta l’argomento direttamente è Vatan, Organo del Partito della Madrepatria (Vatan Partisi, appunto) di D.Perinçek, partito tanto piccolo quanto importantissimo in tutta questa questione. E’ stato infatti Perinçek (ne abbiamo parlato poco tempo fa qui: Che significa per la Turchia se la NATO manda i missili antinave – Geopolitica.info) ad aprire una linea di contatto con i Russi quando la posizione di Ankara, nel fornire i droni all’Ucraina ed in quanto membro NATO, si era fatta imbarazzante. Ed è al Vatan Partisi di Perinçek che appartengono gli ammiragli cosiddetti “Eurasisti” (ovvero, i teorizzatori della teoria della Patria Blu: La mela rossa della Patria Blu – Geopolitica.info) oppositori dell’apertura del Kanal Istanbul (103 ammiragli, Montreaux, gli eurasisti, l’estrema destra: la via è segnata per il Governo turco – Geopolitica.info).

Bene, Vatan riporta un’ intervista al Prof. Caşın dell’Università Yeditepe il quale osserva tanto come gli Stati Uniti si siano congratulati quanto come questi siano la parte dalla quale Zelensky “riceve istruzioni” (“talimat alıyor”, in originale). Il Professore si chiede poi se il Presidente Biden sia stato in effetti disposto a “firmare senza dirlo” (“Biden demeden imzalar mı?”). Sottolinea poi come sul Mar Nero ci siano Ucraina, Russia e Georgia e come talune carte, eppure vincenti, possano “esplodere in mano” e come esista un rischio enorme che quanto stabilito vada perduto con l’affondamento di una nave, per un sabotaggio o per la presenza di mine. Un giornale vicino ai Russi riporta quindi come esistano dubbi sulla effettiva possibilità di successo dell’accordo.

Ma un florilegio di articoli viene ovunque  in relazione alla grande vittoria diplomatica della Turchia, che potrebbe avere dei riverberi positivi per la Presidenza turca ben al di là dello specchio del Mar Nero: se infatti l’esportazione di 25 milioni di  tonnellate di materiale potrebbe aiutare ad evitare un catastrofe umanitaria che avrebbe potuto interessare miliardi di persone (la stima è del Portavoce del Presidente turco), è anche vero che ad esserne particolarmente interessati sono quei Paesi nordafricani dalla cui stabilità dipende indirettamente quella della Turchia. E il ruolo di Ankara nell’influenzare questi Paesi è notorio, Libia a parte. Già un mese fa fonti africane sottolineavano come imprenditori ed aziende alimentari di Istanbul fungessero sempre più da intermediari tra la Russia e i giganti del commercio agricolo, in particolare per rifornire l’Africa settentrionale e orientale di grano, farina e girasole. Ankara quindi continua con grande capacità ed abilità a muoversi come attore di più parti.  La questione della “clearance” del grano e della liceità della sua origine, che questo accordo/iniziativa in qualche modo si propone di debellare, è stata argomento di grande interesse e significato politico. Lo scorso maggio, l’Egitto aveva rinunciato alla fornitura di ingenti quantità di grano provenienti  dalla Russia (500,000 tonnellate) perché – è la versione ufficiale, molto spinta da Ucraina e NATO – il Governo egiziano lo riteneva rubato dalla Russia all’Ucraina (un’altra versione sostiene invece che le Autorità egiziane nutrissero dubbi sulla sicurezza sanitaria e sull’integrità delle forniture stesse).

Comunque sia, Ankara saprà certamente usare il suo confermato ruolo di “pacificatore” per aumentare il suo soft power e ricompattare elettorato interno e Paesi allineati (anche attraverso strumenti come l’agenzia TIKA, che ad Ankara rappresenta la cooperazione internazionale e che in Africa avrà certamente un ruolo in tutto questo) sopratutto in funzione della “rifondazione” della “nuova” Turchia del 2023, con annesse elezioni.

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