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La fine dell’operazione Barkhane: perché la Francia ha fallito nel Sahel?

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Il 9 novembre 2022 Emmanuel Macron ha decretato la fine dell’operazione Barkhane. La sua cessazione motivata dagli “ostacoli politici, operativi e legali” incontrati da Parigi era già stata annunciata nel febbraio del 2022 al margine di un vertice tra i Paesi del G5 Sahel. L’attesa conclusione della missione, ufficializzata dal Presidente francese dal palco di Toulon, è sintomo dell’ormai indubbia erosione dell’influenza esercitata da Parigi sulle sue ex colonie.

Dall’inizio dell’operazione a oggi, l’approccio dei governi saheliani verso la presenza militare francese è profondamente mutato. Acclamata inizialmente quale fattore di stabilizzazione, Parigi è accusata dell’insuccesso nella gestione della crisi e di aver perpetuato modelli di dipendenza neocoloniale. Nel gennaio 2022, la disputa con la giunta militare del Mali – vero punto di non ritorno – ha condotto all’espulsione dell’ambasciatore francese a Bamako e alla conseguente cessazione della cooperazione militare bilaterale. È già chiaro che, con il ritiro della Francia, sia fallita anche una parte della politica estera europea nell’area. Infatti, la rumorosa presenza dei contractors dell’agenzia Wagner – motivata dal tentativo di Mosca di occupare il vuoto lasciato dagli europei – e il crescente antioccidentalismo dei leader saheliani riflettono il desiderio di questi ultimi di svincolarsi dall’interventismo dell’Eliseo e della Coalizione da esso guidata.

Ricostruire il “puzzle saheliano”

Il sostegno della Francia a Bamako iniziò nel 2013 con la richiesta di intervento avanzata dall’allora Presidente ad interim Dioncounda Traoré. Tale richiesta era finalizzata alla ricerca di un appoggio esterno nello sforzo di contenimento dell’azione dei separatisti delle province settentrionali (sedicenti jihadisti e sostenitori di Al-Qaeda). In seguito al vanificarsi dei tentativi di lanciare una forza di pace africana, l’ex Presidente François Hollande diede l’ordine di intervenire dispiegando 4.500 truppe in Mali (nel quadro dell’operazione Serval). In un primo momento, l’operazione si tradusse in un successo, e Parigi riuscì nell’intento di respingere rapidamente l’avanzata jihadista verso il sud del Paese. Con l’operazione Barkhane che ebbe inizio nel 2014, la Francia decise poi di regionalizzare la presenza militare nel Sahel in modo da rispondere alle minacce transfrontaliere poste in essere dai gruppi separatisti. L’avvio dell’operazione comportò la trasformazione dell’intervento in un’iniziativa militare regionale che prevedeva lo stanziamento di 3.500 unità nella vasta area compresa tra il Ciad e la Mauritania.

Con l’intensificarsi degli sforzi internazionali degli ultimi dieci anni e gli ingenti investimenti compiuti in tal senso, la cintura del Sahel è diventata uno scenario prioritario per i governi europei. Tale area rappresenta infatti un crocevia di attraversamenti migratori e rotte commerciali in cui l’eterogeneità etnico-culturale, combinata alla proliferazione di gruppi armati di ideologia salafita-jihadista, rende estremamente complessa l’effettiva imposizione delle entità statuali. 

È altresì possibile rinvenire una delle ragioni di tale ingombrante assenza dello Stato nel modo in cui le élite politiche africane hanno introiettato l’organizzazione derivante dal loro precedente status di colonie. Infatti, in epoca coloniale non vi era una percezione univoca dei territori dell’impero. Al contrario, la Francia stessa compiva una distinzione tra territori “utili” – di importanza commerciale e ricchi di risorse – e “inutili” – occupati solo per garantire la coesione dei propri territori africani. Tale differenza si rifletteva anche sul piano amministrativo, determinando un forte accentramento delle capacità economiche nei pochi conglomerati urbani e una quasi totale assenza di infrastrutture e centri decisionali nelle vastissime periferie. Lo schema appena descritto ha trovato una certa continuità anche nelle amministrazioni post-coloniali, determinando un vero e proprio isolamento della parte settentrionale del paese. Questi elementi, uniti alla destabilizzazione generata dalle primavere arabe negli stati limitrofi – in particolare Libia e Algeria – e alla presenza di trafficanti e gruppi armati, hanno giocato un ruolo fondamentale nella trasformazione dell’area in uno dei principali focolai di crisi sul piano regionale.

Le missioni internazionali  

La politica perseguita da Parigi a partire dal 2014 ha mirato all’internazionalizzazione delle operazioni sotto la leadership francese dettato dalla volontà dell’Esagono di mantenere un certo controllo strategico sulle operazioni. L’impulso è stato imposto dalla necessità di condividere l’enorme onere economico, politico e militare dell’intervento con gli alleati europei. Tale decisione ha comportato il coinvolgimento delle Nazioni Unite, con la missione MINUSMA, e dell’Unione Europea, con le missioni EUTM, EUCAP Sahel e nella Task-Force Takuba (composta da Estonia, Repubblica Ceca, Belgio, Danimarca, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia) mirate a “consigliare, assistere ed accompagnare in combattimento le forze armate maliane”.

A partire dal 2015 e dall’adozione del Piano Regionale d’Azione nel Sahel (RAP) da parte del Consiglio affari esteri, l’Unione Europea ha assunto un ruolo di primo piano nello scacchiere saheliano. L’obiettivo principale coincideva con la prevenzione e il contrasto della radicalizzazione del conflitto, la lotta contro il traffico illecito e la gestione delle frontiere attraverso la formazione degli eserciti di Niger e Mali. Contribuire alla stabilizzazione di Paesi che rappresentano uno snodo fondamentale per i flussi migratori provenienti dal continente, avrebbe significato anche ottenere affidabili alleati interni in grado di contenerli. Dall’altro lato, il successo delle operazioni avrebbe permesso di contrastare la crescente presenza del Cremlino. Infatti, uno dei dati più preoccupanti per i governi europei riguarda proprio l’espansione del coinvolgimento russo nel continente, legata alla chiara volontà di Putin di rilanciare lo status di grande potenza del suo Paese. Inoltre, la diplomazia energetica del Cremlino ruota intorno a gas, oro, nichel, uranio e petrolio e diverse aziende russe, come Lukoil, Gazprom, Rosatom e Rostec sono oggi attive con notevoli investimenti in Algeria, Nigeria, Zimbabwe, Uganda, Egitto e Angola. Infatti, dal punto di vista russo, l’Africa ha assunto un ruolo strategico in due modi: per i benefici economici derivanti dalla sua ricchezza mineraria e come importante mercato di esportazione di armi e assistenza militare, due dimensioni che risultano spesso fuse nell’approccio “armi in cambio di risorse”. 

Il fallimento dell’intervento 

Visti i risultati dell’intervento, però, il Mali è diventato per la Francia e per gli alleati europei un grave fallimento di politica estera. La maggior parte degli osservatori concorda sul fatto che la Francia abbia optato tardivamente e con eccessiva esitazione per un approccio più equilibrato. Infatti, la cooperazione allo sviluppo – affiancata alle missioni militari – ha giocato solo un ruolo marginale nella politica di stabilizzazione della regione. I flussi di aiuti sono stati percepiti come uno strumento a sostegno delle misure di contenimento dei ribelli e utili esclusivamente a fornire legittimità all’operazione. Sebbene Parigi abbia dichiarato il Sahel una priorità in politica estera, nel 2018 i cinque Stati che lo compongono hanno rappresentato solo il 10% del totale degli aiuti allo sviluppo diretti all’Africa, con il Mali che ha ricevuto solo il 2,5%. Il fatto che questo livello sia rimasto invariato dal 2013 dimostra la discrepanza tra le priorità politiche dichiarate e l’effettiva allocazione dei fondi.

In secondo luogo, la Francia e gli alleati europei potrebbero non aver investito sufficienti risorse nel tentativo di ristabilire la legittimità dei leader e dei governi. Non è la prima volta che tale problema si trasforma in un ostacolo nello sforzo di stabilizzazione delle aree di conflitto. Infatti, come definito nel rapporto quadro della Stabilization Assistance Review (SAR) del Dipartimento di Stato americano, la stabilizzazione dovrebbe declinarsi attraverso uno sforzo che (adottando una visione di lungo periodo) “coinvolge un processo integrato civile-militare finalizzato a creare delle condizioni in cui le autorità e i sistemi legittimi a livello locale possano gestire pacificamente il conflitto e prevenire una recrudescenza della violenza“. 

Esperienze quali quella libica, irachena o afghana insegnano che una governance carente o corrotta e l’instaurarsi di pratiche clientelari sono alla base dell’incapacità delle entità statuali di fornire servizi di base (istruzione, infrastrutture e sanità). Inoltre, tali limiti di governance comportano l’erosione della fiducia nello Stato e spingono la popolazione a rivolgersi ad altri attori, tra i quali gruppi armati e organizzazioni terroristiche. 

Il serrato passaggio “de coup en coup” di Niger e Mali riflette un’instabilità sistemica delle entità statuali e un’assenza di integrazione tra i vari livelli di governance (governi civili, cittadini e militari). Tale aspetto rende spesso inevitabile le prese di potere da parte di chi, nel contesto domestico, detiene il controllo della forza militare. 

La fine dell’operazione Barkhane si traduce, per ora, solo in un ridimensionamento della presenza francese nel Sahel. Infatti, come specificato da Macron, l’Esagono manterrà un contingente di 3000 unità nell’Africa subsahariana (Burkina Faso, Ciad, Niger, Senegal e Costa d’Avorio).

Il Fallimento francese in Mali dovrà condurre a un’analisi degli errori commessi all’interno dello scenario e delle carenze nella scelta delle politiche implementate nella regione.  Apprendere dalle lezioni passate potrebbe consentire alla Francia e all’Unione europea di plasmare il proprio approccio verso la stabilizzazione in maniera integrata, definendo nuove priorità nell’orientare i propri sforzi e le proprie risorse.

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