Che fine ha fatto lo Stato islamico ?

Un autentico black out mediatico, politico e militare sembra interessare da diversi mesi lo Stato islamico in Iraq e in Siria. Quella che fino ad un anno fa era ancora considerata la più temuta organizzazione terroristica del mondo, sembra essere diventata oggi una reliquia della nostra storia recente.

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Questo atteggiamento di sottovalutazione è al contempo sbagliato e dannoso perché l’ISIS non è stato affatto sradicato dal teatro siro-iracheno, in cui sta, al contrario, dando segni di preoccupante vitalità.

Ad oggi (fine marzo del 2018), lo Stato islamico occupa militarmente poche aree della Siria: è presente nei sobborghi meridionali della capitale Damasco (Yarmuk , Hajar al-Aswad), nelle alture del Golan al confine con Israele, in una vasta area semidesertica orientale del paese (nei pressi di Albukamal  ed Al Mayadeen ) e in alcune zone di confine con l’Iraq poste tra Hasakah e Deir Ez Zur. È probabile che una sacca di combattenti dell’ISIS fuggiti dalla provincia di Hama in seguito ad un’operazione condotta dalle truppe lealiste a febbraio abbia trovato un (molto precario) rifugio nella provincia di Idlib, già in mano a gruppi ribelli ostili. Ciò che rimane oggi sotto il controllo diretto del califfato è dunque ben poca cosa rispetto a quanto posseduto fino a due anni fa: quattro o cinque sacche di resistenza prive, peraltro, di continuità territoriale. Eppure, capitalizzando ancora una volta debolezze ed errori dei suoi nemici, l’ISIS non è soltanto sopravvissuto (ri)trasformandosi senza apparenti problemi in un’entità insurrezionale capace di colpire con rapidi e sanguinosi attacchi hit and run (soprattutto in Iraq), ma è anche riuscito recentemente a compiere vere e proprie offensive ai danni dell’esercito siriano . Qualche esempio: nel solo mese di marzo quattro province irachene (Kirkuk, Anbar, Salahuddin e Ninive) sono state teatro di diversi attentati ed attacchi che hanno provocato la morte di almeno 70 tra militari e uomini delle Al Hasd al Sha’abi sciite. A pochi chilometri dal palazzo presidenziale di Damasco un’offensiva condotta da miliziani dello Stato islamico partita dal sobborgo di Yarmuk ha addirittura conquistato un intero quartiere (Qadam) provocando la morte di almeno 60 soldati siriani: sembra surreale dirlo ora, ma risponde a verità il fatto che lo Stato islamico è, ad oggi, diventato  padrone di buona parte della periferia sud della capitale siriana. Nei pressi dell’Eufrate e del confine con l’Iraq, un’incursione armata dell’ISIS partita dalla badia desertica in cui i suoi uomini hanno trovato rifugio ha messo a durissima prova la capacità di resistenza delle truppe lealiste lì dislocate provocando comunque un centinaio di vittime. E’ da evidenziare infine come lo Stato islamico sembri pianificare le proprie operazioni differenziandole in base alla situazione politico militare in cui si trova ad agire: nei contesti in cui il nemico manifesta un miglior controllo del territorio come l’Iraq si prediligono feroci attacchi terroristici “stile Zarqawi”, dove invece la situazione è di vera e propria guerra, come in Siria, si opta senz’altro per l’attacco militare finalizzato alla conquista.

La sopravvivenza dello Stato Islamico nel Siraq è dovuta sostanzialmente a due fattori:  La manifesta incapacità dell’esercito siriano di operare offensive su diversi fronti a causa dell’endemica penuria di affidabili unità d’assalto. Ciò provoca la necessità di scegliere accuratamente il settore in cui concentrare tali reparti tralasciando gli altri. Quando, nel corso dello scorso anno, le unità dell’esercito lealista ripulirono dall’ISIS la vasta zona posta ad occidente del fiume Eufrate trascurarono di rastrellare le zone desertiche poste al di fuori degli assi di avanzamento perché subito interrotti dall’impellente necessità di intervenire presso un altro fronte. Eppure, proprio dalle sabbie di questo deserto sono emersi i jihadisti che hanno provocato la morte di un centinaio di soldati lealisti nella zona di Al Mayadeen e della stazione di pompaggio T-2 nelle ultime settimane.

Il secondo motivo che consente la sopravvivenza dello Stato islamico sia in Siria che in Iraq sta nella sua capacità di trarre sostentamento da una serie di attività illegali gestite spesso in joint venture con elementi di spicco delle società locali in grado di garantire, in cambio di lucrosi guadagni, protezione e sostegno ai guerriglieri del califfo.
Date queste premesse, quali potrebbero essere le prospettive future? Molto dipenderà dal decorso del conflitto siriano. Se i colloqui di Astana portassero all’effettiva spartizione del paese, un quadro di maggiore tranquillità nel paese permetterebbe senza dubbio l’eradicazione militare delle ultime sacche di resistenza territoriale dello Stato islamico; una situazione di minor conflittualità generale (ma di generalizzata insicurezza e povertà) uniformerebbe però con ogni probabilità i rami siriano ed iracheno dell’organizzazione in una medesima matrice più schiettamente terroristica e insurrezionale. Se, invece, la guerra di Siria dovesse continuare o addirittura peggiorare, è certo che lo Stato islamico troverebbe nuova linfa vitale per riemergere dalle macerie e conquistare nuovamente territori.