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Fine delle esplorazioni energetiche nel Mar Cinese Meridionale: un nuovo capitolo per le relazioni sino filippine?

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Il Ministro degli Esteri delle Filippine ha annunciato di aver interrotto definitivamente, su ordine dell’uscente presidente Rodrigo Duterte, tutte le negoziazioni esistenti tra Cina e Filippine su possibili attività di ricerca di risorse energetiche nel Mar Cinese Meridionale. Tale decisione arriva in un contesto di tensioni nell’area che saranno di primario rilievo per la neo eletta amministrazione a guida Marcos, e non solo. 

La decisione presa dall’uscente presidente Rodrigo Duterte lo scorso giugno, ed eseguita dal Segretario di Stato filippino, Teodoro Locsin, funge da impietoso sipario per i tentativi messi in atto da Duterte nell’avvicinare la Cina e risolvere le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale in via bilaterale. Stando alle dichiarazioni del Ministro, si è proceduto alla chiusura di tutte le attività riguardanti possibili esplorazioni marittime congiunte con la Cina per la ricerca di risorse energetiche (gas e petrolio) nel Mar Cinese Meridionale. Motivo di tale decisione parrebbe essere l’impossibilità di adempiere alle richieste cinesi da parte filippina, che andrebbero in ultima istanza a violare la sovranità territoriale dell’Arcipelago (sancita dalla Costituzione filippina), nonché quanto disposto dalla sentenza arbitrale da parte della Corte Arbitrale Permanente dell’Aja in materia. Il Segretario di Stato ha ammesso che lo sfruttamento delle risorse energetiche dell’area, seppur di estrema importanza per il paese, non può essere eseguito “a discapito della nostra sovranità territoriale, nemmeno una piccola porzione di essa”.

Le negoziazioni circa la possibilità di svolgere esplorazioni congiunte sono uno dei risultati dalle politiche poste in essere dal presidente Duterte per risolvere, o quantomeno mitigare, le tensioni accumulatesi nel corso degli anni circa le pretese territoriali cinesi su certi atolli e isolotti (le “Spratly Islands” e “Scarborough Shoal”) locati in prossimità delle isole filippine di Palawan e Luzon, nel Mar Cinese Meridionale. Tensioni che, a seguito di svariate azioni di disturbo da parte della Guardia Costiera Cinese a danno di pescatori filippini, e della costruzione di installazioni artificiali cinesi su tali atolli, sono sfociate in centinaia di proteste ufficiali da parte filippina e in una disputa dinanzi alla Corte Arbitrale Permanente dell’Aja. Risultato di tale disputa è stata una sentenza che, sulla base di quanto disposto dalla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), ha sancito la sovranità territoriale filippina su tali atolli in quanto facenti parte della Zona Economica Esclusiva dell’Arcipelago, rigettando nello stesso tempo le pretese di sovranità cinese nell’area. La sentenza, tuttavia, non è mai stata fatta valere da Duterte al fine di risolvere la disputa, anzi: spesso l’uscente Presidente ne ha sottolineato lo scarso valore, preferendo come strada il dialogo bilaterale con Pechino. Alla luce di ciò, nel 2018 i due Paesi hanno siglato un Memorandum per l’inizio di attività di esplorazione marittima, nel tentativo di trovare un orizzonte di interessi comuni e iniziare una nuova fase di relazioni sino-filippine attorno agli atolli contesi. 

È dunque interessante notare come, al termine del proprio mandato, l’amministrazione Duterte riporti quanto intentato al punto di partenza, e ciò è spiegabile in considerazione di diversi fattori. Innanzitutto, le relazioni tra i due paesi sono state e rimangono asimmetriche: la Cina infatti può permettersi di tenere aperto un tavolo di dialogo in materia economica non rinunciando al controllo de facto degli atolli e susseguenti azioni di disturbo, e anzi incoraggia qualsiasi iniziativa che possa mantenere tale stato delle cose senza la necessità di fare vere concessioni alla controparte. In secondo luogo e alla luce della posizione cinese, l’opinione pubblica filippina e larga parte della sua burocrazia (in particolare le Forze Armate Filippine) percepiscono tali dispute come una minaccia alla sicurezza nazionale: pertanto, esiste un comune sentimento a non fare concessioni territoriali di alcun tipo, anche a costo di mantenere una situazione di stallo. Tale ultima condizione sembra essere ormai opinione consolidata nel Paese, tanto che anche il neo eletto Ferdinand “Bong-Bong” Marcos, il più filocinese tra i candidati alla presidenza, ha dichiarato l’intenzione di ingaggiare la Cina sulla base dei principi della Costituzione Filippina e della sentenza arbitrale del 2016. 

Prosciugatosi dunque il canale del puro appeasement nei confronti del Dragone, sarà di primaria importanza per l’amministrazione entrante trovare nuove soluzioni a questo vecchio problema: se infatti sembra difficile strappare delle concessioni alla Cina sulla mera base di buone relazioni diplomatiche, appare sempre più chiaro come sia parimenti improbabile un intervento militare, magari servendosi dell’alleato storico dell’arcipelago, gli Stati Uniti. Coinvolgere attivamente la Superpotenza in una disputa avente carattere squisitamente regionale, infatti, comporterebbe il rischio di ancor più aspre ritorsioni cinesi, e un susseguente complicarsi della situazione a danno degli interessi filippini. D’altro canto, gli atolli contesi poggiano su una porzione di mare di vitale importanza per l’arcipelago, sia perché ricca di risorse ittiche ed energetiche, sia perché costituisce un importante piattaforma strategica per la protezione dei traffici marittimi e per la sicurezza dei principali porti del Paese. Alla luce di ciò, dunque, il prolungarsi della situazione di stallo sembra addirittura preferibile anche da parte filippina: con l’aumentare delle proprie capacità militari e di deterrenza, in uno con un’attenta pianificazione strategica, non è da escludere che l’Arcipelago possa arrivare nel lungo periodo ad uno status quo accettabile, al prezzo di un prolungato stato di tensione.

In questo contesto, la conclusione infruttuosa delle suddette negoziazioni è un ulteriore segnale della necessità di un cambio di approccio anche per altri Paesi della regione. Vi sono infatti altri Paesi del Sud-Est Asiatico, in primis il Vietnam e la Malesia, che vedono le proprie pretese di sovranità nel Mar Cinese Meridionale minate dall’espansionismo di Pechino. Nella scorsa decade l’approccio del Dragone è stato quello di ingaggiare separatamente ciascun Paese al fine di ottenere soluzioni accomodanti in merito, promettendo vantaggi economici che tuttavia stentano a materializzarsi. Da qui il fallimento dei tentativi di risoluzione di tale controversia a livello multilaterale, specie tramite l’ASEAN Regional Forum. Al momento attuale, il rafforzamento delle capacità di difesa ci ciascun Paese, in uno con lo sviluppo di partenariati strategici con Stati aventi i medesimi interessi nell’area, sembra sempre più la base per lo sviluppo di nuove soluzioni per la sicurezza in questa importantissima regione marittima, nei complicati anni a venire. 

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