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Riflessioni “dall’altro lato dello stretto”: le ragioni del riposizionamento strategico delle Filippine.

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Mentre gli occhi del mondo rimangono puntati attorno all’isola di Taiwan, a seguito delle annunciate giornate di esercitazioni militari cinesi attorno a Formosa, dall’altro lato dello stretto di Luzon è arrivato l’annuncio ufficiale: verrà “immediatamente” dato il via all’accesso rotazionale di truppe americane in quattro ulteriori basi militari Filippine, due delle quali sono rivolte alle caldissime acque dello Stretto di Luzon e del Mar Cinese Meridionale. Non solo, dopo le grandi manovre cinesi sui cieli e acque di Taiwan, Stati Uniti e Filippine hanno dato avvio alla più grande esercitazione militare congiunta della storia recente. Perché una tale presa di posizione? Un paio di riflessioni per provare a darne conto.

L’annuncio ufficiale dell’individuazione definitiva di quattro ulteriori basi in cui le Forze Armate statunitensi potranno stazionare a rotazione nell’Arcipelago è arrivato contestualmente all’ultima esercitazione militare cinese attorno a Taiwan, in risposta al viaggio della presidente Tsai negli Stati Uniti. Non può che colpire il tempismo dell’annuncio da parte del presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., in giorni in cui gli occhi di Pechino erano chiaramente puntati verso altri, pur se prossimi, lidi. Lo stile dell’annuncio, e in generale del modo in cui l’amministrazione filippina ha gestito e sta gestendo una ormai consistente, duratura e incrementata presenza militare statunitense nell’arcipelago denota il tentativo da parte di Manila di mantenere un profilo apparentemente basso, per non provocare ulteriormente Pechino, più di quanto già lo faccia la realtà dei fatti. L’implementazione ed espansione di EDCA (Ehanced Defense Cooperation Agreement) attraverso l’accesso a nuove basi, in uno con l’avvio della più grande esercitazione militare congiunta Balikatan, che vede la presenza di 17.600 militari statunitensi e filippini (nonché una manciata di australiani), fino al prossimo 28 aprile, dimostrano come la traiettoria strategica delle Filippine sembri piuttosto tracciata, quantomeno nel breve e medio periodo.
Questo dato è rilevante per comprendere in più ampio raggio l’architettura strategica della regione, e sottolineare come per quanto sia una narrazione affascinante, l’idea per cui le “medie e piccole potenze” del Sudest Asiatico necessariamente “oscillino” tra le due Superpotenze del nostro tempo sia una lente di lettura sempre meno efficace per quanto sta accadendo. E ovviamente, dato che spesso “la Politica delle Filippine raramente si ferma sulle sponde del mare”, per dar conto di questi cambiamenti occorre seguire attentamente ciò che sta accadendo nell’Arcipelago. 

Il primo aspetto che occorre sottolineare è come sia difficile, in generale, comprendere il posizionamento strategico di molti Paesi del Sudest Asiatico, un po’ data l’eterogeneità e l’incoerenza della loro politica interna, un po’ data la relativamente contenuta rilevanza strategica che questi Paesi hanno rivestito durante e dopo la guerra fredda. Alcuni adducono a queste diversità alcune delle ragioni per cui l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) vive in modo tentennante ogni iniziativa volta alla cooperazione in materia di sicurezza, con la maggior parte dei Paesi membri che preferisce legarsi (più o meno intensamente) ad una Potenza esterna per soddisfare tale necessità di sicurezza (leggisi, gli USA per i Paesi Costieri), cercando invece di aumentare l’integrazione economica e commerciale con il Dragone. Chiaramente, durante tutto il periodo che va dal crollo dell’Unione Sovietica fino a tutti gli anni ’00 del XXI secolo, l’ordine unilaterale americano manteneva basse le necessità di questi Paesi in materia di sicurezza esterna, che potettero concentrarsi (come proprio le Filippine) sull’ordine interno. Con l’aumentare delle capacità militari cinesi e con l’asserzione di pretese territoriali su quasi tutto il Mar Cinese Meridionale (un’enorme area marittima delimitata dalla 9-Dash line, un millantato “confine storico” di legittimità quantomeno dubbia) da parte della Repubblica Popolare, per un po’ tutti i Paesi costieri del Sudest Asiatico è aumentata la necessità di sicurezza, specie nel campo della difesa esterna. Questa generalissima tendenza aumenta di intensità in base alla posizione geografica di ciascun Paese. È ragionevole ritenere, dunque, che la necessità e l’urgenza di aumentare le proprie capacità di deterrenza e difesa marittima da parte dei Paesi dell’area sia, quantomeno nell’ultimo decennio, strettamente collegata alla prossimità geografica con l’emergente (o forse ormai, emersa) Repubblica Popolare, mantenendo fermo un incremento delle capacità militari e dell’assertività nel mare (e non) di Pechino. Di conseguenza, pur rimanendo quasi tutti questi paesi Paesi caotici e instabili dal punto di vista della loro politica interna, da un punto di vista meramente strategico è osservabile come la possibilità di “oscillare” tra gli interessi delle superpotenze in gioco si restringa in base alla posizione geografica di ciascuno di essi. 

Da questa considerazione deriva un’importante conseguenza per ciascun Paese dell’area che aspiri ad “oscillare”: la prossimità geografica alla Repubblica Popolare aumenta drasticamente i rischi di una tale politica, determinando la differenza tra una brillante politica “ambivalente” (di cui fulgido esempio possono essere Singapore e Malesia) e un disastro strategico.

Torniamo alle Filippine: l’Arcipelago è pressoché nella peggiore posizione geografica possibile, con l’intero Arcipelago di Palawan immerso nel Mar Cinese Meridionale, assieme alla costa nordoccidentale del Luzon, il quale verso nord punta direttamente a Taiwan. Per essere ancora più specifici, il Luzon, l’isola più grande e settentrionale del Paese, è il cuore pulsante della sua economia e ospita, assieme alla megalopoli Manila, altre provincie considerate produttive e relativamente più ricche. Le recenti dispute riguardanti il controllo di formazioni marittime, isole e atolli nel Mar Cinese Meridionale, assieme alla creazione di isole artificiali nel mare da parte della Marina e Guardia costiera cinesi rendono di fatto possibile alla Repubblica Popolare affacciarsi a dirimpetto di tali aree costiere, e grazie alla evidente disparità di capacità militari, l’Arcipelago non ha molti mezzi o capacità di resistere a tali evenienze. Le Filippine, pur essendo tendenzialmente filo-Statunitensi anche in considerazione dell’alleanza in vigore tra i due Paesi, vivono tale drammatica realtà geopolitica e geostrategica come il flagello della propria politica estera e militare, generando risposte spesso scoordinate. Infatti, nel grande show della politica filippina, in cui istanze anti-colonialiste e nazionalistiche influiscono anche nelle decisioni di politica estera (si pensi alla chiusura delle basi militari USA del 1992), o in cui le prerogative e gli interessi delle élite prevaricano sulla strategia nazionale, soltanto a seguito di episodi eclatanti quali lo stallo di Scarborough Shoal del 2012 l’Arcipelago decise di aumentare le proprie capacità di deterrenza, e da qui la firma dell’Accordo EDCA con gli USA nel 2014, decisa dall’amministrazione di Benigno Aquino III, e la causa internazionale intentata presso la Corte Arbitrale Permanente dell’Aja proprio sulla legittimità delle pretese cinesi sul Mare. Il successore, Rodrigo Duterte, intentò invece l’opposto: una politica di appeasement nei confronti della Cina e un (quantomeno millantato) allontanamento dagli Stati Uniti. La convinzione di Duterte e di una parte delle élite filippine era di assecondare le pretese e le promesse cinesi, cedendo di fatto su alcune delle pretese territoriali in cambio di una pacificazione e normalizzazione dei rapporti. Molti hanno osservato come tale comportamento avrebbe finalmente reso l’Arcipelago un “oscillatore normale”, come altri suoi vicini dell’Asia marittima. 

Avanti di 7 anni, è interessante osservare come la nota diramata dall’Ambasciata cinese a Manila a seguito dell’annunciata espansione di EDCA e della Balikatan sottolinei come “le Filippine agendo in questo modo si getteranno in un baratro geopolitico”. Sicuramente, schierarsi apertamente con gli Stati Uniti in un periodo di tensione tra superpotenze significa alzare le probabilità di essere coinvolti in un conflitto. Eppure, alcuni commentatori osservano come le Filippine sotto Duterte abbiano davvero provato ad adottare una strategia diversa, più volta all’”oscillamento”, non fosse che il prezzo chiesto dal Dragone fosse davvero troppo alto: estromettere gli Stati Uniti dalle questioni militari dell’Arcipelago e cedere ancor di più sulle istanze di dominio marittimo avrebbe di fatto lasciato Manila priva di difese contro il nuovo, presunto, protettore. Rimane ancora da stabilire se Duterte stesso sia stato consapevole di tali rischi, o se invece la burocrazia militare e il sostegno USA durante la Pandemia abbiano contribuito ad evitare il disastro. Il deteriorarsi della stabilità attorno a Taiwan inoltre è un fattore che ha spinto ulteriormente l’amministrazione a guida Marcos Jr. nel rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti: essendoci una lontana ma concreta possibilità di conflitto nello Stretto, le Filippine ne rimarrebbero coinvolte, e un’aumentata presenza americana nel territorio incrementa le capacità difensive nel breve e medio periodo, senza aspettare il compimento di costosi programmi di riarmo. Verosimilmente e dichiaratamente, soltanto in questo modo le Filippine possono acquisire “efficaci capacità di deterrenza e difesa” in quelli che ormai appaiono sempre di più due fronti. In altre parole, il fattore geografico spinge già l’Arcipelago in un baratro geopolitico, in cui senza concrete rassicurazioni da parte di Pechino, Manila ha preferito gettarsi con un paracadute statunitense. 


Per concludere questa serie di riflessioni, si vuole sottolineare un ulteriore aspetto a riprova di quanto sopra discusso: esiste nelle Filippine una cospicua élite che sostiene una politica più filo-cinese e conciliatoria, a conferma dei fitti rapporti commerciali che sussistono tra i due Paesi. A riprova di ciò, molte voci della politica filippina mettono in discussione le scelte dell’Amministrazione. Tuttavia, occorre sottolineare come a questa istanza domestica che spingerebbe il Paese ad “oscillare” è stato dato ampio credito negli anni di Duterte, ma ancora una volta il fattore geografico e la sensazione di minacce provenienti dal mare ha prevalso, non solo nelle scelte dei burocrati ma anche nella popolazione filippina. Quest’ultima, infatti, è ed è rimasta esclusa per la maggiore dai grandi benefici commerciali (promessi e non) con il Dragone, e si aggrappa all’identità nazionale e alla sensazione di indipendenza e sovranità anche per valutare l’operato di un’amministrazione. Sovranità, sicurezza e indipendenza infatti sono beni conquistati da poco e a cui viene attribuito un valore diverso in queste zone di mondo rispetto che ad altre. Senza contezza di questi fattori, pertanto, non si riuscirebbe completamente a dar conto della politica estera filippina, con il rischio di ricondurre troppi accadimenti solamente all’agency o alla capacità di influenza della grande potenza di turno, o ancora a considerare “oscillatorio” tutto ciò che pertiene la politica estera dei Paesi ASEAN. Come visto, la situazione “dall’altra sponda dello stretto” ci restituisce una realtà ben più complessa e meritevole di una costante osservazione, data la recente rilevanza globale delle vicende dell’area.

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