Le elezioni di medio termine del 2025 nelle Filippine non si sono configurate come una semplice tappa procedurale del calendario democratico, bensì come un momento rivelatore di ricalibrazione politica all’interno di un contesto segnato da una crescente frammentazione delle élite e da una profonda polarizzazione dell’elettorato. Lungi dall’essere meri esercizi di espressione della volontà popolare, le consultazioni elettorali nel contesto filippino operano come vere e proprie performance ritualizzate di consenso, dove la partecipazione risulta elevata, ma una trasformazione politica sostanziale resta sistematicamente elusa. L’elevata affluenza del 2025, oltre l’82%, non va dunque interpretata come indice di vitalità democratica, bensì come sintomo di un’arena politica attraversata da dinamiche affettive, polarizzazioni dinastiche e uso strumentale della legalità a fini di competizione intra-elitista.
Partendo da questo, si cercherà di analizzare il comportamento elettorale alle elezioni di medio termine del 2025 per evidenziando come le dinamiche osservate non costituiscano anomalie o segnali di immaturità democratica, bensì esiti strutturati di un sistema politico in cui la riproduzione del potere oligarchico avviene tramite l’apparato formale della democrazia.
La pervasività del dominio dinastico nell’architettura politica filippina è ampiamente documentata. Dal collasso della dittatura di Marcos nel 1986, le procedure democratiche non hanno smantellato il potere delle élite, ma ne hanno semplicemente ristrutturato le modalità di esercizio. L’elezione di Ferdinand Marcos Jr. nel 2022 ha rappresentato l’apice di un lungo processo di riabilitazione dinastica, reso possibile da un’abile combinazione di revisionismo storico, populismo, comunicazione mediatica basata su algoritmico e delegittimazione della tecnocrazia liberale, nonché dell’alleanza con la famiglia dei Duterte in una coalizione chiamata “UniTeam”, che ha assicurato a Marcos Jr. la vittoria anche nel sud del Paese, storicamente la “roccaforte elettorale” dei Duterte.
Parallelamente, la famiglia Duterte ha compiuto una transizione da dinastia regionale, radicata a Davao, a forza nazionale, attraverso l’utilizzo di una retorica punitiva e populista che ha risuonato efficacemente nell’insoddisfazione di molti cittadini, e costituito la base di political marketing di Rodrigo Duterte. Tuttavia, le elezioni del 2025 hanno reso manifesta la rottura dell’alleanza Marcos-Duterte, implosa sotto il peso di ambizioni concorrenti e guerre legali. Il procedimento di impeachment nei confronti della vicepresidente Sara Duterte e la simbolica rielezione dell’ex presidente Rodrigo Duterte, avvenuta nonostante la sua detenzione presso la Corte Penale Internazionale, dimostrano come nella competizione elettorale Filippina la legalità non opera più come norma imparziale, bensì come strumento strategico di controllo e delegittimazione all’interno del campo elitario.
Frammentazione oligarchica e legalità strumentale nella lotta intra-elitista
All’interno di questo contesto polarizzato, la decisione elettorale non può essere interpretata attraverso i consueti modelli di scelta razionale o allineamento programmatico. Gli elettori si muovono in un ambiente discorsivo saturo di narrazioni emotive, paure moralizzanti e fratture storico-identitarie. Il sostegno a Sara Duterte, nonostante il suo coinvolgimento in procedimenti giudiziari, appare come un atto di identificazione affettiva nei confronti di una figura percepita come vittima di persecuzione politica da parte del medesimo sistema che il padre aveva frontalmente sfidato.
Analogamente, candidati come Bong Go e Bato dela Rosa hanno capitalizzato la loro prossimità all’eredità dutertiana, attivando memorie collettive legate all’ordine, alla repressione, al desiderio di vendetta simbolica nonché il vittimismo connesso all’arresto di Rodrigo Duterte. In tale configurazione, il voto diventa espressione di appartenenza emotiva più che deliberazione razionale. Le infrastrutture digitali, in particolare i social media, accentuano tale meccanismo, amplificando contenuti basati su indignazione morale, nostalgia e antagonismo. La conseguenza è che la disinformazione non costituisce una deviazione dal sistema, bensì una sua componente strutturale.
Nonostante la retorica nazionale domini il discorso elettorale, le dinamiche locali restano profondamente segnate dalla logica clientelare. Nelle aree rurali e nelle periferie urbane, la fedeltà politica è ancora costruita attorno a relazioni di parentela, reciprocità e sopravvivenza economica. I clan politici, radicati nei meccanismi amministrativi locali, continuano a dominare tramite macchine elettorali capaci di trasformare risorse pubbliche in consenso.
Questa persistenza del clientelismo non implica ignoranza da parte degli elettori, ma rappresenta un adattamento razionale in un sistema dove l’accesso a diritti e opportunità è mediato da reti personalistiche anziché da istituzioni universalistiche. In tale contesto, il voto assume la forma di una negoziazione strategica entro un orizzonte di possibilità profondamente limitato.
Il 2025 come laboratorio politico
Le elezioni di medio termine hanno svolto la funzione di prefigurazione del confronto politico del 2028, offrendo uno spazio anticipato per la ristrutturazione delle alleanze e la ri-legittimazione delle figure chiave. Il campo marcosiano, indebolito da fratture interne e da risultati elettorali al di sotto delle attese, si confronta con una crisi di autorità che potrebbe compromettere le sue ambizioni di continuità dinastica. Al contrario, i Duterte hanno saputo rilanciare la propria narrazione populista in chiave oppositiva, ricorrendo al lessico della vittimizzazione e della sovranità tradita. Il ricorso al lawfare, ovvero alla giustizia come strumento di delegittimazione politica, si è rivelato centrale in questo scenario. L’esito del procedimento contro Sara Duterte, indipendentemente dalla sua conclusione formale, ha già ristrutturato il terreno discorsivo in vista del 2028. In assenza di partiti programmatici solidi, il prossimo ciclo elettorale sarà con ogni probabilità dominato da forme di populismo coalizionale basato su aggregazioni instabili fondate su personalità mediatizzate piuttosto che su progetti politici strutturati.
Concludendo, da questa lettura emerge una visione della democrazia filippina come sistema formalmente attivo ma sostanzialmente bloccato. Le istituzioni elettorali, giudiziarie e mediatiche non sono scomparse, ma sono state inglobate in un regime di pluralismo controllato, dove la rotazione delle élite avviene sotto la maschera della rappresentanza popolare. Il comportamento degli elettori, lungi dall’essere segno di apatia o alienazione, riflette una strategia di sopravvivenza razionale e un investimento affettivo dentro un campo egemonico profondamente chiuso.
Senza un intervento sostanziale di attori contro-elitari, movimenti sociali, sindacati, reti popolari, le elezioni del 2028 rischiano di replicare le stesse strutture di dominio, camuffate da nuovi linguaggi e personalità. La sfida, pertanto, non risiede solo nell’aumentare la partecipazione, ma nel promuovere una rifondazione radicale dell’immaginario politico. È necessario andare oltre l’educazione civica e affrontare la questione della redistribuzione del potere; costruire istituzioni capaci di spezzare il monopolio delle dinastie, di demistificare la legalità come tecnica di controllo, e di aprire nuovi spazi per un’azione collettiva democratica e trasformativa. In assenza di ciò, le elezioni continueranno a funzionare come atti ritualizzati di consenso all’interno di un ordine che offre scelta senza cambiamento, partecipazione senza potere, e sovranità senza emancipazione.

