L’ex presidente filippino Rodrigo Duterte è stato arrestato all’aeroporto di Manila su ordine della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità legati alla sua “guerra alla droga”. L’arresto segna una svolta politica, riflettendo le tensioni tra le dinastie Duterte e Marcos, il ruolo della società civile e l’influenza della competizione tra Cina e Stati Uniti nelle Filippine.
Lo scorso 11 marzo, al ritorno da un viaggio a Hong Kong, l’ex presidente filippino Rodrigo Roa Duterte è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Manila. L’arresto è stato ordinato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja, con la mobilitazione di circa settemila poliziotti in un’operazione coordinata in loco dall’Interpol. Duterte è accusato di crimini contro l’umanità per le uccisioni extragiudiziali di migliaia di civili avvenute tra il 2011 e il 2018. Durante il suo mandato di sindaco della città di Davao e, successivamente, come presidente, la sua politica di “guerra alla droga” avrebbe causato almeno dodicimila (ma secondo alcuni studi, quasi trentamila) vittime tra i civili, uccisi senza giusto processo dalla polizia e da squadre di vigilanti, note anche come death squads.
Un mandato di arresto della Corte pendeva già da diversi anni sull’ex presidente, la cui amministrazione aveva ritirato le Filippine dallo Statuto di Roma nel 2018. Tuttavia, la giurisdizione della Corte rimane valida per gli atti commessi prima del ritiro dallo Statuto, e dunque Duterte dovrà rispondere per i crimini commessi fino al 2019, in qualità di mandante e orchestratore di un sistema capillare volto a eliminare non solo sospetti spacciatori, ma anche consumatori di stupefacenti. L’ex presidente è stato quindi imbarcato su un volo speciale verso l’Aja, dove trascorrerà il periodo di detenzione in attesa di giudizio nel carcere speciale di Scheveningen.
Dal punto di vista giuridico, il processo contro Duterte potrebbe durare diversi anni, qualora la giurisdizione della Corte venisse confermata. Su questo punto, va notato che la Corte Penale Internazionale può intervenire solo in caso di impossibilità o mancato esercizio della giurisdizione penale da parte dello Stato di appartenenza dell’imputato. Alla conclusione del mandato di Duterte nel 2022, la sua popolarità era ancora elevata e la vittoria elettorale di Ferdinand “Bong-Bong” Marcos Jr., in alleanza con la figlia di Duterte, Sara, lasciava poche speranze per l’apertura di procedimenti penali a suo carico. Il ticket elettorale Marcos-Duterte, noto come UniTeam, aveva infatti vinto promettendo continuità con le politiche di “pugno di ferro” dell’amministrazione uscente. Dopo anni di immobilità giudiziaria, sembra ora che questa mancanza di iniziative legali da parte della giustizia filippina possa fornire la base per l’intervento della Corte. Tuttavia, la mobilitazione di una massiccia forza di polizia per eseguire l’arresto di Duterte potrebbe essere usata come argomento per contestare questo presupposto.
Come si è passati da un contesto di impunità e approvazione della guerra alla droga a un arresto con un dispiegamento senza precedenti di forze dell’ordine? La risposta sembra risiedere nella convergenza di tre fattori principali:
- La spaccatura all’interno di UniTeam e la lotta dinastica in vista delle elezioni di metà mandato.
- L’attivismo della società civile e il lavoro della Corte.
- La competizione geopolitica tra Cina e Stati Uniti nelle Filippine.
Innanzitutto, la rottura tra Bongbong Marcos e la vicepresidente Sara Duterte è emersa pochi mesi dopo l’insediamento del governo, con scandali e scambi di accuse che hanno portato i due leader su fronti opposti in questioni come la gestione dell’inflazione, l’istruzione e il riavvicinamento di Marcos Jr. agli Stati Uniti. Rodrigo Duterte non ha esitato a sostenere la figlia, lanciando insulti e dichiarazioni provocatorie, tra cui la minaccia di “separare” Mindanao dal resto del Paese, l’accusa a Marcos di essere tossicodipendente e l’invocazione dell’intervento dell’esercito per difendere Sara dalle accuse della famiglia Marcos. Inoltre, Sara Duterte è attualmente in stato di accusa da parte del Congresso per aver minacciato di morte Bongbong, la First Lady e il portavoce del Congresso (cugino di Marcos) in un video online.
Dopo le elezioni di metà mandato, un Senato a maggioranza pro-Marcos potrebbe portare avanti il processo di impeachment contro la vicepresidente. In questo scenario di crescente rivalità tra le dinastie, l’amministrazione Marcos aveva già adottato, a partire dal 2024, un atteggiamento più ambiguo nei confronti della Corte Penale Internazionale, dichiarando di non poter interferire con il lavoro degli investigatori della Corte (pur ribadendo l’assenza di giurisdizione della CPI) se fossero stati operativi nel Paese. In assenza di un’opposizione istituzionale forte, le due dinastie sembrano puntare a eliminarsi reciprocamente per ottenere il pieno controllo della presidenza nel 2028. Se i Duterte venissero estromessi dalla scena politica, Bongbong Marcos potrebbe nominare un successore a lui fedele o sfruttare il mandato per implementare riforme istituzionali volte a garantire la sua rielezione.
In secondo luogo, l’attività di gruppi di ricercatori, ONG e parte della società civile ha agevolato le indagini della Corte, che avrebbe inviato investigatori nelle Filippine circa due anni fa per raccogliere prove preliminari.
Infine, va sottolineato che Duterte aveva cercato nella Cina un alleato per legittimare la sua amministrazione e sostenere le sue politiche di guerra alla droga. Dopo aver bollato la giustizia penale internazionale come un “principio occidentale imposto dall’imperialismo”, si era alienato le simpatie dell’amministrazione Obama e dell’Unione Europea, trovando invece nella Cina (e, in misura minore, nella Russia) un interlocutore disposto a soprassedere sulle violazioni dei diritti umani. Pechino offriva, inoltre, finanziamenti per progetti infrastrutturali, rafforzando il sostegno interno a Duterte. In questo senso, la competizione tra le grandi potenze è diventata un ulteriore elemento dello scontro dinastico. Non a caso, poche ore dopo l’arresto, la Cina ha invitato a “non politicizzare” l’evento, mantenendo una posizione ambigua.
Duterte, ormai quasi ottantenne, difficilmente potrà tornare in patria a breve. Anche qualora la Corte Suprema filippina accettasse il ricorso presentato dai suoi figli per contestare la giurisdizione della CPI, ci vorrebbe tempo prima che la Corte dell’Aja prenda una decisione. Questo avverrebbe in un momento critico della campagna elettorale nazionale, in cui la possibilità di mettere sotto accusa Sara Duterte dipenderà dai risultati delle elezioni di metà mandato.
Nonostante le difficoltà, la dinastia Duterte conserva ancora un forte sostegno popolare, soprattutto a Mindanao. La sua fazione politica potrebbe sfruttare l’arresto come strumento di propaganda, alimentando la retorica populista che ha reso Rodrigo Duterte una figura di culto: il sacrificio, il vittimismo e la resilienza contro le avversità, infuocando ulteriormente la lotta politica tra le due dinastie, forse a livelli non ancora visti in precedenza. Va tuttavia sottolineato come, nonostante iniziali timori di proteste e disordini conseguenti l’arresto, non vi sia stata al momento alcuna mobilitazione di massa a sostegno di Duterte, se non il consueto susseguirsi di dibattiti e commenti nei social media. Sembra invece che Sara e altri fedelissimi di Duterte stiano sfruttando a proprio vantaggio elettorale tale situazione di “martirio” del padre, mostrando la loro vicinanza e mettendone in risalto la precarietà di salute, e gli abusi subiti da parte delle forze dell’ordine durante l’arresto.
Nel frattempo, l’atteggiamento neutrale di Marcos Jr. potrebbe rivelarsi problematico. La sua inazione potrebbe essere percepita come debolezza o addirittura come complicità in quella che molti filippini considerano una violazione della sovranità nazionale. Va però sottolineato come tale arresto possa sicuramente rafforzare l’immagine delle Filippine come un attore responsabile nell’ordine liberale, in un processo di progressivo “riaccreditamento” della dinastia dei Marcos a livello internazionale oltre che domestico. Un altro aspetto connesso a tale fenomeno è il fatto che, con i Duterte in “ritirata strategica” e Stati Uniti in fase di assestamento dovuto all’avvento dell’amministrazione Trump, i Marcos potrebbero sfruttare tale momento per riallacciare i molto compromessi rapporti con Pechino, in una costante ricerca di più partner possibili per il rafforzamento della legittimità domestica. Questa ipotesi, al momento attuale, potrebbe tuttavia essere meno plausibile, dato lo stato di tensione in cui versano le relazioni Cina-Filippine, minate dagli incidenti nel Mar Cinese Meridionale.
In conclusione, sebbene l’arresto di Duterte rappresenti un passo avanti per la giustizia internazionale, è soprattutto il risultato di una lotta di potere interna tra le dinastie al governo, inserita in un contesto di crescente polarizzazione e progressivo deterioramento democratico delle Filippine.

