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Rubriche#USA2020Filibustering: fra duelli d’onore e regolamenti bizantini

Filibustering: fra duelli d’onore e regolamenti bizantini

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L’ostruzionismo è parte integrante del processo politico americano e i tentativi di superarne l’importanza sono complessi e dalle molteplici ramificazioni. Di certo, la divisione crescente fra i due principali partiti americani non aiuta.

Genesi della pratica

Aaron Burr, oltre che per essere un padre fondatore e vicepresidente degli Stati Uniti, può essere ricordato per due cose: per aver ucciso Alexander Hamilton, lo storico primo Segretario del Tesoro e ancora oggi volto dei 10 dollari, e per aver involontariamente inventato il filibustering. Il filibustering, il cui etimo deriva dai filibustieri che intercettano le navi mercantili, è la pratica di prolungare il più possibile il dibattito nel Senato degli Stati Uniti per fare ostruzionismo.

Nel 1806, poco dopo aver ucciso l’altro padre fondatore in un duello, Burr suggerì al Senato che la regola che permetteva la chiusura dei dibattiti con una maggioranza semplice andasse abolita, cosa che avvenne l’anno successivo. Ma solo nel 1841 ci si accorse che, in questo modo, la discussione su una legge poteva durare all’infinito o fino a quando non fosse stata ritirata. Woodrow Wilson nel 1917 fece introdurre al Senato la cosiddetta cloture, ovvero una mozione che terminava forzatamente il dibattito nell’aula, tuttavia richiedeva il consenso di due terzi dei senatori. La maggioranza necessaria fu ridotta a quella di tre quinti nel 1975, dove rimane ora.

La tendenza all’immobilismo

Negli ultimi decenni, la cloture è diventata di fatto obbligatoria per portare a termine qualsiasi votazione del senato, sia sugli emendamenti che sulle leggi. Su 100 senatori, quindi, 41 contrari sono abbastanza per bloccare una proposta. Il compromesso bipartisan è, di conseguenza, sempre più necessario, anche se le divergenze fra i due principali partiti americani si stanno facendo sempre più marcate, specialmente dal secondo mandato Obama.

Questa polarizzazione ha radicalmente trasformato la procedura parlamentare della camera alta del congresso: giustificata nel secolo scorso come pratica per incitare al compromesso e al dialogo delle due forze politiche, adesso il filibustering, più che promuovere approcci bipartisan, crea una situazione di immobilismo, in cui ogni legge o proposta non totalmente condivisa dall’altra fazione rischia di morire sul nascere per quanto ne è facile l’ostruzionismo.

L’attuale capo della maggioranza al senato, Mitch McConnell, inoltre spesso evita completamente di iscrivere in agenda i disegni di legge approvati dalla Camera, controllata dai democratici, in quanto dà priorità alla conferma delle nomine dei giudici federali proposti dall’amministrazione Trump. Negli Stati Uniti, infatti, i giudici delle corti federali, compresa quella suprema, sono cariche a nomina politica, poiché quando un posto è vacante, il presidente in carica deve proporre un nome che il senato dovrà poi confermare o rigettare per quella posizione, in teoria attraverso un voto a maggioranza semplice. Queste cariche sono a vita e il senato di McConnell è riuscito, finora, ad approvare 218 nomi avanzati da Trump, tra cui due alla Corte Suprema, a cui andrebbe aggiunta, in caso di conferma, la nomina a quest’ultima di Amy Coney Barrett.

L’opzione nucleare

Fino a qualche anno fa, la minoranza democratica avrebbe potuto fare ostruzionismo alle nomine, soprattutto alle più controverse, essendo anche il voto di conferma suscettibile al filibustering. Tuttavia, questo non è più il caso da quando, nel 2013, proprio i democratici ricorsero alla cosiddetta “opzione nucleare”. Era il primo anno della seconda presidenza Obama e il senato a maggioranza democratica era bloccato sempre più spesso dal filibustering dei repubblicani nel tentativo di osteggiare la conferma di giudici liberali, come e soprattutto dei 3 giudici destinati a riempire i seggi della corte di appello del District of Columbia, una delle più importanti poiché ha sotto la propria giurisdizione varie agenzie federali che hanno sede proprio nella capitale. Posto davanti a questo stallo apparentemente insuperabile, l’allora leader della maggioranza Harry Reid fece l’impensabile: adottò una mozione che sfruttava una scappatoia nel codice procedurale del senato per superare il filibustering.

Ritenuta possibile dagli anni ‘60 ma mai effettivamente messa in pratica, questa mossa del cavallo andò più o meno così: fallito un voto di cloture sulla conferma della nomina di Patricia Ann Millett a giudice di appello del DC, Reid invocò un richiamo alle regole, sostenendo che il regolamento del senato richiedesse solo una maggioranza del 50%+1 e non dei 3/5 per invocare la chiusura del dibattito. Il presidente pro tempore del senato respinse il richiamo, poiché, effettivamente, il regolamento specificava i 3/5, ma il democratico fece ricorso al respingimento. Come da procedura, l’appello venne messo a maggioranza semplice e passò 52 a 48: per via del principio della giurisprudenza americana di rendere i precedenti vincolanti, da quel momento in poi i voti di cloture per la conferma dei giudici federali potevano passare a maggioranza semplice, eliminando la possibilità di filibustering.

Quel giorno McConnell profetizzò alla stampa americana che la decisione si sarebbe rivolta contro i democratici e se ne sarebbero pentiti. Effettivamente, è ciò che avvenne non molto dopo, quando, nel 2017, il senatore del Kentucky, ora nella stessa posizione di Harris di 4 anni prima, invocò lo stesso metodo per rendere la conferma dei giudici della corte suprema altrettanto immune al filibustering.

Tornando all’attualità, questi eventi potrebbero portare a due principali conseguenze. Innanzitutto, una conferma controversa, per come i democratici la vedono per via della tempistica, come quella di Amy Coney Barrett non sarebbe mai stata possibile se avesse richiesto 3/5 del senato. Infine, si può ipotizzare che il ritorno alla maggioranza dei democratici al senato, come sembra probabile, potrebbe rendere plausibile un’eliminazione, utilizzando lo stesso criterio, totale del filibustering, soprattutto se i repubblicani intenderanno usarlo in maniera massiccia per ostacolare l’altra fazione, da cui sembrano sempre più divisi.

Ruggero Marino Lazzaroni,
Geopolitica.info

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