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TematicheAmerica LatinaLa fiducia internazionale ritrovata di Nicolás Maduro

La fiducia internazionale ritrovata di Nicolás Maduro

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Con il ritorno della “marea rosa” (come viene definita dai politologi la vittoria delle Sinistre in tutta l’America Latina) come Petro in Colombia, Lula in Brasile, Boric in Cile, Fernandéz in Argentina e Lopez Obrador in Messico, torna alla ribalta internazionale anche il governo bolivariano di Nicolás Maduro Moros – che tra strette di mano e accordi di alto livello sembra aver recuperato il vigore che mancava da (almeno) tre anni.

Da Cucuta ad oggi: la parabola dell’opposizione

Dal febbraio 2019, dai giorni incredibili di Cucuta, la cittadina al confine colombo-venezuelano da cui Juan Guaidó lanciò il suo “attacco” a Maduro, sono passati tre anni. Tre anni sono pochi nel contesto geopolitico internazionale, sono pochi nel quadro di un tentativo di cambio radicale della politica e del governo di una Nazione. Sono bastati tre anni, a Maduro, per fa si che si affievolisse fino quasi a scomparire la parabola del Presidente Interino Juan Guaidó, fortemente voluto da Washington all’indomani delle elezioni politiche venezuelane del 2018, di fatto mai riconosciute da nessun paese straniero; la stessa Casa Bianca che oggi (e con lo stesso segno politico del 2019: i Democratici) sta segnando i giorni che porteranno a scadenza la travagliata avventura del giovane Guaidó.

Il fatto è che neanche i partiti di opposizione rimasti attivi in Venezuela vogliono più partecipare al governo parallelo che avrebbe dovuto sradicare gli elementi del chavismo da Caracas e, soprattutto, da Miraflores (il palazzo presidenziale di Caracas); un governo parallelo che sarebbe dovuto essere l’unico elemento autorizzato a parlare per il Venezuela in patria e all’estero, che avrebbe dovuto isolare Maduro e sovvertire l’ordine con l’unica arma della mobilitazione popolare e della buona politica. Il piano, secondo alcuni, tra cui stretti collaboratori dello stesso Guaidó, non ha funzionato, svuotando completamente le casse finanziarie dell’opposizione stessa (vedasi il caso dell’oro venezuelano nelle banche di Londra) nonché il capitale politico che aveva accumulato e che in parte gli aveva attribuito il consesso internazionale.

In questi tre anni si è affievolita così tanto l’ambizione americana di trovare un sostituto a Maduro che alla fine l’amministrazione Biden ha iniziato a riavviare dei “talks” con il governo chavista, al più alto livello e con le migliori intenzioni. Gli Stati Uniti stanno riallacciando i rapporti diplomatici formali (completamente interrotti dal 23 gennaio 2019 in ragione di elezioni presidenziali non riconosciute a livello internazionale, come sopra ricordato) e pensando di alleggerire le sanzioni,  ponendo delle condizioni a Caracas come la ripresa dei negoziati interni con l’opposizione, per un motivo ben preciso (e consigliato dalla Chevron) : ottenere greggio a buon mercato da rivendere all’Europa e cercare di sfilare Caracas dalla sfera di influenza russa. La delegazione di alto livello partita a marzo da Washington e atterrata a Caracas aveva esattamente questo compito (legato anche ad uno scambio di prigionieri) : il gas di Maduro e la normalizzazione dei rapporti USA-Venezuela.

Cop27 – Il ritorno di Nicolás Maduro nella scena Internazionale

Questo quadro di insieme ha fatto si che Nicolás Maduro potesse tornare a calpestare gli scenari della diplomazia internazionale. Il palcoscenico della Cop27 a Sharm el-Sheik è stata l’occasione perfetta per presenziare.

In una delle prime giornate che hanno aperto la Cop27,  Maduro ha avuto modo di colloquiare, se pur in modo informale, con il presidente francese Emmanuel Macron, il quale si è immediatamente offerto come mediatore tra Governo chavista ed opposizione nella crisi venezuelana (l’11 novembre si sono tenuti a Parigi dei “talks”, nell’ambito del Paris Peace Forum per riaprire i tavoli negoziali); lo statement dell’incontro di Parigi pronuncia infatti: “Questa iniziativa ha il compito di riportare insieme i negoziatori per il Venezuela”.

Il presidente francese, nel suo incontro con Maduro nei corridoi del Summit egiziano, ha espresso una personale volontà: Mi piacerebbe che potessimo parlare ancora e iniziare un lavoro bilaterale che sia utile per il Venezuela e per la regione […] Il continente si sta ricomponendo […]  La Francia deve giocare un ruolo positivo”, ha concluso il presidente Macron, puntualizzando però che è altresì necessario riallacciare fermamente il cammino teso a riaprire i negoziati tra gli attori interni venezuelani (Governo ed opposizione), iniziato a Città del Messico.

Nello stesso scenario e nei giorni a seguire, Maduro ha avuto modo di conversare con il Primo Ministro del Portogallo Antonio Costa e, in particolare, con John Kerry, lo Special Rapporteur di Biden per i temi ambientali e climatici. Questi faccia a faccia con alti rappresentanti dello studio ovale stanno diventando sempre più consueti, con toni certamente meno aggressivi rispetto a quelli normalmente usati dal precedente inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ed in particolare dal suo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton. 

Non bisogna di certo dimenticare e sottolineare la grande intesa tra Colombia e Venezuela scaturita dalla vittoria alle elezioni presidenziali di Gustavo Petro il quale, anche grazie al suo passato rivoluzionario e la sua visione socialista dell’America Latina, ha riallacciato i rapporti con Caracas “tout-court”, a livello politico (con la riapertura delle delegazioni diplomatiche) ed economico (con la riapertura dei passaggi commerciali). 

Basti pensare che pochi giorni fa è stata decretata ed ufficializzata la riapertura dei passi di frontiera (nuovamente operativi dal 1 gennaio 2023) a nord della Colombia, quelli chiusi all’alba delle giornate di Cucuta del febbraio 2019, quando, come prima riportato, Juan Guaidó tentò di dare la spallata al Governo chavista cercando di far passare degli aiuti umanitari ,US AID” ovvero gli aiuti umanitari dell’agenzia USA per le emergenze, tramite i ponti che collegano i due paesi.

Nell’incontro tra Petro e Maduro a Sharm El Sheik i due leader hanno accordato un percorso per rinvigorire, fortificare ed implementare l’Organizzazione per il trattato di cooperazione per l’Amazonia (OTCA), un organismo a cui aderiscono otto paesi amazzonici, Bolivia, Brazile, Colombia, Ecuador, Guyana, Peru, Suriname e Venezuela, ideato per tutelare congiuntamente il patrimonio ambientale della zona. I due hanno anche accordato una potenziale richiesta di fondi per contrastare lo sfruttamento ambientale.

Su questo punto in realtà i due dignitari trovano forti differenze, dettate dal fatto che per il colombiano Petro il petrolio ed il greggio non sono mai stati vitali, anzi, vorrebbe invece che si avvii quanto prima una transizione che porti all’eliminazione dei carburanti fossili. Ovviamente per Maduro questa opzione non è percorribile, dato il livello di dipendenza che il Venezuela (in tutti i settori) ha dal greggio.

Se dunque a Sharm El Sheik da una parte Maduro ha ottenuto alcuni risultati come gli incontri bilaterali, dall’altra parte si è anche complicata la sua situazione interna, promettendo cambiamenti talmente radicali, avanzando ingenti richieste di denaro per la difesa e la salvaguardia dell’Amazzonia, che appaiono difficilmente realizzabili.

Il paradosso amazzonico

Il paradosso di chiedere fondi e lanciare allarmi sull’amazzonia è che proprio il Venezuela, secondo uno studio di Clima21 e RebelionObservatorio Venezolano de Derechos – è uno dei maggiori sfruttatori, se non il primo, dell’ecosistema amazzonico. In un report di Clima21, in cui la stessa ONG analizza gli ultimi disastri ambientali (in particolare gli eventi catastrofici che hanno interessato la zona de Las Tejerias), si afferma che: “In Venezuela, per lungo tempo, i territori sono stati occupati in maniera inadeguata e, spesso, suicida, […] la diminuzione dei boschi in Venezuela ha avanzato ad una velocità maggiore, nel periodo 2016-2021, rispetto ad ogni altro stato amazzonico dell’area”.

Il coordinatore di Clima21, Alejandro Álvarez, fissa il concetto dichiarando che: “La velocità e l’intensità con cui sono spariti i boschi in Venezuela ha interessato in particolare quelle aree, boschive, che non erano destinate a nessun uso, né forestale, né agricolo, nè di nessun tipo”. Nel rapporto si dichiara anche che 5 entità federali (venezuelane) sono responsabili del 57% della deforestazione nazionale.

Tramite la mineria illegale (in particolare quella dell’oro nella zona dell’Orinoco) si sta distruggendo la zona amazzonica venezuelana ubicata nel sud del Paese. Secondo gli studi di SOS ORINOCO, un’organizzazione molto radicata nel territorio, è proprio la politica chavista ad aver reso la zona amazzonica uno scenario di conquista predatoria. L’organizzazione indica i punti che stanno indebolendo il tessuto amazzonico e con esso anche le popolazioni indigene che vi risiedono:

1 • La contaminazione da mercurio proveniente dalle miniere illegali, in particolare dell’Arco Minero dell’Orinoco, passando per le falde, sta inquinando le zone più remote ed incontaminate dell’Amazzonia venezuelana.

2 • La salute pubblica delle popolazioni indigene del Sud è pesantemente affetta dal passaggio di mercurio nelle fonti acquifere. Inoltre, la deforestazione di ingenti zone prima territorio indigeno sta “scoprendo” queste popolazioni, indebolendole e rendendole facile vittima di una malattia terribile che sta tornando nel paese: la malaria.

3 • La distruzione dell’ecosistema (ecocidio) sta interessando aree vastissime del Sud del paese dove il Governo ha dato carta bianca all’industria mineraria illegale.

4 • In un recente annuncio, Maduro ha “donato” a ogni gobernación una cava, il che significa scarsissimo controllo su quanto avviene nel recinto della cava stessa.

5 • Gli attori non-nazionali (come la guerriglia delle FARC) hanno il totale controllo della zona Sud del Venezuela, rendendola assolutamente ingestibile a livello governativo.

A conclusione dell’incontro con Petro, durante il Summit di Sharm El Sheik, Maduro ha pronunciato le seguenti parole: “Se noi, in America Latina, abbiamo una responsabilità, questa è di fermare la distruzione dell’Amazzonia e mettere in atto un processo coordinato di recupero. E la comunità internazionale già si interroga su quanto siano vere e fattibili queste parole.

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