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RubricheIntervisteL’Europa dello spazio. Parla Morena Bernardini

L’Europa dello spazio. Parla Morena Bernardini

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Il tema dei lanciatori non è confinato al solo sviluppo di tecnologie d’avanguardia del settore aerospaziale. Esso è parte attiva e fattiva del progresso generale delle nostre società, con impatti diretti sulle vite quotidiane di tutti i cittadini. Per capire l’importanza di investire nel continuo ed incessante sviluppo di queste tecnologie e le sfide che la rivoluzione del mercato spaziale attualmente in corso sta ponendo all’Europa, abbiamo intervistato l’Ing. Morena Bernardini. Laureata alla Sapienza di Roma in Ingegneria Aerospaziale con specializzazione in Ingegneria Astronautica, e dal settembre 2019 Direttore della Strategia e dell’Innovazione in ArianeGroup.

Ing. Bernardini, innanzitutto grazie per la sua disponibilità. Partiamo da una prima domanda introduttiva: come sta oggi l’Europa dello spazio? Dove potremmo collocare l’Europa rispetto alle principali potenze spaziali come Stati Uniti, Cina e Russia?

Ecco un aspetto chiave: dov’è l’Europa dello spazio. Sicuramente stiamo vivendo un cambiamento di paradigma, dove lo spazio diventa sempre più importante nella vita quotidiana, non solo in quella sociale e politica. L’Europa deve dimostrare la sua volontà di rimanere da protagonista nella corsa allo spazio, visto oggi come la prossima frontiera. In quanto responsabile della Strategia, osservo questi cambiamenti intorno a noi e che interessano oggi il mondo dello spazio, per capire quale dovrebbe essere la nostra capacità di reazione. Per esempio, i lanciatori. Per l’azienda che rappresento non si tratta di battersi contro SpaceX, si tratta in realtà di battersi contro un’indifferenza che può essere quella dell’Europa e delle istituzioni europee nei confronti del tema dell’accesso autonomo allo spazio. Lo spazio entra sempre di più nella nostra vita quotidiana offrendo risposte ai diversi bisogni: bisogni di connettività, di protezione dell’ambiente, di sicurezza, di stabilità politica, di difesa. Se ci lasciassimo guidare da altri nelle nostre azioni strategiche, quale sarebbe allora il futuro degli europei? È proprio in questo contesto che noi, nel 2014, abbiamo proposto una famiglia europea di lanciatori. Questa crediamo possa essere la soluzione. L’Italia, come la Francia, è un paese fondamentale nello sviluppo di questa tecnologia ed entrambi sono paesi importanti nella geopolitica dello spazio in Europa. Tuttavia, oggi, nessun paese può pensare di risolvere da solo il tema dell’accesso allo spazio per l’Europa. Le ambizioni, quindi, di voler essere una sorta di cavalieri solitari in Europa mi sembrano veramente irragionevoli. Le persone con esperienza in questo settore sanno che si andrà verso una richiesta sempre più consistente di queste tecnologie e secondo noi sarà meglio arrivarci in maniera concertata. 

A proposito di capacità di accesso, che cosa significa accedere allo spazio in maniera autonoma? Che tipo di valenza, di ricadute ha sulle nostre società?

Avere un accesso autonomo allo spazio significa essere in grado di decidere per sé stessi. Tutte quelle ricadute che chiamiamo servizi di “downstream”, oggi, vengono dati appunto dallo spazio, senza dover passare per terzi. Non è sufficiente oggi avere solo dei lanciatori performanti e affidabili: dobbiamo prendere coscienza del fatto che lo spazio rappresenta per definizione un bene globale, di cui tutti vogliamo “usufruire”. Lo spazio è diventato centrale per alcune grandi questioni internazionali, come appunto la richiesta di connessione. Oggi, per esempio, circa la metà della popolazione umana non ha un accesso a Internet. Lo spazio è sempre più rilevante per la sicurezza e la difesa. I satelliti di osservazione della Terra oggi arrivano a risoluzioni del “centimetro” in termini di sorveglianza, e questo ha implicazioni cruciali per la sicurezza. Lo spazio è cruciale per la protezione dell’ambiente: più della metà delle variabili ambientali oggi essenziali per misurare i cambiamenti climatici sono osservabili unicamente dallo spazio. Più in generale, lo spazio gioca un ruolo imprescindibile per l’avanzamento della conoscenza e della scienza. I dati che riceviamo dallo spazio fanno avanzare la conoscenza dell’Universo di cui scopriamo sempre un pezzettino in più grazie alle missioni di esplorazione. Ecco, tutto questo è possibile se si ha un accesso autonomo allo spazio. 

Arriviamo allora alle sfide di oggi. Solo 5 anni fa molti – anche tra gli stessi addetti ai lavori – non pensavano ad una rivoluzione così rapida del settore spaziale. La New Space Economy ha stravolto il modo di fare spazio. Lei citava la nascita di molti attori privati come l’iconica SpaceX, negli Stati Uniti, ma vediamo anche quello che succede in Cina dove in poco meno di tre anni si è assistito alla nascita di più di 20 startup industriali focalizzate proprio sullo sviluppo di servizi di lancio. Una “fame” di spazio che si traduce anche in un innalzamento dei livelli di competitività tecnologica del settore. A livello europeo, come stiamo affrontando tutti questi mutamenti? Quali rischi potrebbe correre l’Europa se non riuscisse a cogliere – ed a vincere – queste sfide per tempo? 

Per rispondere a questa domanda io vorrei portare esempi pratici, perché facciamo un paragone tra l’Europa e le altre potenze spaziali. Da gennaio sono stati lanciati 6 lanciatori europei tra Ariane e Vega. Nello stesso arco temporale, ci sono stati 44 lanci in Cina, 38 negli Stati Uniti e 20 in Russia. Questo è il numero di lanci. Se parliamo di budget – senza prendere alla lettera i numeri del budget americano che mette insieme la parte militare e quella civile e spesso soggetti a cambiamenti – si parla di un investimento nelle tecnologie spaziali di 60 miliardi di dollari l’anno, civile e militare insieme. In Europa, il budget dell’ESA è di 14 miliardi in due anni, nel periodo che intercorre tra le due ministeriali. Recentemente è uscito anche il report della NASA sulla missione ARTEMIS, ed è fantastico leggere che da qui al 2025 la NASA spenderà 93 miliardi di dollari per tre missioni di ARTEMIS. Inoltre, il governo americano afferma di volersi impegnare nell’acquisto di ulteriori capacità di connettività via satellite per 875 milioni di dollari che si aggiungono ai 900 milioni di dollari già stanziati qualche mese fa dal Dipartimento della Difesa proprio per avere accesso a capacità di connettività satellitare. Leggere tutto questo è fantastico ed allo stesso tempo ci fa capire quanto il paragone sia infondato tra quello che succede in Europa e quello che succede in America. Queste cifre, in Europa, non le abbiamo ancora viste. Spero che le vedremo presto ma, di fatto, non parliamo di numeri simili. C’è però un fattore fondamentale al di là del paragone quantitativo, e cioè che il governo americano svolge la funzione di “anchor customer”, cioè di “primo cliente” che dà credibilità a questi investimenti facendo una sorta di pre-acquisto delle capacità dei sistemi satellitari che sappiamo richiedono ingenti investimenti per poi essere realizzati. C’è quindi un impegno da parte del governo nel voler in qualche modo facilitare l’investimento industriale, ponendosi come cliente di base di queste infrastrutture. Si parlava poi giustamente di Cina. La Cina si trova oggi in una situazione molto diversa. A oggi non possiamo fare questo paragone perché la Cina serve il suo mercato. È vero, c’è un grande numero di lanci che viene effettuato ogni anno in Cina, ma esclusivamente per il mercato cinese. È altrettanto vero che ci sono costellazioni di satelliti che hanno però l’obiettivo di fornire capacità e servizi al paese le quali, al momento, non rappresentano offerte commerciali proposte al di fuori della Cina. Nonostante, quindi, il paragone venga fatto molto spesso con gli Stati Uniti, bisogna ricordare che gli Stati Uniti hanno una vera e propria politica commerciale dietro il proprio cospicuo investimento governativo. Ricordiamoci tutto questo quando facciamo questi paragoni.

Viene allora da chiedersi se, a livello europeo, ci manchi qualcosa. È così? Quali sono le nostre debolezze? Quali i punti di forza strutturali che a livello continentale riusciamo a mettere in campo?

Cosa ci manca? Niente. Ci tengo a ribadirlo. L’Europa ha una capacità tecnologica eccellente in materia di spazio. Molto spesso sono altri paesi che comprano dagli europei proprio perché la qualità tecnologica offerta dell’industria europea è superiore. Da un punto di vista industriale e tecnologico non ci manca niente. Ci manca l’ambizione che invece è espressa in maniera molto decisa da paesi come gli Stati Uniti ma anche da Cina, India e Russia. Questi stati non hanno tutti la stessa postura. Non ne abbiamo parlato prima, ma la Russia per noi europei – che attraverso Arianespace lanciamo il vettore Sojuz – è un partner che ci permette di aggiungere un mattoncino supplementare alla nostra offerta. Quello che in realtà manca in Europa è l’ambizione. Questa ambizione è espressa in maniera molto decisa dagli Stati Uniti dove è affascinante leggere nei documenti ufficiali (e vi invito a farlo) la frase “Space domination”. Ora, la parola “domination” non ha molti sinonimi. Si capisce benissimo quello che si vuole dire con questo termine. C’è una volontà governativa di supportare l’industria attraverso azioni – grandi contratti – per far sì che la propria industria sia la più competitiva a livello mondiale. Quindi, per avere un’Europa dello spazio più forte, da qui a dieci anni, direi che ci manca questa volontà, questa ambizione di riuscire ad essere allo stesso livello di altre potenze spaziali, senza dividersi all’interno. Ritorno a dire che ambizioni da cavalieri solitari sono irrazionali, perché nessuno Stato europeo, più o meno importante che sia, può fare la differenza di fronte a modelli come quelli di uno SpaceX con Starlink, o come un Blue Origin con Kuiper, ovvero progetti di costellazioni satellitari che vanno ad aggiungersi “on top” al puro e crudo modello di business dei lanciatori. Noi di ArianeGroup – leader europeo nei sistemi di lancio – abbiamo condiviso con l’ESA e con l’Unione Europea la nostra visione a lungo termine, non solo della famiglia europea dei lanciatori, ma anche di quello che secondo noi sarà un po’ lo spazio nel 2030-2040 dove pensiamo ci saranno degli “hub spaziali”, dei “rendez-vous” di oggetti nello spazio per andare da un punto A ad un punto B – una sorta di “Lego dello spazio” – fondati sulle capacità e sulle peculiarità europee, a livello di sistema, senza fare un copia incolla di quello che succede negli Stati Uniti dove c’è invece una strategia molto diversa. Io la chiamo “strategia di massa” perché quando si vede uno Starship, il nuovo lanciatore che sta sviluppando SpaceX, con una capacità talmente elevata di portare massa in orbita – 100 tonnellate in orbita bassa – di fatto significa saper poi coprire tutte le altre fasce di mercato. Quella è quindi una strategia diversa, non dico migliore o peggiore, dico che ognuno può creare la propria strategia, e in Europa abbiamo le capacità per farlo senza dover arrossire o per forza copiare quello che fanno gli altri. 

Un punto fondamentale questo: l’Europa ha tutto quello che serve. Ci serve però una “mission” forte. Vorrei però fare un passo indietro per cercare di capire come e se queste realtà private diventeranno sempre più importanti nel settore spaziale. Il settore privato ha assorbito diverse attività come i servizi di lancio e pian piano si sta espandendo in molti altri settori delle attività spaziali. Lei crede che un domani gli attori privati saranno addirittura in grado di avere il “dominio” di interi settori strategici che, ad oggi, sono invece ancora ad esclusivo appannaggio di agenzie governative?

Io credo che ci sia spazio per entrambi. Ovviamente l’istituzione e il privato andranno mano nella mano perché le funzioni non sono le stesse. L’accesso allo spazio è strategico e quindi, per definizione, interessa i governi. In Francia c’è una espressione che a me piace molto, anche se non saprei come tradurla in italiano. Si dice che lo spazio è un’attività “régalienne”, il che ci porta indietro nel tempo e rimarca proprio quanto sia importante per l’istituzione. È strategica, punto. Tuttavia, questo non impedisce ai governi e alle istituzioni di lavorare con attori privati come per esempio la realtà che rappresento. Sviluppiamo il lanciatore europeo ma rimaniamo comunque un’azienda privata. C’è spazio, quindi, per entrambe le funzioni che non devono essere interpretate come in opposizione, ma in cooperazione. Lei diceva giustamente che non ci sono solo i sistemi di lancio, ci sono oggi soprattutto molti progetti di costellazioni e mega costellazioni satellitari. In tutti questi progetti l’istituzione può giocare sicuramente un ruolo fondamentale. Perché? Perché noi siamo per uno spazio sostenibile. Il mio collega Stéphane Israël in un’intervista ha detto che: “per noi lo spazio non è il Far West”, nel senso che oggi questi progetti di costellazione molto spesso nascono e non sono soggetti ad alcuna regolamentazione, ed è lì che l’istituzione può invece giocare un ruolo fondamentale. Ad esempio, oggi, una priorità potrebbe essere quella di proteggere l’orbita bassa, l’orbita LEO. Ad oggi, Starlink ha messo in orbita LEO più di 1400 satelliti. Significa che SpaceX e, quindi, la persona fisica di Elon Musk, possiede più del 50% dei satelliti presenti in orbita bassa. Abbiamo visto recentemente i danni provocati da detriti che possono crearsi in diverse maniere in orbita bassa, e questi debris hanno un effetto su tutti noi: non scelgono, infatti, il satellite da distruggere e possono, pertanto, avere un effetto su tutti quanti. È lì che l’istituzione gioca un ruolo fondamentale che non può essere affidato al privato. Per questo, le due funzioni debbono andare mano nella mano. Lasciatemi insistere su questo punto. Parliamo di costellazioni e mega-costellazioni di migliaia di satelliti: 6000, 7000, 13000, 42000 satelliti, a seconda del progetto di cui stiamo parlando. È ovvio quindi che deve esserci uno sguardo più attento e anche più reattivo delle autorità in questo senso, perché lo spazio sta andando molto velocemente, e il paradigma cambia ad una velocità che sicuramente non è la stessa di 10, 20 o anche 5 anni fa. 

Quanto il terreno europeo sarà fertile anche per la nascita di attori privati che affiancheranno le istituzioni attuali nel perseguire le aspirazioni spaziali a livello continentale? L’Europa è attualmente un terreno fertile o deve ancora diventarlo?

L’Europa è un terreno fertile perché ha le competenze per farlo. Tuttavia, in Europa mi sembra di capire che modelli all’americana non trovano la stessa fertilità. Oggi il modello su cui sviluppiamo, soprattutto l’industria dei lanciatori, è un modello basato sul ritorno geografico; quindi, la geopolitica europea è un fattore importante da prendere in considerazione. Ancora una volta, il paragone non sussiste con altre industrie che non devono sottostare a queste regole, che non devono condividere il proprio prodotto con altri. Giusto per ricordare, Ariane 6 è un lanciatore che viene prodotto in cooperazione con 13 paesi e più di 600 industriali. Non è quindi la stessa cosa che fare il design, la produzione e lo sviluppo di un lanciatore su un unico sito industriale, per esempio. Il terreno è fertile nel senso che le competenze esistono in Europa, ma le regole del gioco sono ancora diverse in Europa, bisogna quindi adottare un modello diverso. Come prima si è parlato del modello di business dove il governo diventa un “anchor customer”. In Europa un modello simile è ancora da adottare. 

Per concludere, allora, le chiedo quali sono le ragioni storico culturali, a livello continentale, che non permettono ancora oggi all’Europa di assumere un ruolo sempre più importante anche a livello internazionale nella politica spaziale e, in questo caso, nell’accesso allo spazio.

L’Europa conta. Io non vedo l’Europa a un livello diverso di altre potenze spaziali. Io vedo l’Europa come una potenza spaziale. Per me non c’è un dislivello con le altre. C’è, come detto prima, una necessità di affermare un’ambizione e una necessità di prendere decisioni in maniera molto più rapida. È vero che l’Europa dei 28 Stati membri deve accelerare, laddove altre potenze hanno una capacità di decidere in maniera più tempestiva. Lasciatemi condividere un esempio bellissimo di quanto conta l’Europa come potenza spaziale e di quanto conta la sua tecnologia specialmente nel campo dei lanciatori (ricordo a tal proposito che Ariane 5 è il lanciatore più affidabile del Mondo): in questo momento, a Kourou, stiamo preparando la campagna del James Webb Space Telescope, un gioiello sul quale ingegneri e scienziati della NASA hanno lavorato per anni e il cui costo di realizzazione si misura in termini di miliardi di dollari. È una testimonianza incredibile della fiducia che la NASA ha in Ariane 5, il lanciatore più affidabile del mondo. Siamo noi che lanceremo, a dicembre, la più bella missione spaziale che esiste oggi, e che può permetterci di osservare l’Universo e di avere immagini di galassie e di stelle appena dopo la creazione del Big Bang. Mi viene la pelle d’oca solo a dirlo. Questa è una testimonianza incredibile del fatto che l’Europa è una potenza spaziale. L’Europa conta nello spazio. Poi, è chiaro che abbiamo ancora bisogno di rendere concreta un po’ di più questa ambizione: perché, per esempio, non avere degli astronauti europei lanciati da un lanciatore europeo? Sappiamo quanto è importante, anche per l’educazione delle generazioni future, inviare l’uomo nello spazio. Ecco: sarebbe bellissimo inviare l’uomo e la donna nello spazio con un lanciatore europeo da suolo europeo e farlo in maniera autonoma. Concretizzare, quindi, questa ambizione è molto diverso dal dover pagare un biglietto per salire a bordo del mezzo di un altro. 


Andrea D’Ottavio,
Centro Studi Geopolitica.info

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