In un contesto internazionale sempre più competitivo, l’Unione Europa rischia di rimanere indietro nel settore dei microchip. Per colmare il divario e ridurre la dipendenza esterna è necessario maggior coordinamento tra stati membri e applicare strategie più efficaci, altrimenti la mancata autonomia potrebbe compromettere la sicurezza dell’UE.
I microchip sono delle componenti tecnologiche fondamentali che, nonostante le piccole dimensioni, riescono a contenere una consistente quantità di dati e informazioni. L’indipendenza nel settore dei microchip, i quali costituiscono la base tecnologica della maggior parte dei settori strategici e non solo, vuol dire monopolio sulle tecnologie critiche, ma anche rafforzare e garantire la sicurezza.
L’ultima relazione della Corte dei Conti europea (ECA) afferma che è molto improbabile che l’Unione Europa riesca a raggiungere il 20% nel mercato mondiale di microchip entro il 2030, come previsto dall’European Chips Act del 2022. Cosa più importante, l’ECA esprime la sua preoccupazione per l’eccesiva dipendenza dell’UE dai microchip cinesi. L’European Chips Act, che mira a rendere l’UE più autonoma dai mercati extra-europei, è destinato a non raggiungere i propri obiettivi.
Il fallimento dell’European Chips Act
L’European Chips Act, entrato in vigore nel 2023, è una legge proposta tempestivamente dalla Commissione Europea durante il periodo della pandemia COVID-19, per fronteggiare la carenza di semiconduttori e rafforzare la leadership dell’UE in materia. L’Unione avrebbe mobilitato 86 miliardi di euro per costituire un settore efficiente, dalla ricerca alla produzione, creando una catena di approvvigionamento funzionale. Con l’obiettivo di raddoppiare la quota di mercato, portandola al 20% entro il 2030, fondamentale per rendere l’Unione indipendente dai mercati extra europei.
Tra le diverse aziende europee produttrici di microchip ci sono l’Infineon, la NXP e la STMicroelectronics, che non riescono a soddisfare la crescente domanda, connessa anche alla progressiva necessità di semiconduttori per il settore della difesa, l’intelligenza artificiale e la transizione green. In tal modo il divario con altre regioni non potrà che aumentare. Infatti nel 2024 l’UE ha registrato un disavanzo di 9,8 miliardi di euro con la Cina per quanto concerne i microchip e inoltre ha riscontrato anche un deficit con altri hub di produzione come Taiwan.
Un rapporto della Commissione dello scorso luglio, indicava chiaramente che l’UE sarebbe riuscita a raggiungere l’11,7 % entro il 2030, contro il 20% auspicato.
Il fallimento del Chips Act è da ricercare in numerosi fattori, tra cui: le tempistiche troppo rapide con cui è stato varato il piano, la frammentazione elevata tra gli stati membri, che ostacola politiche di coordinamento efficienti e il divario in termini di investimenti con gli altri attori internazionali i cui finanziamenti destinati al settore sono molto più consistenti di quelli europei.
Il monopolio della Cina, la nuova politica del tycoon e l’UE in stallo
Il Chips and Science Act del 2022, varato durante la presidenza Biden, era un progetto simile all’European Chips Act. I due piani risultavano similari, in quanto avevano scopi comuni, come quello di creare una solida catena di approvvigionamento che si rendesse indipendente dall’iper-globalizzazione nel settore dei microchip, in particolare in funzione anti-cinese. Inoltre era possibile una prospettiva di futura sinergia tra l’industria europea e quella statunitense. Ad oggi è chiaro che i rapporti USA e UE siano cambiati dopo l’avvento di Trump alla presidenza, ma soprattutto dopo la nuova politica dei dazi. Infatti l’imposizione di dazi sui chip importati dagli Stati Uniti può causare, come affermato dall’ECA, un “collasso delle catene di approvvigionamento” e ciò comporterebbe una vulnerabilità per l’Unione Europea. Soprattutto perché Trump avrebbe del tutto rigettato il Chips Act, approvato sotto la presidenza di Biden.
Nella corsa ai microchip, anche la Cina ha avviato politiche strategiche per rendersi progressivamente più autonoma. L’impulso di Pechino a rendere il settore dei microchip più efficiente e competitivo è arrivato proprio dagli Stati Uniti. Infatti, gli USA, dopo la presa di coscienza dell’importanza strategica dei microchip, hanno posto misure restrittive finalizzate a isolare l’ecosistema cinese dei semiconduttori dai brevetti tecnologici e dagli input stranieri. Queste politiche stringenti e mirate a colpire la Cina, hanno costretto Pechino ad intensificare gli sforzi per costruire un’autonomia nazionale in materia. A tal fine sono stati intrapresi vari investimenti per finanziare il settore, puntando sulle eccellenze SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation) e YMCT (Yangtze Memory Technologies). Tali iniziative hanno portato ad un rapido successo della Cina nel settore dei microchip, destinato a crescere. Infatti, secondo l’ECA, la Cina supererà Taiwan come principale produttore mondiale di chip entro il 2030.
Da una parte la dipendenza dell’Unione Europea da stati come la Cina risulta rischiosa e dall’altra parte sembra che l’Unione, neanche in questo caso, potrà più fare affidamento sugli storici alleati statunitensi, dato il cambio di rotta delle politiche USA con il ritorno del tycoon. In questo scenario internazionale in rapida e continua evoluzione, dove tutte le tecnologie divengono potenziali infrastrutture critiche, cambia il concetto di sicurezza. Per questo è necessario elaborare piani adatti alle esigenze europee, per ridurne le vulnerabilità e permettere la sopravvivenza dell’Unione nel nuovo contesto globale, sempre più competitivo. Le iniziative e le normative europee in materia, come l’European Chips Act, dimostrano la consapevolezza dell’Unione Europea di dover colmare lacune che rappresentano vulnerabilità sistemiche cruciali. Soprattutto in seguito al venir meno della possibilità di collaborazione con gli Stati Uniti, a causa della sospensione del Chips Act statunitense e la crescente necessità di difendere la sovranità digitale europea da stati non alleati, come la Cina. È indispensabile, quindi, che i singoli stati membri inizino a ragionare come un singolo organismo che coopera per raggiungere obiettivi comuni. Altrimenti varare delle leggi come l’European Chips Act, senza uno sforzo integrato e coordinato è un’attività inefficiente. Raggiungere una discreta posizione nella corsa ai microchip e rendersi indipendenti da attori extra europei, vuol dire salvaguardare la sicurezza dell’Unione stessa, proteggerne la sovranità tecnologica e poter competere a livello globale.

