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L’Europa a tre velocità

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La trilogia sulla Società del petrolio (Virgin Oil, 2016, La vita al tempo del petrolio, 2017; Oil Geopolitics) aveva il preciso scopo di identificare un percorso scientifico ed esplorativo attraverso il quale analizzare le relazioni internazionali legate al mercato dell’energia fossile, i conflitti bellici scaturiti negli ultimi 60 anni, la centralità del Mediterraneo che resiste allo spostamento del baricentro politico e riferire tutto quanto sopra ad un unico processo al momento ineludibile.

Due modelli ieri e due modelli oggi?

Se nel processo più ampio della globalizzazione si inscrive il mercato dell’energia si possono osservare con un’ottica diretta cambiamenti epocali che rendono ormai superata la connotazione di Nord/ Sud del mondo secondo la concezione di Willy Brandt che risale agli anni sessanta del XX secolo e quella più recente del 1993 di Huntington consacrata nel suo celebre volume “ Scontro di Civiltà”. Cosa unisce e cosa divide le due concezioni ora indicate? Brandt, prima da borgomastro di Berlino, poi da Cancelliere, visse sul crinale perfetto della guerra fredda, sentì sulle sue spalle l’inconciliabilità tra due diversi imperialismi e cercò con la sua Ostpolitik di riannodare le file del colloquio tra mondi. Poi nel 1989 la caduta del muro non eliminò la proliferazione degli armamenti, non arrestò gli sconvolgimenti epocali delle migrazioni di massa, legate agli squilibri e al sovvertimento dello sviluppo demografico. Un mondo che invecchia e che apre le forbici della divaricazione sociale diventa ingovernabile. Per lo studioso americano Huntington, la caduta del muro era solo un epifenomeno di una realtà che stentava a organizzarsi secondo schemi culturali, di religione, di usi e costumi.

Oggi la guerra è tra due rappresentanti di tendenze filosofico-politico affatto diverse. Da un l’alto chi vuole arrestare il messaggio propositivo sul cambiamento climatico e minimizzare il circuito vizioso che sottende all’urbanizzazione, alla povertà incipiente, alle disuguaglianze (alimentari, socio-economiche, dell’occupazione, del welfare e relative alle diverse velocità che muovono le nazioni cosiddette occidentali). Dall’altro chi pone l’accento su un nuovo modello di sviluppo, sulla necessità di una diversificazione dalle rivoluzioni industriali, specie quella che ha caratterizzato il secolo XX, che ha posto le basi per un inquinamento che ancora ci perseguita. Talmente condizionante da far evocare il termine “decrescita felice”. Sembra un’antitesi allo sviluppo ma in realtà si oppone all’involuzione della società post-industriale e post-moderna, esprime una critica ragionata e ragionevole alle assurdità di un’economia fondata sulla crescita della produzione di merci e dei consumi, si caratterizza come alternativa radicale al suo sistema di valori. 

Dunque, almeno nella sua definizione, non troviamo antitetica la decrescita con il concetto di “sviluppo”. Non, dunque, un’opposizione, ma una diversa concezione dello sviluppo sganciato dal fabbisogno energetico, ossia crescere consumando meno. Ossia una crescita sostenibile.

Fig. 1, a e b. L’Europa identificata cromaticamente nella sua ripartizione regionale, non ancora codificata, in funzione del PIL regionale (Fig. 1a) e del suo tasso di disoccupazione(1b). Si noti come l’andamento sia inverso e quindi coerente.

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Per avere un’idea del processo in atto, foriero dei cambiamenti prossimi venturi, ci aiuta la Fig. 1: una cartina che indica due concetti:

– il primo, più evidente, è che il mondo delle Nazioni, consacrato sin dal Trattato di Westfalia, sta sgretolandosi, sotto il peso del suo ingessamento. La cartina rivela la natura regionalistica dell’Europa, le profonde differenze che in ogni Stato tradizionalmente identificato dalla geografia politica sottendono al processo economico di sviluppo indipendente dallo stesso stato di appartenenza;

– il secondo aspetto che vogliamo indicare è che la ripartizione cromatica dell’Europa in tre distinti colori ci indica la capacità di sviluppo indicata di differenti PIL regionali.

La cartina sembra indicarci la strada interpretativa, quella dell’Europa su base Regionale.

Lo step regionale

Non appare così complesso trasferire la metodologia civica in ottica più ampia: quella regionale. Identificando, come passo successivo, le necessità regionali, motivate da numerosi elementi di sofferenza per produrre un nuovo modello di sviluppo interregionale.

La prima necessità è quella economica. La mancanza di sviluppo ubiquitaria nei Paesi europei trova in alcune aree picchi manifesti dalla disoccupazione, specie giovanile. Il 21% di disoccupazione italiana a fronte del 41% di quella giovanile, se rende ragione della sofferenza globale massimizzata, non esprime del tutto quanto questa possa mortificare, e non solo sul piano economico, l’intera regione interessata. Livelli di sicurezza drammaticamente bassi, impossibilità degli anziani di avviarsi alle cure, inarrestabile esodo dei giovani verso altri lidi produttivi. La Fig. 1b riporta dati relativi al 2013 e identifica bene le aree dell’Europa Meridionale afflitte dalla disoccupazione, che non risparmia neanche i Paesi Europei a “prima velocità”.

Un’altra motivazione è quella dell’Autonomia Legislativa. Essa si basa sostanzialmente sulla possibilità di recupero fiscale interamente devoluto alla Regione, senza tributi allo Stato di appartenenza. Tuttavia, spesso altre motivazioni sostengono la richiesta di appartenenza. Il comune sentire linguistico e culturale fa sì che un popolo si ritrovi attorno a una tradizione comune, come avviene in Scozia. In effetti, uno dei motivi più sostanzianti l’aggregazione regionale è la lingua comune. Questa ha in molti casi tali radici culturali da esser una lingua autonoma, derivata da altro ceppo linguistico, come avviene in Sardegna, la cui lingua gode di un’autonomia lessicale e grammaticale. 

A questo punto il civismo territoriale si trasforma e diviene Entità Politica Regionale che può godere, nella maggior parte dei casi, di autonomia culturale, economica e finanziaria. Gli esempi si concretizzano in una lista europea di almeno 40 entità che avrebbero insite le prerogative dell’autonomia. Come sviluppare un’economia interdipendente che superi il corpo ingessato dello Stato di riferimento?

L’idea è quella di un’economia, più che circolare, di tipo alveolare. Gli esempi nel quotidiano sono tantissimi: dall’arnia delle api alla struttura polmonare, ogni alveolo è circondato da alveoli più o meno eguali e tutti si sostengono strutturalmente a vicenda. Senza entrare nel merito, scientifico e complesso, la teoria di Jere Mead dell’interdipendenza meccanica rende possibile capire la struttura autoportante alveolare.

L’economia alveolare interdipendente

Essa può considerarsi la forma più evoluta della nuova economia circolare che ha sostituito da tempo, almeno nelle teorie, quella lineare. Il futuro sostenibile 2.0 significa capacità di produzione locale a km 0, utilizzo della merce, materiale e immateriale, quindi riuso, riciclo completo, in modo da evitare sprechi e iperconsumismo. Si supera così la fase di protezione ambientale da iperproduzione di anidride carbonica, evitando la catalogazione in Paese User, quello che produce CO2 per attività industriali di sostentamento e Paese Consumer che produce CO2 soltanto in funzione dello stile di vita basato sull’utilizzo eccessivo di fossile per energia elettrica, trasporti e usi voluttuari (Oil Lifestyle). 

Lo step dell’Economia circolare appare necessario per passare alla fase successiva: quella dell’Economia Interdipendente. Ogni Regione, Land o Macroregione deve assumere un rapporto di interscambio commerciale a km 0 con Regioni viciniori in modo da ridurre lo spreco del trasferimento a distanza. I rapporti commerciali devono basarsi su scambi privilegiati non solo per l’opportunità della vicinanza, ma per affinità di produzione, agricola, manifatturiera, meccanica, industriale, etc. Ciò attiverà un circuito virtuoso che poi potrà essere riflesso su altre Regioni viciniori le quali a loro volta potranno instaurare scambi commerciali sulla base di similarità riconosciute.

Assenza di vincoli europei, di dazi o tassazioni che possano limitare la libertà degli scambi, costituiscono elementi essenziali per un nuovo processo non più produttivo, ma di libero scambio commerciale, tenuto presente che il riuso del prodotto e la limitazione produttiva sono alla base del ciclo anzi riferito. In tal modo, si perpetua all’infinito il supporto che ogni regione offre e che riceve, privo di vincoli o restrizioni provenienti da Stati egemoni. 

Appare un Europa mitteleuropea a trazione tedesco-scandinava, di chiara impronta socialdemocratica che mostra il più alto indice di sviluppo. È l’Europa tradizionale (Germania, Olanda, Belgio, Danimarca e Scandinavia, nelle sue componenti) che tende la mano alla Russia identificandola come mercato di scambi commerciali che finora hanno visto un mutuo vantaggio, energetico (per questi Paesi europei), commerciale per la Russia. Vi è poi un’area spalmata nel vecchio continente di Paesi a medio indice di sviluppo (Spagna, Italia, Portogallo, Francia delle Province) che trova il suo modello economico in un mix di attività della piccola e media impresa, del turismo, del terziario avanzato, etc., distinguendolo dallo sviluppo industriale sensu scriptu. Paesi che bene o male coincidono con il fronte mediterraneo a sviluppo industriale secondario.

Vi è poi un terzo fronte, caratterizzato dai Paesi del patto di Višegrad, che non hanno ancora trovato il loro modello di sviluppo dopo la caduta del giogo sovietico/comunista. Sono Paesi a più chiara impronta di terziario, di turismo anche con una buona connotazione industriale di supporto e di indotto.

Emissioni di CO2 e sistema economici a confronto

Da un punto di vista più analitico, è il parametro della concentrazione di anidride carbonica (CO2) che ci indica il percorso identificativo di quanto sopra analizzato. Attraverso le emissioni di CO2, si configura il nuovo assetto del G20. Gli stessi grafici che qualificano l’andamento della produzione di anidride carbonica segnalano la progressiva ascesa industriale di Paesi che irrompono sulla scena mondiale quali principali produttori.

E il panorama globalizzato, che fu degli anni Novanta, assume una nuova configurazione con la presenza di Paesi asiatici quali Cina, India, Pakistan, Indonesia. Si assiste così ad un aumento progressivo della domanda di petrolio.

L’assetto dei produttori mondiali si configura dunque attraverso l’emissione di anidride carbonica che costituisce dunque parametro primario per la posizione nel mercato dei Paesi produttori. Come si vede dalla Fig.2, i Paesi con assetto industrializzato di stampo fordista, alcuni dei quali per anni non aderenti al protocollo di Kyoto, sono tra i maggiori produttori di CO2 e gas serra.

Spiccano quelli dell’area orientale (Cina, India, Pakistan, Giappone e Corea del Sud) e solo la Germania per l’area europea. L’assetto al 2012 conferma il trend di previsione e di crescita industriale per gli USA ed anche per la Cina, malgrado l’arresto produttivo di questi ultimi anni.

Lo scenario della produzione mondiale sposta dunque, come noto, il suo baricentro in Asia e modifica gli assetti mondiali del mercato.

Ripercorrendo a ritroso lo sviluppo del mondo occidentale si possono qualificare alcuni momenti storici cardine quali la transizione verso l’industrializzazione di stampo fordista che caratterizza i Paesi occidentali (europei e USA) a cavallo tra le due guerre mondiali e nel periodo post-bellico fino al 1960 ed il periodo successivo del terziario post-fordista. Dal grafico della Fig. 2 emerge anche il valore pro-capite di produzione di CO2. Al di sopra delle 10 tonn, ritroviamo paesi come USA, Canada, Australia, Arabia Saudita, che potremmo definire “Consumer“. I valori al di sotto di 10 tonn/ pro-capite indicano i Paesi definibili “User“.

Che il teorema ora espresso sia valido lo dimostra che, nel corso del 2014-15, dati i vantaggi sui prestiti alle imprese concessi dalla BCE (Quantitative easing), la produzione industriale è apparsa in ripresa. Infatti, lo testimonia il dato di un incremento di produzione di CO2 pari allo 0.7%. Nella media dei dati sono compresi gli aumenti della Slovacchia (+9.5%), Portogallo (+8.6%), Ungheria (+6.7%), Belgio (+4.7%) e Bulgaria (+4.6%). Stabili Germania, Gran Bretagna (12.5%), Italia (10.6%), Francia (9.9%) e Polonia (9.2%).

Fig. 2 Produzione del CO2 dei Paesi industrializzati e non, al 2012. (Fonte: German Advisory Council on Global Change). Il valore del consumo pro-capite, calcolato in base agli abitanti, si rivela come indice di consumismo.
FIG. 3 Fonti di emissioni CO2 all’inizio del XX secolo.

Si noti il progressivo crescere dello sforzo industriale, mediato anche dai momenti bellici. Ma dal 1960 circa si assiste ad un declino del processo fordista che porterà poi al momento post-fordista di crescita economica. Avanza dunque una nuova modalità di profitto, il terziario con la mobilità delle merci materiali ed immateriali, in poche parole oil lifestyle. Una vita basata sul consumo di energia elettrica e di carburanti. Il mondo della civiltà in tale movimento da avviarsi verso la paralisi.

Dunque, la CO2 diviene un parametro sensibile della crescita industriale dei Paesi produttori ed un elemento qualificativo della loro potenza economica e di mercato.  

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