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18/09/2020
Italia ed Europa, Notizie

EUNAVFOR MED Irini: prospettive e risultati della missione a sei mesi dal lancio

di Edoardo Del Principe

La missione europea a guida italo-greca, EUNAVFOR MED Irini, compirà a breve i primi sei mesi d’attività, un arco temporale sufficientemente lungo per poterne analizzare l’operato iniziale. La missione è stata caricata di forti aspettative per via della precedente politica estera europea nel Mediterraneo, oggetto di molte critiche internamente e fuori l’Unione. La precedente Sophia è stata infatti l’epicentro di aspri dibattiti sul cosiddetto “effetto magnete”, ovvero il presunto aumento dei flussi migratori in virtù della crescente presenza di navi disposte ad intervenire in loro soccorso il quale è stato il pomo della discordia per il quale la missione, dopo l’accordo italiano con al-Sarraj del 2017, è stata depotenziata fino ad arrivare, nel 2019, ad essere la prima operazione navale della storia senza navi in mare. La retorica, ampiamente smentita per chi intendesse approfondire, del call effect ebbe la sua battaglia vinta smilitarizzando il Mediterraneo centrale, regalando un’area geopolitica così importante a nuovi e vecchi attori dell’area.

La missione europea a guida italo-greca, EUNAVFOR MED Irini, compirà a breve i primi sei mesi d’attività, un arco temporale sufficientemente lungo per poterne analizzare l’operato iniziale. La missione è stata caricata di forti aspettative per via della precedente politica estera europea nel Mediterraneo, oggetto di molte critiche internamente e fuori l’Unione. La precedente Sophia è stata infatti l’epicentro di aspri dibattiti sul cosiddetto “effetto magnete”, ovvero il presunto aumento dei flussi migratori in virtù della crescente presenza di navi disposte ad intervenire in loro soccorso il quale è stato il pomo della discordia per il quale la missione, dopo l’accordo italiano con al-Sarraj del 2017, è stata depotenziata fino ad arrivare, nel 2019, ad essere la prima operazione navale della storia senza navi in mare. La retorica, ampiamente smentita per chi intendesse approfondire, del call effect ebbe la sua battaglia vinta smilitarizzando il Mediterraneo centrale, regalando un’area geopolitica così importante a nuovi e vecchi attori dell’area.

Genesi della missione

Nonostante il contenzioso sulla rotta dei migranti fosse stato risolto, il caso libico era, ed è tutt’ora, ben lontano dall’esserlo. Durante la conferenza di Berlino di gennaio 2020, viene evidenziata la necessità di rinnovare l’impegno europeo per aiutare lo sforzo multilaterale nel raggiungimento di una pace in Libia. È infatti aumentato il flusso di armi che da oriente passano per il Mediterraneo ed arrivano in Libia a rifornire gli eserciti e le milizie locali, rendendo quindi ancora più lontano un punto di dialogo ed un vero cessate- il-fuoco. La rotta delle armi, da e verso la Libia, in realtà non si è mai fermata dal 2011, tant’è che le Nazioni Unite hanno predisposto sin dalla primavera di quell’anno, almeno formalmente, un embargo neutrale sulla nazione. L’imposizione effettiva è invece stata completamente disattesa, con le principali missioni internazionali locali, UNSMIL ed EUBAM Libya, rilocate a Tunisi. Proprio da questo punto la conferenza di Berlino ha voluto rinnovare la partecipazione europea alla normalizzazione della situazione in Libia, predisponendo una nuova missione che avrebbe avuto come task principale proprio il monitoraggio dell’imposizione dell’embargo e la possibilità di ispezionare navi cargo sospette di avere con sé materiale bellico. Da questo incipit nasce EUNAVFOR MED Irini, per progressivamente re-militarizzare il Mediterraneo centrale e riprendere il controllo di quello spazio lasciato incustodito oramai tre anni fa.  

Il mandato e la sua applicazione

Il mandato di Irini si basa su una serie di risoluzioni delle Nazioni Uniti relative all’embargo d’armi libico (UNSCR 1970, 1973; 2011 e 2526; 2020). Queste impossibilitano gli assetti europei per mancanza di accordi ad operare nelle acque territoriali libiche ma li predispongono ad esercitare controlli sulle navi transitanti l’area limitrofa. Nonostante le possibilità teoriche date dal diritto internazionale, l’esercizio nella prassi lascia numerosi dubbi. Esistono due tipi di contatti che Irini può stabilire: radio o visita a bordo (in gergo healings e friendly approach). Il primo viene stabilito con un semplice scambio di “carte d’identità” marittime, il secondo invece necessita l’autorizzazione da parte dello Stato di cui batte bandiera la nave che si vuole visitare. Dovendo esercitare un controllo che per forza di cose può essere oggetto anche di azioni coercitive, Irini può in teoria far visita alle navi anche senza autorizzazione all’istante ma purché venga data ex-post, cosa che mette l’operato europeo in grande rischio. In secondo luogo, qualora una nave o il suo cargo subisse danni fisici o d’impresa questa può chiedere di essere risarcita. In questo caso, quasi letteralmente, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare e le sue regole. Nonostante questo, Irini ha condotto diversi friendly approach nei suoi primi sei mesi d’attività. Sono documentati attraverso la pagina linkedin dell’operazione una serie di visite a bordo a navi battenti bandiera singaporese, belinese ed altre di Stati che niente hanno a che vedere con lo scenario libico.

Di fatto attiva ma non al pieno dispiegamento dei suoi assetti per operare una qualunque forma di sea power, Irini monitora i movimenti nel Mediterraneo senza però avere la forza di dissuasione desiderata. Le recenti aggiunte della fregata tedesca Hamburg ed altri aerei da ricognizione provano a spingere le capacità di Irini nel formare una barriera navale ma la situazione geopolitica causata dalla pandemia rallenta anche questi movimenti. La difficoltà pratica di effettuare visite alle navi che si ritengono veramente sospette è stata evidente nell’inglorioso episodio che ha coinvolto una nave tanzaniana lo scorso 10 giugno. La nave scortata da un paio di fregate turche è stata impossibile da approcciare e dato il coinvolgimento turco negli affari libici è lecito sospettare che la nave non portasse materiale medico ad un ospedale come poi rilasciato ai mezzi stampa. La faccenda è esplicativa dei due punti nevralgici della missione; da un lato, la debolezza delle risoluzioni che abilitano solo in teoria l’ispezione di qualunque cargo e, dall’altro, la mancanza di presenza e forza nella sezione di Mediterraneo da pattugliare, un aspetto, il secondo, che a meno di inaspettati accordi di pace continuerà progressivamente a maturare permettendo, si spera nel minor tempo possibile, di ridare in mano all’Unione un sea power degno di essere chiamato tale.

La guardia costiera libica ed altri compiti secondari

Irini assorbendo la precedente Sophia ne ingloba alcuni degli aspetti caratteristici trai quali il monitoraggio dei flussi illegittimi di petrolio, favorire lo smantellamento del business relativo al commercio di esseri umani e adoperarsi per la formazione della Guardia costiera libica. Il fondo relativo alla formazione di quest’ultima è di circa dieci milioni che sono extra i venti già previsti per Irini, infatti, seppur nel mandato nella medesima missione, questo compito è svolto dal Corpo della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri di cui complessivamente trentanove unità ne sono responsabili. Questo punto ha suscitato non poche critiche interne al governo e l’opposizione, ritenendo poco chiare modalità d’erogazione e d’uso dei fondi da parte del Corpo libico, reo secondo alcuni di aver utilizzato i soldi europei per altre finalità rispetto quelle previste. Consultando il documento approvato al Senato e alla Camera relativo alle missioni internazionali italiane nel 2020, è più chiaro dove e come vengano spesi questi fondi. Parte di questi sono per inevitabili spese logistiche e per il personale italiano, altre invece sono per opere come l’attività di assistenza tecnica e addestrativa mediante la costituzione di un cantiere navale e una mini-scuola nautica in territorio libico. Seppure possono essere valide le perplessità poste sulla poca trasparenza delle autorità libiche è altrettanto impensabile che l’Italia non svolga alcun ruolo nella ricostruzione del tessuto statale libico. Presente dapprima con l’operazione Ippocrate, ora MIBIL, lo sforzo italiano in Libia tramite speciali accordi bilaterali prevede, con un budget di quasi quarantotto milioni di euro nel 2020, di potenziare le capacità civili e militari del paese attraverso corsi di formazione e donazioni di strumenti tecnici come materiale sanitario ed altro.

Conclusioni

Senza addentrarmi nella teoria politica e tecnica che coinvolge gli embarghi d’armamenti, è banale sottolineare come Irini poco possa fare per il movimento di armi e rifornimenti via cielo e terra. I due domini principalmente utilizzati da Egitto ed Emirati Arabi Uniti per evidenti questioni geografiche sono incontrastati e minano fortemente il raggiungimento di un qualunque embargo neutrale poiché paradossalmente si ostacola solo il flusso che rifornisce quello che a parole è il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. È auspicabile, oltre un rapido aumento della forza in mare, una maggiore cooperazione con l’Egitto che l’intermediazione statunitense sta favorendo, ed una nuova no-fly zone da imporre possibilmente con l’aiuto degli alleati atlantici al fine di garantire che lo sforzo italiano ed europeo non sia vano.

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